Di che paese sei?
di ENRICO IENGO ♦
E’ lì, a pochi centimetri dalla prima fila dello schieramento delle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, con casco, scudo, manganello. Si ha l’impressione che quella donna di 94 anni, piccola, minuta, fragile, possa cadere al minimo sussulto della folla dei manifestanti o dei carabinieri, al più leggero sfioramento che comprometta il suo precario equilibrio. Ma non è così. Quella donna in realtà è un gigante, uno di quei giganti buoni che popolano le fiabe dei figli o dei nipoti: forte, invulnerabile, invincibile.
Ma ciò che mi colpisce particolarmente è lo sguardo di Franca, la sua espressione che non esprime solo fierezza e coraggio: c’è qualcosa di più nel suo cipiglio severo.
Il primo pensiero che mi viene sono le parole che seguono alla frase inaccettabile del carabiniere (“Non mi riconosco nel Presidente della Repubblica”). E’ una domanda concisa, lapidaria: “Di che paese sei?”.
In quella domanda c’è già la risposta: non puoi essere un mio concittadino, non puoi far parte della comunità in cui io mi riconosco, democratica, fondata sulla Costituzione. Sei uno straniero per me, non uno straniero che chiede asilo e che ha bisogno della mia solidarietà, ma un estraneo al mio pensiero, alla mia sensibilità, uno sconosciuto che con la divisa militare occupa abusivamente le Istituzioni democratiche.
Ma tornando allo sguardo di Franca, vedo in esso qualcosa di più che fierezza e coraggio. Va oltre il confronto con chi le sta davanti. Quello sguardo è rivolto a me, a noi tutti: ci dice che a 94 anni non si smette di lottare per le cause giuste, si scende in piazza, si sfida il freddo, si provoca dialetticamente chi ci sta di fronte, con le armi della logica e della coerenza.
E’ rivolto ai giovani ai quali manda un messaggio chiaro: non vi abbandonate all’indifferenza, sprigionate la vostra forza spirituale, perseguite una idea di futuro che abbia in sé caratteri di solidarietà, di uguaglianza, di fare comunità.
Franca lo dice implicitamente: lo faccio io a 94 anni, con poco futuro davanti a me, è assurdo non lo facciate voi.
La sua testimonianza mi riporta ai nostri padri, alle generazioni ormai avanti con gli anni, a coloro che scendevano in piazza per difendere diritti e conquiste democratiche, ad un passato anche recente del quale non prevale la nostalgia impotente, ma il riconoscimento di una eredità da tutelare e rinnovare.
La manifestazione per la difesa del diritto a vivere dei Palestinesi è nel solco delle tante lotte intraprese da Franca contro qualsiasi forma di oppressione, in favore dei deboli, degli ultimi.
Da qualche anno, compiuti 90 anni, si dedica all’ennesimo progetto ambizioso: dar vita ad un movimento mondiale popolare di donne per la pace.
Lo sguardo severo e sconcertato di Franca va oltre Il carabiniere, in realtà Franca guarda il nostro Paese e ha difficoltà a riconoscerlo, ad accettare i profondi mutamenti di questi anni.
Sono convinto che dietro quello sguardo ci sia tutto questo, ma voglio credere per ultimo che esso trasmetta ancora qualcos’altro, una preghiera, o meglio un ammonimento: non fate sì che un giorno siano gli altri, gli stranieri alla democrazia, a chiedere a voi “Di che paese sei”.
ENRICO IENGO

Di che Paese siamo? Siamo spaesati, semplicemente non abbiamo più luogo. Un tempo, forse, era qui che dimoravamo. Forse no, era là.
Non è più nostro tutto questo. E’ una terra che non ci appartiene. Così diversa, così straniera. Quando terminerà l’esodo? Moriremo da stranieri?
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L’articolo solleva questioni cruciali. Penso soprattutto al tema dell’identità democratica e della sua nostra cultura sociale, sollevato in maniera sconcertante e brutale dalle parole del poliziotto. Ma cosa si insegna nelle nostre scuole? Come si reclutano quelli che dovrebbero essere i difensori dello Stato e della Costituzione?
