RUBRICA BENI COMUNI, 86. SANTO SPIRITO, ADDÌ 19 LUGLIO DELL’ANNO MILLENOVECENTOTTANTA

a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦

Il 28 settembre 2021, per quanto ricordo, non è stato un giorno particolare. So solo, da quanto mi ha ricordato il mio profilo Facebook, di aver letto quella mattina un post con commenti che non ho più ritrovato. Ma ne ho scritto a mia volta uno dicendo che parlava di un argomento che ritenevo molto importante e su cui credevo necessario fare chiarezza, per cui ne parlavo lì subito. Riguardava l’intervento di sostituzione edilizia di Piazzetta Santo Spirito a Civitavecchia, tra il 1978 ed i primi anni 80. Ci si chiedeva dove mai, altrove si erano demolite case e vie ed una piazza e l’amico Massimo Borghetti, giustamente, sottolineava il fatto negativo. Riprendo l’argomento con le stesse parole di allora, perché – nel ricercare altri documenti di quegli anni per aiutare il Comune a risolvere alcuni problemi attuali – mi sono capitati tra le mani copie di atti pertinenti a quella questione che ho piacere di far conoscere agli amici del Blog.

Purtroppo. questa stessa cosa (della demolizione di manufatti d’epoca), come ben sappiamo, è avvenuta in moltissime altre città, in tempi ancora abbastanza vicini a noi. Per fermarci a due esempi – scrivevo nel 2021 –, prendiamo due capitali, Roma e Parigi. Via della Conciliazione, che ha distrutto la medioevale “Spina di Borgo”, è del 1950. Les Halles era il tradizionale mercato centrale di Parigi: una immensa costruzione di alta qualità architettonica, celebrata anche dalla letteratura e da celebri dipinti. Tra il 1970 e il 1986 tutto il complesso fu interessato da una operazione urbanistica radicale, alla cui realizzazione concorsero lo Stato e il Comune di Parigi, con il coinvolgimento di privati e il contributo di numerosi progettisti. Per diversi anni la zona fu un enorme cantiere a cielo aperto, soprannominato “le trou”, il buco, “des Halles”, ai piedi della storica chiesa di Saint-Eustache. Il “Forum des Halles”, un centro commerciale sotterraneo, aprì nel 1979 nella parte est del sito. A questo si aggiunsero nel 1983 le strutture fuori terra, i “parapluies de Willerval”, una serie di padiglioni destinati ad attività commerciali e culturali, e nel 1987 fu completato il “Jardin des Halles”, un giardino pubblico di oltre quattro ettari. A completare il tutto, ci fu poi il Centro nazionale d’arte e di cultura Georges Pompidou, il “Beaubourg”, progetto di Piano, Rogers e Franchini.

Era lo spirito dell’epoca, eravamo ancora nelle città della ricostruzione dalle distruzioni della guerra, era la città che si affacciava al futuro con idee ancora antiche o quantomeno vecchie, era la città in cui si immaginavano grandi “centri direzionali” – basti pensare allo SDO di Roma – e mi torna ancora avanti agli occhi il bel numero di “Casabella” dedicato al centro direzionale di Torino, con idee nuove per il tempo, ma secondo lo stereotipo ispiratore che erano i grattacieli di Manhattan. E quindi, questo era il nostro piano regolatore, non un piano scadente, progettato da tecnici al servizio di speculatori, ma dai tre che possiamo definire i migliori architetti urbanisti del momento, personalità “culturalmente impegnate”, come si diceva allora: capogruppo il professor Luigi Piccinato, cioè il fondatore dell’urbanistica italiana. La sua profonda conoscenza delle matrici storiche del territorio gli permette di intervenire con raro equilibrio, nel delicato tessuto di numerosissimi centri urbani in Italia: da Brescia a Matera, da Napoli a Roma, le sue analisi e le sue previsioni si sono sempre dimostrate profetiche, come pure la sua fama di grande urbanista lo ha portato ad affrontare temi internazionali prestigiosi. Gli altri non sono da meno: Nico di Cagno, ingegnere, è l’autore del piano avanzatissimo di Spinaceto (che ho tenuto presente nel progettare la nuova viabilità del mio piano particolareggiato per la città-giardino Aurelia); e Renato Amaturo è l’autore di pregevolissimi quartieri integrati a Roma, a Ferrara, a Campobasso, come delle più belle scuole cittadine a Civitavecchia.

