“AGORÀ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI  – TRA FIABA E REALTÀ’

di STEFANO CERVARELLI ♦

Si avvicina il Natale e come è tradizione in questo periodo si usa leggere fiabe, leggende e storie vere che hanno il sapore delle fiabe; è non forse una fiaba la storia  di un ragazzo povero che diventa il più forte giocatore di basket del pianeta?

Ecco, io oggi voglio raccontarvi questa storia, la storia di Giannis Antetokounmpo.

E come tutte le fiabe che si rispettino anche questa inizia con :”C’era una volta….”.

C’era una volta, ma c’è ancora ad Atene, un quartiere molto popolare: Sepolia. Qui, in queste povere case, abita una coppia di giovani nigeriani arrivati clandestinamente in Grecia due anni prima di quel sei dicembre 1994 quando viene alla luce il loro terzo figlio maschio; lo chiamano Giannis, il cognome è una specie di scioglilingua: Antetokounmpo.

La sua storia è fatta di conflitti e contrasti; appunto come le fiabe bisogna saper presto da che parte stare, nella luce o nell’ombra, in particolar modo se si è figli di immigrati clandestini.

La vita di Giannis nasce nell’ombra e procede nell’ombra, perché semplicemente non poteva stare nella luce; non poteva dire in giro dove abitasse la sua famiglia, cambiavano casa regolarmente perché non potevano pagare l’affitto, sempre con la paura che qualcuno facesse la spia alle autorità e arrivasse la polizia per deportarli. Non poteva girare di notte per i vicoli bui di Sepolia per il timore di incontrare le ronde di skinhead di Alba Dorata e passare così un brutto, molto brutto, quarto d’ora.

Praticamente la parola d’ordine della sua famiglia, come di tante altre famiglie, era non dare nell’occhio. Ma come fai quando sei – insieme ai tre fratelli – l’unico ragazzino nero in una scuola di bianchi? Hai un cognome che nessuno sa pronunciare, figuriamoci a scrivere e per di più, fin da piccolo, sovrasti tutti gli altri di una testa? Il quartiere di Sepolia era una chiassosa e problematica macchia di colore nell’austera capitale, dove si parlavano tante lingue diverse, ma che quasi tutte chiedevano aiuto. Non c’è da meravigliarsi quindi se un partito come Alba Dorata sfondasse (anche letteralmente facendo cioè irruzione nei seggi) proprio in zone come Sepolia perché, semplicemente, prestava orecchio dove altri si rifiutavano di ascoltare.

Giannis e il fratello più grande Thansis accompagnavano i genitori, andando poi soli da grandicelli, per le pittoresche strade di Atene  a vendere souvenir o capi di moda contraffatti.

L’unico svago per i due fratelli consisteva nel giocare a basket in un campetto vicino casa, avevano un  solo paio di scarpe da gioco e si alternavano nell’infilarle.

Qui bisogna sfatare una retorica: Giannis, più tardi, cominciò a giocare a basket non per pura passione; lo fece perché qualcuno lo aiutò ad uscire dall’ombra per trovare una strada di luce convincendolo a guardare a quel gioco come una possibilità di poter far guadagnare soldi per i genitori;  all’epoca Giannis aveva 15 anni,  dovette imparare cose nuove tipo: a fidarsi dei compagni di squadra, trattarli come amici e non come aveva fatto fino ad allora, come un gruppo di superiori a cui dare del lei; questo per lui significava  schiudere uno spiraglio di luce nell’ombra della sua vita.

In campo non poteva più nascondersi, doveva  mostrarsi in tutta la sua lunghezza (ora è alto 2,12 mt.) e larghezza (non molta), correre, palleggiare, lanciarsi verso il canestro, anche se ancora le magre gambe non  lo portavano a schiacciare.

Spesso gli capitava di sentirsi troppo in luce ed allora cambiava il suo modo di giocare, non più proteso nei virtuosismi offensivi, ma bensì ripiegato tra le file della difesa. Quando cominciò a diventare bravo le squadre avversarie concentrarono la maggior parte dell’attenzione su di lui  e questo lo mandava in crisi perché si accorgeva che la sua formazione era ancora acerba; allora lasciava spazio ai compagni rifugiandosi nel gioco cosiddetto “sporco” fatto di corse, salti, rimbalzi, tuffi a recuperare palloni; credeva in tal modo di rendersi invisibile; crescendo capiva però, piano piano, quanto ciò che è invisibile sia concreto.

