Giorgia e Ilaria, due donne italiane.

di ROBERTO FIORENTINI ♦

E comunque menare un neonazista non dovrebbe essere neppure reato. Magari proprio menarlo, no. Ma di sicuro protestare, anche vivacemente, contro una manifestazione neonazista non lo è davvero, anzi dovrebbe essere persino un “dovere costituzionale” per un italiano. Per qualsiasi italiano, di qualsiasi fede politica. Persino per il Presidente del Senato Ignazio Benito La Russa.
Ilaria Salis, la donna italiana detenuta in Ungheria da quasi un anno, è accusata di aver aggredito alcuni militanti neonazisti lo scorso febbraio a Budapest, in occasione delle manifestazioni per il “Giorno dell’onore”. Il “Giorno dell’onore” non è una ricorrenza ufficiale, ma un anniversario simbolico relativo ad alcuni fatti della Seconda guerra mondiale. Tra l’ottobre del 1944 e il febbraio del 1945 nella città di Budapest ci furono scontri tra l’Armata Rossa, e le forze tedesche e ungheresi (l’Ungheria rimase alleata dei nazisti per buona parte della guerra). La manifestazione del “Giorno dell’onore” cominciò ad affermarsi a partire dai primi anni Duemila, e ancora oggi viene organizzata ogni anno. È diventato un evento di portata europea, a cui partecipano regolarmente centinaia di militanti di organizzazioni neonaziste non solo ungheresi ma anche di altri paesi europei. Tra queste c’è “Sangue e onore”, un gruppo neonazista che prende il nome dal motto della gioventù hitleriana.
La procura ungherese sostiene che Salis abbia “partecipato a più aggressioni causando lesioni corporali aggravate”, e ha chiesto per lei 11 anni di carcere. In Italia il reato di cui è accusata Ilaria è sanzionato in questo modo: la lesione personale volontaria è punita con la reclusione da tre mesi a tre anni. La fattispecie dei fatti di Budapest rientrerebbe nelle lesioni lievissimequando la malattia che ne deriva ha durata inferiore a venti giorni (visto che la prognosi massima delle presunte vittime è stata di sette giorni) e sarebbe perseguibile solamente a querela di parte. Nei casi di competenza del giudice di pace (come questo) la pena della reclusione è sostituita dalla pena pecuniaria della multa da euro 516 a euro 2.582 o la pena della permanenza domiciliare da quindici giorni a quarantacinque giorni ovvero la pena del lavoro di pubblica utilità da venti giorni a sei mesi.
Molti esponenti e commentatori politici, tutti riconducibili alla maggioranza di governo, si sono guardati bene dal dire che, se quello di cui è accusata Ilaria Salis fosse avvenuto in una città del nostro Paese, il suo caso sarebbe stato perseguito, solamente se l’aggredito avesse sporto querela e, nel caso di colpevolezza, stabilita dal giudice di pace, la giovane donna sarebbe stata oggetto di una pena pecuniaria massima di 2582 euro o magari da qualche giorno di arresti domiciliari.
Ed invece Ilaria Salis è in carcere da 11 mesi perché, secondo la magistratura ungherese, è una componente di un gruppo di persone dal volto coperto, mostrate in un filmato, che colpiscono due attivisti di estrema destra con dei manganelli. Giova ricordare che la Salis non è stata arrestata in flagranza, ma fermata alcune ore dopo quando era su un taxi, assieme a due altre persone. Dopo l’udienza di lunedì 29 gennaio, quella in cui Ilaria Salis è entrata in aula ammanettata mani e piedi, il processo è stato aggiornato al 24 maggio. Lei si è dichiarata non colpevole rinunciando al patteggiamento di 11 anni e andando a rischiarne più di 20: otto anni di carcere per lesioni personali, otto per appartenenza a una organizzazione antifascista internazionale (considerata alla stregua di una organizzazione para-terroristica dalla magistratura ungherese) e, essendo due reati cumulati, per ciascun reato si deve aggiungere il cinquanta per cento della pena prevista, per un totale di ventiquattro anni complessivi. Anche se fosse provata la sua colpevolezza sembra una pena sproporzionata e non degna di un paese democratico. Lo ripeto: in Italia per lo stesso reato non avrebbe fatto nemmeno un minuto di carcere, al massimo qualche settimana di servizi sociali.
In un memoriale scritto a mano, diffuso dal Tg di La7, Ilaria racconta il trattamento ricevuto: sono stata costretta a rivestirmi con abiti sporchi, malconci e puzzolenti che mi hanno fornito in Questura e ad indossare un paio di stivali con i tacchi a spillo che non erano della mia taglia. Hanno messo sotto sequestro le mie scarpe e tutti i miei vestiti, ad eccezione di mutandine, reggiseno e calzini. Per più di sei mesi non ho potuto comunicare con la mia famiglia e al momento non posso ancora comunicare con i miei avvocati italiani.
È davvero accettabile che una cittadina di uno stato europeo venga trattata in questo modo in un altro stato europeo e rischi fino a 24 anni di carcere per aver manifestato contro, forse con metodi eccessivi, un evento di stampo neonazista? Questa è, a mio avviso la vera domanda che dobbiamo porci, che va al di là delle proteste, pur sacrosante, sollevate dalla visione di Ilaria in catene. Lo Stato Italiano ha il dovere di intervenire con forza per evitare che una italiana subisca una pena la cui entità appare smisurata sia rispetto alla civiltà giuridica italiana sia, persino, alla morale comune. E, ancora di più, lo deve fare oggi che a capo del governo vi è una donna, Giorgia Meloni, che dirige un partito che si chiama Fratelli d’Italia e propugna tesi nazionaliste. “Né io né Orban possiamo entrare nel giudizio che compete la magistratura; posso solo sperare che Ilaria Salis sia in grado di dimostrare la sua innocenza in un processo veloce“. La premier Giorgia Meloni ha parlato così della vicenda nella conferenza stampa al termine del vertice Ue. “Stiamo chiedendo di verificare il rispetto dei diritti” di Ilaria SalisQuello con le manette “è un trattamento riservato in diversi Stati occidentali, noi non lo facciamo. Sin dall’inizio il governo ha fornito tutta l’assistenza possibile“. Questo è tutto ciò che ha detto del caso Salis la presidente del consiglio italiana. Ma, forse, Ilaria Salis prima di essere italiana è una “zecca” e come tale non meritevole di essere difesa.
ROBERTO FIORENTINI
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