Va poi tenuto conto che, in quel momento in cui la drammatica situazione del fabbisogno abitativo era costantemente oggetto del dibattito politico e sociale, il finanziamento per 103 alloggi ottenuto dall’Istituto Autonomo per le Case Popolari non poteva non avere una risposta immediata e, fatto politicamente di rilievo, non in quartieri periferici e privi di servizi, come avvenuto fino a quel momento, con Campo dell’Oro e altre localizzazioni lontane, ma proprio nel centro cittadino, nel cuore delle zone residenziali urbane. Il che ha fatto agire subito insieme il Comune e l’Istituto per mettere a disposizione le aree in cui sopravviveva un “piccolo paese” superato dai tempi. Se non si tiene conto di questi aspetti, è facile criticare scelte che allora erano invece di grande coraggio.

Beni comuni 86. fig 1

Non era ancora subentrata, a Civitavecchia e ovunque, la nostalgia del passato, non era ancora il momento del rimpianto per le case d’antan, tanto meno la cultura (e la legislazione) della conservazione e del recupero. Che pure erano stati i cardini delle due tesi di laurea su Civitavecchia “città e porto” di Paola Moretti e mia e saranno poi le basi di tutta l’azione dell’Ufficio Urbanistico comunale, fino alla Variante 30. Inoltre, il progetto predisposto dall’Istituto era un grande blocco rettangolare con un cortile interno, come i palazzoni del Corso Marconi, che occupava tutta l’area senza lasciare alcuno spazio a qualche servizio, a qualche parcheggio se non interrato, ed è stato a quel punto che alcuni amministratori (chiamiamoli pure “illuminati”), come Archilde Izzi ed Ennio Piroli, e gli uffici comunali hanno chiesto un intervento più moderno, che è quello che  è che stato tentato a livello progettuale, ma non è stato minimamente realizzato se non a livello planivolumetrico. Non è stata rispettata l’architettura dei prospetti, non è stato realizzato il grande auditorium, né i grandi spazi a verde e ad attrezzature pedonali e di gioco, né i tre piani di parcheggi che avrebbero dovuto servire tutta quella che era la zona R di piano regolatore.

Certo, la demolizione dell’antico fontanile, la demolizione di quelle case povere ma umane, ha lasciato l’amaro in bocca a chi ne comprendeva il significato e il valore. Ed è stato proprio dopo quel momento (siamo negli anni dal 1978 al 1980), dopo che una entusiastica pergamena ridondante di firme autorevolissime (la mia non c’era, ero in ferie) è stata posta con la prima pietra benedetta dal vescovo nella fondazione del nuovo palazzone popolare, che qualcuno negli uffici comunali ha iniziato a preparare una variante al piano regolatore per salvare tutta quella architettura tra fine Ottocento e primi Novecento, che non era tutelata dalle leggi e dalla opinione pubblica indifferente. Si tratta dei villini Liberty, delle palazzine Belle-Époque, di qualche edificio Art Deco su cui hanno messo gli occhi i piccoli costruttori (molti gli abruzzesi), che non hanno più spazi edificabili liberi. Persone, tutte, di grande spessore umano, per niente agevolati nella loro difficile attività da una legislazione ancora incredibilmente arretrata. Il Regolamento di tutela è un provvedimento che ha immediatamente suscitato l’odio di qualche impresa, l’ira di alcuni politici (con molte eccezioni) e la disapprovazione d’una parte delle categorie professionali. Sono contro il Regolamento di tutela, che comunque, sulla spinta di gran parte dell’opinione pubblica, delle persone più aperte, degli studiosi e della stampa, nel 1992 è stato adottato ed è entrato in vigore. Con l’impegno segreto di qualcuno di arrivare presto – “passata la piena” – ad abolirlo e ad eliminare, in un modo o nell’altro, chi l’’ha concepito e chi l’ha sostenuto.

Il resto è storia: la farsa dell’autorizzazione rilasciata da un ufficio, senza che nessuno lo sapesse, alla demolizione della Palazzina Berardi, nota come Ristorante Santa Lucia, il clamoroso intervento contrario di un altro ufficio, su tutti i giornali e in Consiglio, le furbizie di avvocati e periti a sostenere la sua costruzione come avvenuta nel dopoguerra, le ruspe, il picchetto di fronte ai cancelli e l’adozione unanime della Variante numero 30, all’ultimo Consiglio comunale prima delle elezioni. Dopodiché, in breve tempo, quel che ne è seguito, ossia quell’insieme di manovre che hanno visto mettere in atto – nonostante il voto contrario dell’opposizione e gli appelli di Italia Nostra e delle persone amanti della città e della storia – lo smantellamento della variante e la trasformazione dei caratteri di quella edilizia che nel frattempo, altrove, era divenuta oggetto di provvedimenti di salvaguardia e di valorizzazione culturale e turistica dei centri storici di maggior richiamo.

Beni comuni 86. fig 2

FRANCESCO CORRENTI 

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