I CANTASTORIE TRADITI — COME SI DISTRUGGE IN CINQUANT’ANNI E SPICCI UNA CIVILTÀ COSTRUITA IN TREMILA ANNI.

di EZIO CALDERAI

Capitolo 29: Il destino delle civiltà. Nuove religioni e nuovi messia.      (seconda parte)

Il destino delle civiltà 

   La specie umana dovrebbe preoccuparsi di una nuova fase di glaciazione, anziché angosciarsi per un ciclo di riscaldamento. La conoscenza degli effetti freddo-caldo appare, completamente, stravolta e rovesciata nella percezione dei moderni. Forse il nostro Professore avrebbe dovuto aggiungere che si tratta di una percezione indotta.

   La lettura di questo libro è a dir poco affascinante. Ci racconta le fragilità dell’uomo e la sua capacità di adattamento al clima, che ne condiziona tutte le attività, dalla sopravvivenza alle guerre, alle migrazioni, carestie, malattie. Tutto dipende dal clima, persino la psicologia, l’arte, la letteratura. 

   Ci racconta della sventura del freddo, che non consente di lavorare la terra, della benedizione del caldo, che apre possibilità insperate. Il caldo è il «clima propizio alla civiltà». 

   Il freddo sconvolge la mente dell’uomo, che lo avverte come punizione divina; la ricerca dei responsabili, forestieri, diversi diventa spasmodica, donne date al fuoco solo perché usano le erbe, terribili pogrom, cui metteranno fine solo le rivoluzioni scientifiche del XVI e XVII secolo.  

   Da ultimo una cronaca, che dovrebbe farci riflettere. Ricorda Behringer che negli anni ‘60 “i climatologi erano ossessionati dall’imminenza di una nuova glaciazione”. E anche allora prese corpo, ovviamente, un dibattito acceso sulla natura antropogenica del cooling e ognuno aveva le sue contromisure da adottare. Solo nel 1977 si afferma tra gli scienziati la convinzione che le temperature stessero di nuovo cambiando: in aumento. Una volubilità degna dei virologi di oggi.  

   Di qui la tirata, tutto meno che moralistica, del nostro Professore: le terribili sofferenze delle ere glaciali, grandi o piccole che fossero, sono scritte nel nostro codice genetico, ma questo non giustifica, in tempi moderni, paranoie apocalittiche, ossessione di peccati antropogenici, caccia alle streghe, la favola dell’«equilibrio climatico» alterato dall’uomo: la sciocchezza grossolana che è la “natura da proteggere” e non il benessere dell’uomo.  

   Più e meglio di me, Behringer ci dice che la delicatezza del tema, richiede calma, pazienza, studio, anzi, dopo aver definito antiscientifica la tesi del cambio irreversibile del clima, ci lascia con accenti di ottimismo: “Il clima cambia, è sempre cambiato. Come reagiamo ai cambiamenti climatici è una questione di cultura … Non c’è che una cosa da fare, stare calmi. Se farà più caldo, ci prepareremo”. 

   Nel mio piccolo, mi sento di condividere le conclusioni del Prof. Behringer. Poco o tanto l’uomo ci mette del suo nell’aumento delle temperature, ed è ragionevole che adotti tecniche che riducano gli effetti della CO2. Il caldo, comunque, facilita la vita ed il fastidio che procura può essere tenuto sotto controllo, come testimoniano gli scienziati, che ho richiamato.

   L’importante è che ci siano più tesi che si confrontino, non come accade oggi, dove gli ambienti scientifici schierati come falangi macedoni sulla versione ufficiale emarginano chi dissente e, siccome oggi il riscaldamento globale è l’affare del secolo, chi non si adegua è tagliato fuori dai benefici di carriera, dalle pubblicazioni generosamente pagate, dai convegni lautamente finanziati e così via.   

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   Personalmente sono convinto del declino dell’occidente, ma non per questo sono cieco, tanto meno, per rafforzare la mia tesi, descriverò scene da Day after, catastrofiste, che non ci sono, anche se anomalie nella vicenda umana cominciano a intravedersi, come vedremo tra poco.

   Quello dell’Occidente è un male oscuro, che colpisce nel momento della massima espansione delle opportunità, materiali e immateriali, che si presentano agli uomini, come mai ce ne sono state nel corso della storia.

