Anarchie e famiglie (prima parte)

di PAOLA ANGELONI ♦

Materialisti e mistici, litigiosi, avvolti da un alone poetico che in politica è raro incontrare. In letteratura li incontriamo in Riccardo Bacchelli, Il diavolo di Pontelungo, nella musica il ricordo va a “La locomotiva” di Guccini.

Nel dopoguerra gli anarchici sparirono, inghiottiti da una perenne vicenda di liti e scissioni. Ritornano nel 1969 con Pinelli e Valpreda.

”Scacciati senza colpa, gli anarchici van via”

A me sembra che ritornino con la riflessione di John Rawls : “Se la disobbedienza civile sembra minacciare la concordia civile, la responsabilità non ricade su coloro che protestano, ma su coloro il cui abuso dell’autorità e del potere giustifica una simile opposizione”.

Il fondatore è Michail Bakunin : “L’ anarchia è la libera organizzazione delle masse operaie”.

Nel 1872 Bakunin esce dall’Internazionale dei Lavoratori e a Rimini nasce, in contrapposizione ai marxisti, l’Internazionale antiautoritaria italiana: è l’Unione Comunista Anarchica Italiana( UCAI).

Sulle ceneri dell’UCAI nel 1920 viene fondata l’Unione Anarchica Italiana ( UAI).

Nel 1946 a Carrara nascerà la FAI, federazione anarchica italiana.

L’ albero storico dell’anarchia è costituito da Pietro Gori (1865-1911), Carlo Cafiero (1846-1892), Andrea Costa (1851-1910) ed Errico Malatesta(1853-1932). Sono costoro i protagonisti del movimento, come risulta dalla tradizione orale.

Si tramandano le vite avventurose dei protagonisti del movimento. “Addio Lugano bella” fu composta da Pietro Gori (aveva 30 anni). Criminologo e penalista finì in Argentina con il poeta Pascarella. Pietro Gori difese Sante Caserio, che con una pugnalata uccise il Presidente francese Carnot. Il Caserio riaffermò il Regicidio, come Gaetano Bresci che nel 1900 tentò di uccidere Umberto I, e finì impiccato in cella.

Errico Malatesta, teorico libertario, girò l’Europa sempre con gli sbirri alle calcagna.

Erano “cavalieri erranti”, agitatori del LIBERO PENSIERO ANTI AUTORITARIO, puri e ingenui, appassionati fino all’autolesionismo. Con cappellaccio e fiocco alla Lavallière e la bandiera, con barbe incolte e pizzetti alla Mefistofele. In realtà la loro vita fu segnata dal confino, dall’esilio, dalle galere, dai manicomi e dai tentati suicidi. Lo stesso Cafiero, morto nel 1892, in carcere tentò di tagliarsi la gola.

Dai ricordi, tramandati attraverso le donne con la tradizione orale e tramite canzoni, emergono sempre i nomi di Cafiero, Caserio, Malatesta, Pietro Gori e Andrea Costa. Non è il caso di menzionare la lapide in onore di Pietro Gori all’inizio del mercato di Piazza Regina Margherita, proprio di fronte alla Compagnia portuale, dove campeggia il busto di Andrea Costa.

Ho letto con interesse “Ghigliottina e dinamite, storia di Ravachol” dell’amico Giorgio Leonardi. Nella storia si narra la vita e le gesta dell’anarchico Ravachol. L’anarchico divenne un mito, dissipando tutte le diffidenze iniziali dei circoli anarchici più integralisti. Dopo la sua condanna a morte tramite ghigliottina venne persino stampato una sorta di santino profano commemorativo, con quelle che vennero spacciate come le sue ultime parole: “Se vuoi essere felice, dannazione, impicca il tuo padrone”( op. cit.pag.92). Per oltre un anno, dopo la morte di Ravachol, non ci furono atti terroristici di rilievo. “Ma poi il fronte anarchico riprese la sua battaglia a colpi di dinamite…e di coltello. Il 1894 culminò con il grave fatto di sangue del 25 giugno: il Presidente della Repubblica francese Sadi Carnot venne pugnalato a morte dall’anarchico italiano Sante Caserio, che venne processato sommariamente con la condanna a morte tramite ghigliottina” ( op.cit pag 91)

Che il “popolo” di Civitavecchia fosse legato alla tradizione anarchica viene dimostrato anche dalle seguenti rime in dialetto, prodotte negli anni ’50 del secolo scorso da parte del signor Cesare de Fazi, con un contrasto divertito struggente:

“ Mo ve presento, ecchila che viè

guardatela se pare na ianara

insuperbita da quanto ce tiè,

cussì chiamata sora Cara Cara….

C’è stato er fugge fugge,poi

penzammo, s’è detto, tocca fa

sortì le donne che forze a

loro nun l’arresteranno.

