Rubrica Beni comuni 66.2 (seconda parte)
di FRANCESCO CORRENTI ♦
Passando al terzo dei progetti pensati per la nostra Betlemme immaginaria, arriviamo al dicembre del 1961 e sono accaduti dei fatti nuovi che anno la loro influenza e si riflettono nella concezione delle celebrazioni natalizie. A settembre del 1958, brillantemente superato l’esame di maturità, mi sono iscritto alla facoltà di architettura dell’università di Roma “La Sapienza”, la cui unica sede è a Valle Giulia in via Antonio Gramsci. Alla stessa facoltà si è iscritta a settembre del 1960 Paola Moretti. Che ha la comodità di abitare a poche decine di metri di distanza, per via della carica paterna, e precisamente nell’alloggio di servizio del Museo Nazionale Etrusco, sistemato dal 1889 nel complesso della villa suburbana, Villa Giulia, voluta da papa Giulio III Ciocchi del Monte a metà del Cinquecento, dove sono anche gli uffici della Soprintendenza alle Antichità dell’Etruria meridionale.
Le riflessioni che portano i due studenti di architettura a constatare lo strato delle città moderne, i mezzi poco efficaci offerti dalle leggi urbanistiche vigenti, i problemi delle periferie prive di servizi, la drammatica situazione dei ceti sociali meno abbienti, le difficoltà di affrontare e risolvere, nel clima politico di quegli anni, le loro aspirazioni ideali, si traducono in alcune idee di presepi ambientati in tetre città intensamente cementificate, immerse nei fumi velenosi delle industrie inquinanti, con la capanna in cui si rifugia la coppia dei nazareni per dare alla luce il bambino Gesù in tutto uguali alle “baracche” delle borgate romane (le nostre “favelas”), dato che – come narra Luca – «quando Giuseppe e Maria giunsero a Beth-lehem non c’era posto per essi nell’albergo», il caravanserraglio di cui vi sono ancora alcuni esempi in quei paesi. La facoltà, in quegli anni, vede frequenti occupazioni per sollecitare una riforma degli studi e diverse posizioni nell’insegnamento.
La contestazione porta in primo piano tematiche nuove, una diversa coscienza dell’ambiente, un atteggiamento impegnato a concepire l’urbanistica e l’architettura come discipline inscindibili tra loro e proiettate sul territorio in funzione delle esigenze sociali, sindacali e politiche. Nella prima e seconda figura di questa puntata (terza e quarta del tema di cui parliamo) queste idee appaiono, tradotte in skyline metropolitani sintetici ma evidenti, stranianti. Ed anche Maria e Giuseppe assumono visi, fisionomie, atteggiamenti ed espressioni inconsuete. Il loro aspetto è disegnato con l’intento di esprimere la spossatezza di lei, al nono mese di gravidanza, per il viaggio da Nazareth, ma anche la dolcezza dello sguardo per l’avvenuta maternità, mentre in lui si cerca di mostrare la varietà di sentimenti che immaginiamo affollare la sua mente di giovane uomo di fronte alle nuove responsabilità, alla sensibilità scossa da rivelazioni impreviste, al peso delle scelte…
Intanto, la vita di quei due studenti è fortemente segnata – possiamo ben dirlo, “per tutti gli anni a venire” – da un nuovo legame, che si aggiunge a quello universitario, ed è rappresentato con precisione nel biglietto degli auguri inviato a parenti ed amici per le festività di quel 1961 e nuovo anno 1962. Seduti sullo sgabello girevole del tavolo da disegno, interpretano simpaticamente il ruolo del classico “Albero di Natale” e dimostrano che dalla collaborazione, dalla volontà di “unire le forze” e gli sforzi, si può raggiungere un risultato unitario e dare anche una immagine simbolica (ut unum sint…) di unità, di unione, di unicità.


Altre riflessioni ispirano le nostre idee tradotte sui fogli di carta. Da tempo, ho letto con interesse il grosso volume, presente nella biblioteca di mio padre con la 6^ Edizione del 1943 (Rizzoli, Milano, la prima del ’41), La vita di Gesù di Giuseppe Ricciotti (1890-1964), abate dei Canonici Regolari Lateranensi. Opera molto documentata, scritta in base ad accurati sopralluoghi in tutti i luoghi descritti ed a ricerche storiche condotte con criteri scientifici, fornisce una buona conoscenza della Palestina – esposta in modo gradevole, non appesantito dalle convinzioni dell’autore – quale era in quegli anni dell’impero di Augusto in cui la Palestina, allora regno di Giudea, era stata posta sotto il diretto controllo delle milizie romane di occupazione e stava per essere incorporata definitivamente nell’Impero.
La cartina della quarta figura, con le altre del predetto volume, ci consentono di vedere, se questi aspetti non li avessimo più tra i nostri ricordi scolastici, quali fossero all’epoca le diverse regioni e dove si trovassero i luoghi di cui parliamo. Un confronto mentale con le immagini poste da tanti giorni, quotidianamente, alla nostra attenzione dalla drammatica e angosciosa offensiva in atto nella “Striscia di Gaza” (il Lettore può provare a collocarla sulla mappa), dopo i tragici e disumani fatti iniziali verificatisi (oltretutto, nel doloroso momento delle vicende belliche e dei conseguenti lutti nel mondo), forse ci può aiutare a capire meglio le cose. Ne riparleremo ancora.
Per oggi voglio terminare la puntata spiegando le altre immagini delle due figure. Poiché nel frattempo, tra il ’61 e il ’62, si era costituito, tra una decina di noi studenti di architettura, il Gruppo Nuova Città (nome quasi ironico, se si pensa alla città più frequentata professionalmente nei successivi anni di professione, per ora 65) con lo studio di via Riccardo Grazioli Lante della Rovere. Per il Natale del ’65, quindi il Gruppo si impegnò ad arricchire le stanze dello studio con vari addobbi. All’ingresso, ho realizzato una grande “vetrata gotica” alta circa e metri, ripresa da una Natività di non ricordo quale cattedrale, disegnata in realtà su un foglio di plastica flessibile, con un grosso pennarello nero (forse il famoso “Flo-master” appena apparso) e con i retini adesivi a colori utilizzati per il disegno (specialmente di piani urbanistici) sulla carta lucida. Poi c’erano i biglietti degli auguri. Oggi sembra un racconto d’altri tempi, una fiaba da “C’era una volta”, ma in quel tempo lontano, usava inviare gli auguri, scritti e abbelliti da immagini, in buste “affrancate” (ovvero con attaccati dei francobolli a tariffa particolare) e spediti per posta. In quell’anno i miei biglietti rappresentavano uno degli albarelli della farmacia del mio bisnonno Antonino, ripieno appunto di auguri, quasi fossero prodotti benefici della farmacopea. È lo stesso disegno che ho riutilizzato quest’anno per gli amici di SpazioLiberoBlog, ma con la scritta “Vaccino”.
Infine, sulla quarta figura, le foto di due sculture medievali che ci piacquero molto per la loro semplicità artistica, efficace ed ingenua, durante un viaggio del Gruppo in Toscana per preparare l’esame di Caratteri stilistici. Le due scene (in fondo, dei presepi scolpiti nel marmo) erano e sono ancora nel duomo di Arezzo (San Pietro Maggiore), a sinistra entrando da Corso Italia, e sono rimasti nel nostro ricordo anche per la scritta su uno di essi, che ci parve tanto “tenera” (eravamo anche noi ancora teneri?): «PSEPIO».
FRANCESCO CORRENTI

Atmosfera colta, sentimentale e creativa.
Felicità, Francesco!
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