   Eppure, contemporaneamente a un senso d’onnipotenza solo apparente, si sviluppava una teoria senza fine d’incomunicabilità, di delusioni, di paure. Pensavamo di non aver più bisogno degli Dei, noi eravamo gli Dei, chi poteva impedirci di controllare gli stessi elementi, caldo, freddo, pioggia?

   Avevamo dimenticato la Torre di Babele e le innumerevoli volte in cui Dio aveva punito gli uomini per la loro arroganza.

   Poi verranno le milizie degli idioti, che picconeranno, senza conoscerla, la storia, cancelleranno tre millenni di civiltà, rigorosamente quella occidentale, dell’uomo bianco, eterosessuale. Leggeremo sui giornali che le statue, simboli di quel passato, sono state gettate in mare, imbrattate, mutilate.

   Apprenderemo che Omero è un maschilista, Shakespeare, non ne parliamo, a Teatro un regista, che aveva fatto le sue prove a Santa Galla, allestisce la Carmen di Bizet, facendo morire Don Josè e non Carmen.

   E sarà peggio, anche se, ricordiamocelo sempre, il peggio non ha mai fine, specie quando gli eroi dei nostri tempi non vogliono difendersi. Meglio evitare attriti.

   Torniamo, però, a Greta e alla sua terra.

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   La Svezia nasce come terra di guerrieri, occupa i suoi vicini, fino a impadronirsi nel XVI secolo dell’intera Scandinavia, poi porta la guerra in Europa e occupa ampi territori in Germania, Polonia, nei principati baltici, in Russia. Verso la fine del ‘700, dopo gravissimi rovesci, si ritirò nei suoi confini e gradualmente inaugurò una politica di neutralità, a volte ufficiale a volte di fatto. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Svezia godeva di uno status di neutralità, che dura ancora oggi.  

   L’astensione dalle armi stimolò gli svedesi verso arditi esperimenti, talvolta poco edificanti.      

   Recentemente, a seguito delle rivendicazioni di un’etnia minoritaria (Samis o Lapponi), è stata fatta luce su un istituto di biologia razziale, interno all’Università di Uppsala, dove venivano condotti studi sulle teorie eugenetiche. L’Istituto venne creato nel 1922 ed era finanziato dallo Stato. Nei locali interrati di una delle biblioteche dell’Università sono conservate 12.000 foto di individui o famiglie, classificati per razza: svedesi di ceppo puro, popolazioni miste, e altre minoranze, come valloni, finlandesi e soprattutto Samis, ultimo popolo autoctono d’Europa.  

   I Samis erano oggetto di studi particolari, si può dire su larga scala, come confermato dagli scheletri ritrovati almeno in 12 siti. Quello di Uppsala, fu il primo istituto di biologia razziale, dove si teorizzava la gerarchia tra le varie razze, si studiava l’eugenetica, usando le nuove tecniche della antropometria, desumendo la differenza tra le varie razze dalla misura del cranio.   

   Istituti del genere vennero promossi in molti altri Stati, ma quello di Uppsala fu il primo e l’unico finanziato dallo Stato. Talmente prestigioso, da suscitare l’ammirazione di molti studiosi tra cui Hans Günther, che ci studiò un anno per poi diventare uno degli architetti della politica di sterminio del III Reich. I nazisti avevano sempre sostenuto che la razza ariana venisse dai paesi nordici.   

   Negli scritti, nei disegni, nelle fotografie, la razza bianca è valorizzata per il portamento, per la forza e la salute, che le immagini esaltano; mostra Samis e Rom sporchi per suscitare un’impressione di trascuratezza e povertà. Questi repertori, ce ne sono 12.000, venivano usati per mettere in guardia dai rischi della contaminazione, arrivando a mescolare le fotografie di Samis e di Rom con quelle di prostitute, vagabondi, alcolizzati, malati.  

   Lo scopo – se così si può chiamare senza vergognarsene – dei biologi razzisti, in particolare di Lundborg che fu a lungo il loro capo, era dimostrare che le classi superiori, bianche, erano tali per caratteristiche fisiche, intellettuali e morali e, riproducendosi con moderazione, dovevano essere protette delle razze inferiori, prolifiche e portatrici di tubercolosi e alcolismo. Solo così, la civiltà e le virtù, associate alla razza pura, si sarebbero conservate.  