Fa da crumire a certa gente

infame, noe scioperamo

p’avè na riscossa che stracche

de fatìga e da la fame.

Lo sciopiro s’è fatto generale…

Quello che più de tutte cià sarvato

è vinuto da Roma, abbellapposta;

er più ber socialista deputato

sempre si benedetto, Andrea Costa.

Adéra bello, co na bianca chioma,

comme de cuntenesse c’insegnava…

Dopo di questo ho continuato a fa la lavannara,

a chi me dice che so’ na ianara

Tutte sanno chi è la Cara Cara.”.

Il contrasto divertito di Cesare de Fazi è scritto in dialetto ghettarolo e riprende quell’epopea dello sciopero delle donne del 1898, che ciclicamente viene ricordato dalle donne, indimenticabile la rappresentazione con la regia di Dacia Maraini negli anni ’80.

Negli anni Venti del secolo scorso le piazze erano luoghi reali e non virtuali, agorà e basiliche a cielo aperto snaturate “ner tempo”, quella del Ghetto con la fontana in cui si bagnava il lupo manaro, monito per i bambini. Quell’uomo lupo, temuto ma benvoluto, che nelle notti di luna piena scendeva alla fontana, urlando, per rinfrescarsi.

(Nel tempo ho compreso che nei racconti della propria famiglia, e quindi di un popolo, noi vediamo individui diversi articolare, ognuno con un proprio accento, un nucleo di credenze comune: i miti si trasmettono attraverso individui in carne e ossa. In tal modo si può paragonare il lupo manaro del Ghetto ai lupi mannari baltici e rinvenire il nucleo primario costituito dal viaggio del vivente nel mondo dei morti, un viaggio estatico, compiuto di solito in forma animale, nel mondo dei morti: i lupi mannari assumevano le sembianze di lupi, erano metamorfosi con un’unica meta).

Negli anni venti vi era un’altra Piazza, con la Cattedrale e la Scaletta che collegava il Porto con il nucleo del centro storico che andava dalla Prima Strada alla Quarta Strada. Era la Piazza San Francesco con la Cattedrale e la Scaletta, che qualche nostalgico ritrova in foto d’epoca. La Scaletta anteguerra fu realizzata in sostituzione del Caracollo che collegava la Calata con la Piazza Vittorio Emanuele II e fu distrutta con i bombardamenti del 1943. In effetti la Scaletta era un brutto ripiego del ‘900 a ridosso del muraglione seicentesco, dopo la demolizione del Caracollo (torretta con scala a chiocciola) di Carlo Fontana. “Attenzione a non considerare storiche cose che non lo sono. Grazie.” dice l’architetto Correnti (Rubrica Beni Comuni,73. Il Caracollo, 9 maggio 2024, SpazioLiberoBlog).

Ma è difficile frenare la nostalgia di persone ormai adulte che legano i ricordi dei padri e delle madri con le immagini della Scaletta, simbolo sia delle distruzioni a causa dei bombardamenti sia del legame fortissimo tra la città e il Porto. Alla base di tale nostalgia io credo che vi sia la memoria di un luogo, di un manufatto, che ora rimane solo nei ricordi: era il ”fronte del porto”.

E mi sovviene l’interno familiare dei miei bisnonni, Clotilde Capuani e Ferdinando Gargiullo, che per un destino storico si trovarono ad avere figli maschi anarchici e con le figlie femmine acquisirono la parentela con i “generi” anarchici.

Otello Gargiullo, fratello di mia nonna Vittoria, era anarchico, sposò Aida De Fazi.

Fermina Gargiullo, sorella di mia nonna Vittoria, sposò Sebastiano Corvi, anarchico.

Vincenza Gargiullo, sorella di mia nonna Vittoria, sposò Gino Corvi, anarchico.

Eusebia ( Marcella) Gargiullo, anarchica libertaria, figlia di Otello, sposò Inedio Corvi, anarchico libertario, figlio di Cleto Corvi, anarchico, fratello di Sebastiano e di Gino Corvi.

Io ho conosciuto gli anarchici nella loro tarda età, ad eccezione di Gino, deceduto giovanissimo, per una malattia mal curata (polmonite) durante il fascismo. La mia testimone orale è stata zia Marcella, ormai deceduta. Non ho conosciuto mia nonna Vittoria, deceduta a quarantasei anni, immediatamente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Ma io so che il 28 ottobre del 1922 partecipò al lancio di suppellettili dalle finestre della loro casa contro i fascisti che attraversavano la Prima Strada: era la Marcia su Roma.

PAOLA ANGELONI                                                                                               (Continua)

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* Interessante il richiamo al mio articolo pubblicato su SpazioLiberoBlog – “SUA MAESTA’ IL BROCCOLO”