L’Ideale

di TULLIO NUNZI

Sarà un po’ retorico ma è vero; quando chiude un negozio muore un pezzo di città.
La chiusura, spero momentanea del ristorante “Ideale”, significa una perdita di un patrimonio identitario oltreché commerciale della città.
Personalmente ho cominciato a frequentarlo ai tempi in cui eravamo un po’ tutti “fagottari”.
Andavamo all’Ideale, oltreché per fare il bagno anche per mangiare durante i giorni di festa, o per Ferragosto.
A quel tempo si andava con la “corriera,” o con numerosi viaggi di una unica 600, targata Roma 290438; non esistevano piatti di carta, per cui ognuno portava un fagotto,con vettovaglie, cibo, giochi, ciambelle, canotti.
Su tavoli e panche che costituivano il ristorante poggiavi il tutto e ordinavi il vino, il primo piatto (difficilmente si sceglieva) e bibite per i bambini, il resto da casa: spesso erano lumache o una insalata di “mosciame”, ormai vietato.
Un ristorante che era aperto da circa 70 anni, un vero patrimonio sociale e storico.
Qualche anno fa premiammo i negozi storici della città,con alcune imperdonabili dimenticanze e scoprimmo attività con circa cento anni di storia, tre generazioni familiari, veri e propri monumenti vivi della vita produttiva di Civitavecchia, un incredibile patrimonio identitario; attività che hanno superato crisi economiche, hanno saputo innovarsi, per fronteggiare le esigenze del mercato, passando il testimone di generazione in generazione.
Una miscela di innovazione e tradizione, di capitale sociale di relazioni e tradizioni da valorizzare difendere e tutelare.
Una risorsa fondamentale per il territorio, il centro storico;
In alcuni casi memoria attiva della storia della città, speranza per il futuro, vera passione da bottegai o meglio da microcapitalismo cellulare, che a Civitavecchia detiene oltre il 70% dell’occupazione e di partecipazione al PIL .
Interpreti di valori di impresa; perché dietro una bottega, un negozio, una insegna c’è sempre il lavoro di persone, uomini e donne, anzi più donne, di famiglie, di relazioni, di fiducia.
Una economia che si differenzia rispetto a quella globalizzata e che tenta di resistere mettendo sempre al centro la persona.
Per cui e’ il negozio sotto casa è quello che contribuisce a fare di un luogo una città e di una città una comunità.
Centri storici, non luoghi chiusi blindati, ma zone da rilanciare e valorizzare.
Dall’incontro di conoscenze e tradizioni dei centri storici si possono sviluppare economie ad alto valore aggiunto.
E per questo debbono essere preservati prima che vadano persi per sempre e con loro le varie relazioni sociali, culturali.
Nelle polis greche l’agorà era luogo di incontro e quasi sempre un luogo di mercato, perché le attività commerciali svolgevano una funzione civile collegata alla città. Sul porto di Amsterdam c’era scritto ”commercium et pax”.
Un centro storico inteso e collegato a doppio filo con il terziario: i negozi come volano per il centro storico e il territorio come parte integrante del prodotto offerto dalla impresa.
Il centro va considerato come un vero e proprio centro commerciale naturale e non semplice variegato di negozi ed attività.
Programmi e progetti che tutelino il rilancio dei centri urbani, l’equilibrio tra funzioni urbane e le diverse tipologie di vendita.
Un centro commerciale naturale come quello che era nel passato il mercato di piazza Regina Margherita ormai diventato una dimenticata periferia, ridotto quasi a “non luogo”.
TULLIO NUNZI