   Fortunatamente questa deriva razziale cessa nel 1935 e l’Istituto orienta la ricerca sulla medicina genetica, ma il male oscuro rimane. In Svezia, quando era ormai sparito in ogni altro paese, si perpetua il concetto di «igiene razziale», per eliminare pretese tare e vizi, che affiorano nella società, specie tra le donne in prigione, tra i malati mentali, tra gli individui considerati «socialmente inadatti».

   Su questi soggetti fino al 1973 viene praticata una sterilizzazione su larga scala.  

   I congiunti dei Samis scomparsi ancora cercano, tra mille difficoltà, i loro cari[1].  

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   La seconda ardita anticipazione svedese, sicuramente e, per fortuna, non paragonabile alla prima, fu il primato dell’ambiente e dell’ecologia sulla vita stessa dell’uomo.

   La suggestione risale addirittura alla metà dell’Ottocento, ma fu un primo ministro, in carica durante la Seconda guerra mondiale, a dargli sostanza politica. Ecco questa è una prima specificità: il bisogno di proteggere l’ambiente non nasce dal basso, ma dai vertici dello Stato.    

   Un altro primo ministro, Olaf Palme, fu capace di mettere all’attenzione mondiale negli anni ’70 la questione ambientale. Ai suoi collaboratori chiedeva di lavorare giorno e notte per salvare il mondo dalla catastrofe e nel 1973 già asseriva: «la colpa della civiltà occidentale è grande».  

   Palme cancella l’individuo, specie se occidentale, e si affida alla collettività, denunciando nel 1976 l’occidente di ecocidio (uccisione dell’ecologia); è un uomo politico di spessore, amato dal suo popolo e stimato all’estero, tra i candidati alla segreteria dell’ONU, ma è indubbio che fosse animato da un integralismo ambientale non distante dal marxismo. Palme morirà tragicamente, ucciso da un folle, mai scoperto, uscendo con sua moglie da un cinema di Stoccolma.    

   Un terzo primo ministro, a cavallo degli anni 2000, per primo, parlerà di sostenibilità, e una volta di più si capisce che è un altro modo di combattere il capitalismo. La società aperta e liberale in Svezia non ha diritto di cittadinanza, si negano, pur di non indebolire la causa, i miglioramenti degli ultimi decenni in occidente, l’aumento delle aspettative di vita, inconcepibile se l’inquinamento non fosse stato ridotto. Forse agli integralisti bisognerà ricordare che Hitler fece una meravigliosa legge sulla natura; per lui, ma, sembra di capire, anche per i popoli nordici, meglio un albero che un uomo.  

  Santa Galla[2] è aperta a tutti, basta candidarsi. I primi a farlo sono stati gli islandesi, i quali, Primo ministro in testa, hanno celebrato il funerale di un … ghiacciaio! Targa ricordo all’altezza.  

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   La storia è spietata. Da mesi la Svezia è in fiamme. L’utopia di un mondo che relega l’uomo a un ruolo subalterno per rendere felici alberi e animali, che apre indiscriminatamente a popolazioni di costumi e religioni diversi, che i residenti non comprendono, si sta sgretolando nella violenza. Molti degli immigrati si sono integrati, ma la maggioranza di essi non ce l’ha fatta o non ha voluto farlo e ora è un corpo estraneo. Si sono riuniti secondo le proprie origini e la propria lingua e ciò che è peggio ogni comunità ha la sua banda, che, con la violenza, controlla il territorio, dove impone traffici illeciti di ogni tipo.

   La cosa stupefacente è che la stampa italiana, come della gran parte dei paesi europei, almeno credo, non ne parla.

   Se fossi più cinico direi che in tutto questo c’è una Nèmeṡi, la Dea della mitologia greca, che punisce chi, uomo o nazione, incapace di cogliere la giusta misura, turba l’ordine dell’universo.

   Se ricordate nel capitolo 26 facevo cenno alla decisione del Parlamento europeo di eliminare dalla costituzione in discussione ogni riferimento alle radici greco-romane, giudaico-cristiane dell’Europa.  

   Prevalse l’opinione dei Paesi del Nord, Svezia in testa, probabilmente.

   Mi trovai a pensare, da tifoso, o forse no: quei popoli alle spalle hanno il martello di Thor, l’anello di Odino, le serie televisive sui Vichinghi; mica per dire, noi abbiamo qualcosa di più.

   Già, peccato che ce ne siamo dimenticati.  