Una lezione che gli tornò utile più tardi, quando bravo lo diventò davvero al punto di essere considerato il più forte giocatore del pianeta.

Anche se qualche volta ancora portava in sé il ricordo del nascondersi nell’ombra,  se tornava il ragazzo di quando al Filathlitikos, il suo coach Zivas lo mandava a giocare con la prima squadra e lui, smilzo e altissimo, per non finire nei duri scontri dei veterani dell’A2 greca, si muoveva tra le linee, nell’ombra.

Lui, che dalla giovanissima età, aveva imparato a vivere tra poche, molte poche luci e tra tante  ombre, che aveva imparato a sapersi nascondere quando occorreva, ma anche a mostrarsi quando serviva, riesce a mescolare queste due, chiamiamole qualità, fino a dipingere un chiaroscuro naturale: rabbia e paura indirizzate verso un traguardo: la sua squadra conquista il secondo anello  50 anni dopo Kareem e Oscar Robertson e lui Giannis Antetokounmpo conquista l’ambito riconoscimento di miglior giocatore NBA dell’anno 2021.

Anche l’immagine pubblica di Giannis risente di questa questa sua caratteristica, di stare tra luce ed ombra, tra nascondersi e mostrarsi.

All’inizio della carriera professionistica non parlava volentieri della sua adolescenza greca, non si esponeva  in tematiche politiche e sociali, questo nonostante potesse farlo perché in possesso  di una notevole esperienza in fatto di integrazione, discriminazione, razzismo. Nascondeva tutto questo in un angolo buio, ma certo non la cancellava, non la dimenticava. Più tardi Giannis, ricordando quel periodo, diceva: ”Alcune sere, se non vendevamo niente, per cena non avevamo nulla, è stata durissima”.

Oggi, diventato l’ambasciatore della NBA nel mondo, ne parla serenamente a viso aperto e sia che lo faccia con i gesti sia con le parole, dentro la sua voce c’è sempre quella dei tre mondi che Giannis ha unito idealmente con un ponte: la città di Milwaukee, dove è divenuto una star, Sepolia, i sobborghi di Atene e di qualunque altra città dove le minoranze lottano per emergere per avere diritti e cittadinanza e infine l’Africa, con alle spalle antenati  che in un lontano passato effettuarono la traversata atlantica  chiusi nelle stive delle navi e il cui ricordo Giannis porta con sé ogni volta che sale su un aereo.

La storia di Giannis, un ragazzo che dalla miseria, dal possedere un paio di scarpe in due, dall’essere costretto a nascondersi perché nero e clandestino, arriva ad essere la stella più ammirata del firmamento NBA insegna che i venti del fato puoi cavalcarli ma mai ammaestrarli e ancor meno ignorarli.

E a proposito di fato voglio raccontarvi un episodio.

Giannis da poco aveva intrapreso la carriera professionistica e tutti i soldi che guadagnava li spediva alla sua famiglia in Grecia.

Una sera, a poche ore da una partita importante, si recò in Western Union per spedire il denaro; mandò tutto il suo stipendio senza accorgersi che per lui erano rimasti pochi spiccioli.

L’arena dove si disputava l’incontro era distante: i soldi per il taxi non bastavano. Non poteva assolutamente saltare quella partita; senza pensarci troppo decise di andare al campo di corsa.

E così fece, correndo ad ampie falcate tra i passanti e in mezzo al traffico.

Aveva fatto due miglia quando venne affiancato da una macchina, l’uomo che era al volante si sporge dal finestrino e gli grida: ”Ehi, ma tu non sei il rookie (recluta) dei Bucks?”. “ Si” rispose Giannis” sto correndo al campo perché non ho i soldi per il taxi e devo arrivare in tempo per la partita”. “Sali” rispose l’uomo” ti portiamo noi”. Senza quell’incontro Giannis forse non sarebbe arrivato in tempo e la sua strada, sempre forse, sarebbe stata un’ altra. Più tardi firmò un contratto da 100 milioni per tre anni, probabilmente avrebbe avuto sempre in tasca i soldi sufficienti per prendere un taxi.

Questa è la fiaba di Giannis Antetokounmpo, bambino povero che vendeva, di nascosto, souvenir ai turisti per le strade di Atene  e che finì per diventare uno degli atleti più pagati al mondo.

BUON NATALE!

STEFANO CERVARELLI

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