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Sono Nicola Porro
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Un rappresentante dello Stato e della tutela dello Stato che non conosce l’ordinamento della Repubblica e nemmeno il fatto che sia il suo comandante, il Presidente della Repubblica.
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Terra mia, Pino Daniele, 1977.
“…Se mi uccido butto via quel po’ di libertà
che questa terra e questa gente un giorno mi dovrà dare.
Terra mia, terra mia, com’è bello pensarla
Terra mia, terra mia, tu sei piena di libertà…”
Suicidio e libertà.
Sono gli anni ’70, anni di speranza di un’alba, di speranza, di rivoluzione.
E la musica, mescolando l’ antico con il nuovo- la canzone napoletana e il soul, il blues- sente questa voglia di libertà, di apertura mentale, di accoglienza per il diverso- James Senese, figlio di una tamurriata napoletana.
Ora troviamo forze dell’ ordine in tenuta antisommossa alla ” manifestazione del diritto a vivere dei Palestinesi”.
Enrico, tu mi puoi capire se dico che a Civita Vecchia chiedevano: ” Tu di che razza sei? ( di che paese sei?). Era un rafforzare la propria identità geografica, etnica, sociale e politica. Ma era un Paese di poche migliaia di persone, frazionato in contrade, guardinghe l’una con l’altra, ma alla fine divenivano accoglienti , con un naturale melting pop : citavecchiesi della Prima e della Quarta, napoletani del Ghetto, la barriera invalicabile della Settima, abruzzesi della Nona.
Alla fine degli anni Settanta, simpatizzanti della Sinistra sarebbero stati dalla parte della novantanne, Franca; i giovani, il nostro futuro, sarebbero stati dalla sua parte, per difendere gli articoli della Costituzione, ma non come Carta stampata, ma Carta ” in fieri”, che si attua sui luoghi di lavoro, nelle scuole, nei luoghi di cura delle persone con il TSO, nelle carceri, dove vi sono troppi suicidi.
Mi accordo con Carlo, pur con differenze di natura politica, nel dire che non è più alba, ma tramonto, dove si scolorano organizzazioni politiche, sindacali e sociali, con tutte le teorie e la prassi del Novecento, poste dai Padri Costituenti a fondamento della Costituzione.
E mi farei una domanda: ” Ma forse, come allora, le forze dell’ordine, la magistratura, non appartengono ai ” cosiddetti” apparati repressivi dello Stato?”.
Io penso che anche oggi vi sia una conflittualità sociale e politica che non appare o che forse noi non siamo capaci di vederla.
Grazie Enrico, Paola.
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Sono Paola Angeloni
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Avendo insegnato educazione civica per decenni, la risposta che più mi sorprende è “io non l’ ho votato”. Delle due l’una: o il carabiniere ignora le più elementari basi della costituzione (non siamo una repubblica presidenziale) oppure intende esprimere la più totale estraneità allo stato democratico di cui è servitore (la “responsabilità” è di altri, non sua). Comunque la si voglia leggere, è una risposta che suscita una qualche preoccupazione.
Ettore
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Concordo con l’osservazione di Ettore e sulla sua sorpresa per quella frase del carabiniere. Anche perché non credo vi fosse l’implicita allusione al fatto che il Presidente non è eletto direttamente dai cittadini, per fortuna e grazie alla Costituzione. Devo dire che oggi pomeriggio ho avuto un lungo colloquio con due alti rappresentanti dell’Esercito Italiano, cioè del mio Paese, e ne sono stato molto riconfortato. Ma la situazione in molte istituzioni e organismi dello Stato e di altri enti pubblici (non entrando neppure nella questione della rappresentanza politica “di maggioranza”) fa dubitare della tutela di tutti i nostri “Beni comuni”. Io ricordo con nostalgia il 2001 perché abbiamo portato in Giappone, con una mostra importante, una pagina significativa della storia di Civitavecchia, ma poi ricordo che (a parte il tragico 11 settembre) fu anche l’anno di Genova e della scuola Diaz. E a proposito di scuola, seguo con molti dubbi cosa insegnano i programmi scolastici a mio nipote adolescente. E per finire, il carabiniere di Franca è dello stesso Paese di Salvo D’Acquisto e ne ha mai sentito parlare? E cosa ne pensa? Ci si riconosce?
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