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   La digressione per dire, con il massimo rispetto per la fondatrice della nuova civiltà, che iniziare con una mistificazione non è un buon esordio. Greta non è l’avvento, ma epigone di una tradizione politica svedese ultracentenaria, dove il confine tra ambientalismo, anticapitalismo e odio per valori occidentali è assai labile. Non è un caso se, all’epoca di Palme, molti nel Politburo sovietico, dicevano che il vero socialismo era in Svezia.

   Non è l’avvento neppure per il riscaldamento climatico, di cui si parla almeno da 40 anni prima che nascesse, solo che Greta è molto più furba: nessuno si era azzardato a calcolare il tempo che rimane   

a Venezia prima di essere sommersa dalle acque, a innumerevoli isole e isolette del Pacifico. Per fortuna Venezia ha conservato la posizione che occupa da 1600 anni e le isolette pure.

***

   Greta è intelligente, volitiva e fantasiosa, capisce che, per raggiungere il successo, le buone cause non bastano. L’epopea di Steve Jobs indicava la strada. 

   Il geniale fondatore di Apple, capì che non bastava fare prodotti speciali, ce n’erano tanti, di qualità e potenzialità praticamente identiche. Ci voleva un quid pluris, come avrebbero detto gli insostituibili latini. Jobs ci riuscì, circondando di sacralità i suoi arnesi. Il logo anzitutto – quello che io chiamo «la mela mozzicata», che ci riporta all’origine della creazione, in secondo luogo la continuità degli arnesi, che imita la continuità delle generazioni. Arnese I, II, III, IV all’infinito e ogni volta mi metto in fila, 24, 36, 48 ore, non importa, lo debbo avere, non è escluso che l’ultimo ci svelerà la verità.

   Anche il fenomeno Jobs va affrontato con spirito laico. Io l’ammiro, gli perdono di averci venduto centinaia di milioni (miliardi?) di arnesi, contrabbandandoli per il santo Graal dei nostri tempi, ma non posso perdonargli di averci reso tutti più ebeti, più ignoranti, più alienati.

   Greta deve aver pensato: ce l’ha fatta Steve Jobs, perché non dovrei riuscirci io?

   Di qui la statua, il verbo, l’iniziazione dei sacerdoti che dovranno percorrere le vie del mondo. Il tempio seguirà. Spero solo che questa ecologia della liberazione non richieda il sacrificio sull’altare, che tanti cristiani hanno pagato.

   La seconda mistificazione è servita

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   Una nuova religione ha bisogno di profeti o, se preferite, di padri nobili.

   Cadeva a puntino un tedesco, Paul Ehrlich, il quale nel 1968 dichiarò sobriamente: «La battaglia per sfamare tutta l’umanità è finita. Negli anni Settanta, il mondo subirà carestie – centinaia di milioni di persone moriranno di fame».

   All’appuntamento non successe niente. Anzi, l’approvvigionamento alimentare triplicava, anche grazie agli OGM, che i green vorrebbero eliminare, condannandoci al chilometro zero.

   Si sa, le religioni, anche quelle in fieri, sono fatte di misteri e il profeta Ehrlich ne è depositario, la penuria del cibo non gli bastava, aggiunge le materie prime. Un fenomeno! Negli anni Ottanta anticipa eventi che sarebbero accaduti 35 anni dopo, non per colpa degli uomini, tuttavia, ma della guerra.

   Il Professore/profeta ne fece di peggio e di più, passando dalla stagione esoterica a quella totalitaria, suggerendo agli stati misure draconiane per il controllo delle nascite.

   Dietro di lui un esercito di seguaci, che lo scavalcarono, non saprei dire se a destra o a sinistra, predicando oltre al controllo forzoso delle nascite, l’abbandono al loro destino dei vecchi. In Europa, dove non ci facciamo mai mancare niente, ci abbiamo messo mano.

EZIO CALDERAI                        (CONTINUA)

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[1] I dati li ho tratti da un reportage de Le Figaro di aprile 2022.
[2] Galla è una matrona romana di fine impero, ricca e religiosissima. Nella sua enorme casa, a Roma, apparve la Madonna e lei fece costruire una chiesa e intorno ricoveri per anziani malati di mente. La chiesetta rimase in piedi fino al secolo scorso. Negli anni ’30, ormai fatiscente, venne demolita. Ci fu una protesta popolare e nel 1940 fu ricostruita. Oggi si trova all’interno di un grande centro medico per la cura dei malati di mente. Galla, rimasta nel cuore dei romani, venne proclamata Santa.