“AGORÀ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI  –  RIGORI: GIOIE E DOLORI!

di STEFANO CERVARELLI  ♦

La partita è finita. E’ stata bella avvincente, piena di colpi di scena, ma è finita in parità.

Si sono giocati i tempi supplementari, ma nemmeno questi sono bastati per decretare la squadra vincente.

E’ il momento dei calci di rigore; le squadre si ritirano a centrocampo, ognuna nel proprio piccolo accampamento e da lì assistono, abbracciati nell’ultimo gesto di reciproco sostentamento, al duello che sta per combattersi tra tiratore e portiere e che decreterà la loro sorte: scoramento, pianto, disperazione, esultanza, gaudio, gioia sfrenata sono lì pronte a concedersi all’una o all’altra squadra; le lacrime no, loro saranno di tutti, vincitori e sconfitti.

I duellanti si studiano, si guardano, cercano di capire l’intenzione dell’altro, attimi lunghissimi ma pur sempre attimi quelli in cui devi decidere cosa fare; il tiratore fisserà un punto ed il portiere non saprà se il tiro andrà lì oppure è solo un diversivo, una finta; dovrà far conto sul suo intuito e buttarsi dove riterrà indirizzato il pallone; tutto nello spazio di una frazione di secondo, ma quale sarà il momento giusto? Né troppo presto per non dare modo al suo avversario di cambiare mira, né troppo tardi per non correre il rischio di non arrivare all’impatto della mano con il pallone. Bloccare un calcio di rigore? Sogno segreto di ogni portiere.

Loro si guardano, poi il tiratore distoglie lo sguardo; il mondo li guarda, occhi meccanici impietosamente riprendono i piedi, le mani, il volto, gli occhi, sono immagini alle quali milioni di tifosi si aggrappano per capire come finirà, immagini alle quali sono affidati sogni, speranze di due nazioni.

Ma loro non possono permettersi di pensare di stare sotto gli occhi del mondo, no, loro devono studiarsi, imbrogliarsi con finte, uno è pronto a prendere la rincorsa, in quello spazio che lo separa dal dischetto affinerà la sua scelta finale; l’altro, a 11 metri di distanza, sta scivolando a destra e sinistra,  muovendo vorticosamente le braccia. Assistiamo ad un duello insolito: dove il tiratore non deve colpire l’altro, mentre questi deve fare del tutto per farsi colpire dal proiettile, cioè il pallone.

Sono soli nell’Ok Corral dell’area di rigore, frazioni di secondo li separano dalla gioia più immensa o dalle lacrime più amare.

Però, se ci pensate bene, non è proprio un duello alla pari, se non altro psicologicamente, perché sono in cinque contro uno; il tiratore di turno si appresta al dischetto, sistema il pallone, si allontana, si concentra, fa la sua scelta, poi parte, tira, che segni o che sbagli, il suo momento d’ansia, il suo particolare stato psicologico è terminato, torna nel suo accampamento dove troverà abbracci di gioia o di consolazione, ma si sarà scaricato del suo peso.

Il portiere no, egli è chiamato per cinque volte a vivere i momenti che precedono il tiro, momenti d’ansia estrema dalla quale non farsi imprigionare, fa ricorso a tutta la sua capacità, alla capacità di concentrazione, al suo sangue freddo, alla sua capacità di leggere l’intenzione del tiratore, capire dai suoi passi dove andrà a finire il pallone, non abboccare alle finte, anzi farne a sua volta, uno stress non indifferente che si si rinnova per cinque volte. E le cose si complicano maledettamente se tiratore e portiere hanno avuto modo di trovarsi già di fronte nel corso dei tempi regolamentari. A quel punto il pensare diventa veramente intrigante, devi cercare di capire cosa può pensare l’altro, in pochi secondi devi essere contemporaneamente tiratore e portiere e viceversa portiere e tiratore, vi sembra facile?

Rigori, prova senza appello, antitesi del calcio, ricorda i giochi che facevamo da adolescenti, giocatori che dopo quasi due ore di panchina entrano in campo solo per quella giostra da virtuosi del tiro.

Rigori, c’è che li maledice perché non voleva arrivarci, ma non ha saputo concretizzare la propria superiorità e c’è chi fa salti di gioia perché, cosciente della propria inferiorità, puntava proprio all’esito favorevole della lotteria: tanto non aveva niente da perdere.

Ma se la fortuna, i virtuosismi hanno la loro importanza, per essere “uomini da rigore” bisogna usare, e lo si sarà capito da quanto detto sopra, la testa.

Ed allora con l’aiuto di neuroscienziato, Niklas Hausler, che ha compiuto studi su come funziona il cervello dei giocatori, e di un suo amico, Patrik Hantschke, ex calciatore, cerchiamo di capire la funzione e l’importanza  di un requisito importantissimo nei rigoristi: la testa o, per meglio dire, il cervello.

Febbraio 2018 due amici si rincontrano dopo un po’ di tempo ed iniziano a parlare delle loro attività fino a quando concordano nel dire: ”E se provassimo a mettere la neuroscienza al servizio dei calciatori?”. Chi lo dice per primo non si sa, quel che è certo è che i due iniziano a progettare qualcosa che potrebbe rivoluzionare la metodologia degli allenamenti delle grandi squadre.

Fondano una società ”Neuro 11” che viene definita: ”L’allenamento neuroscientifico basato su dati, per atleti d’elìte” , e rappresenta un autentico salto nel futuro: si allena il cervello dei calciatori, lo si prepara a quei momenti dove dovrà far ricorso alla massima concentrazione, in pratica aiutano ad usare la testa.

Quante volte abbiamo sentito dire agli allenatori: ”usa la testa!” oppure fare gesti eloquenti che invitano all’uso di questa; solo che in questo caso “usare la testa” ha basi scientifiche: ai giocatori vengono fatti indossare caschi fatti di sensori cerebrali che registrano l’attività del cervello durante gli allenamenti, un computer raccoglie i dati ed elabora un piano.

A questo punto vengono stilati allenamenti tendenti a portare i giocatori in uno stato di massima concentrazione, una specie di trance agonistica che permetta alla mente ed al corpo un perfetto allineamento.

“Misuriamo l’attività cerebrale dei giocatori” spiega Hausler ” per metterli in condizione di trovare lo stato mentale ottimale ogni volta che c’è da tirare un calcio d’angolo, una punizione, un rigore.

Il giocatore impara così a concentrarsi, in quel momento, su ciò che conta di più.

La ricerca ci ha mostrato che questo stato mentale, direi ottimale, è associato a un movimento preciso; il nostro lavoro vale anche per quei giocatori che, reduci da infortuni, devono ritrovare lo stato mentale ideale per il rientro. Gli aspetti della nostra attività sono molteplici, ma sempre indirizzati, studiati a livello personale”.

Questo allenamento mentale funziona soprattutto nelle situazioni di calci da fermo, il momento cioè in cui il calciatore è solo; dando per scontata la tecnica quello che occorre è l’attenzione, l’esecuzione perfetta.

Ma come è stata accolta questa metodologia, davvero innovativa, nel mondo del calcio?

Il primo ad accorgersi del suo potenziale stato è Jurgen Klopp, uno degli allenatori più moderni, ct del Liverpool; in passato egli si era già avvalso della collaborazione di specialisti di altri sport per migliorare l’autostima dei propri giocatori e per allenarli alle rimesse laterali (oggi nello sport niente più è lasciato al caso).

L’allenatore tedesco ha subito voluto che i neuroscienziati di “Neuro 11” gli spiegassero il loro metodo ed ed immediatamente è partita la collaborazione ed iniziato il lavoro durante gli allenamenti: un lavoro che diventava più intenso con l’avvicinarsi di partite fondamentali o finali.

Quando il Liverpool si aggiudica  la FA CUP ai rigori, Klopp non esita a dividere i meriti con Hausler e Hantschke.

I numeri dicono chiaramente che dietro i successi della squadra inglese c’è anche l’allenamento sul cervello; il Liverpool è la squadra che ha avuto il miglior  rapporto corner/gol  della Premier League e tra le migliori in Europa per questo dato.

Naturalmente come d’altra parte sostiene Hausler, solo il tempo potrà dire quanto ancora si possa migliorare in questa direzione, indubbiamente però, (ed altre discipline ne stanno dandole le prime conferme), allenare gli aspetti mentali è il prossimo traguardo dello sport professionistico.

Ai puristi del calcio questa innovazione scientifica farà forse storcere il naso; parlare di caschi con elettrodi applicati alla testa dei calciatori mentre si muovono sul prato verde, farà riaffiorare la solita paura con la quale il calcio si trova a dover fare i conti ogni qualvolta che una novità, qualunque sia, entri nel suo mondo.

Paura che non ci sia più spazio per il talento, che i calciatori rassomiglino sempre più a cyborg.

Indubbiamente il calcio deve mantenere integra la sua purezza, le sue origini, le sue basi tecniche, ma questo a livelli inferiori (anche se qui non devono venir meno le aperture alle innovazioni) il  mondo professionistico rappresenta un mondo a parte, non serve certo che vi spieghi perché. Ed in questo mondo tutto ciò che, in modo assolutamente lecito, permette un progresso, di qualunque tipo, tecnico, atletico, mentale deve trovare indiscutibilmente spazio, anche ai fini, vorrei aggiungere, di superare quelle fasi di gioco stagnante, fatto di innumerevoli passaggi che lo rendono noioso.

Un lavoro come quello di Neuro 11 che consenta ai calciatori di mostrare il loro talento in circostanze particolari, che permetta di conservare ed esprimere al meglio la loro creatività, di mantenere concentrazione e controllare meglio la mente, va visto positivamente. Anche perché una maggiore capacità di controllo servirebbe, almeno me lo auguro, ad evitare scene ed episodi riprovevoli. Il lavoro mentale funzionerà solo sui tiratori? Se fosse così per i portieri si prospettano duelli sempre più impari.

Per concludere voglio dire che la Francia dovrebbe prendere in seria considerazione l’idea di adottare questa nuova metodologia: è la seconda volta che perde un Mondiale ai rigori.

STEFANO CERVARELLI

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