I CANTASTORIE TRADITI – COME SI DISTRUGGE IN CINQUANT’ANNI E SPICCI UNA CIVILTÀ COSTRUITA IN TREMILA ANNI.

di EZIO CALDERAI ♦

Capitolo 3: Il risveglio.

    «Il cavallo … il cavallo … il sangue». Erano passati tre giorni e lo straniero non si era ancora svegliato e neppure aveva riaperto gli occhi. Solo quelle parole, ossessivamente. Mangiava poco e a fatica. Le donne venivano tutti i giorni e, dopo i rimproveri di Sofia, lo tenevano immacolato.

   Anche Kyros, finito il lavoro, si sedeva accanto al letto dello straniero nella speranza che si svegliasse e dalle labbra gli uscissero altre parole. Il giorno dopo fu premiato. L’uomo, di colpo, si mise a sedere sul letto e, senza aprire gli occhi, quasi gridò: «Stiamo pagando per quello che abbiamo fatto, la tempesta è il segno dell’ira degli Dèi … stammi vicino … stammi vicino …», poi cadde sul letto, sfinito.

   Però si vedeva che stava meglio. I colori gli stavano tornando sul volto.

***

   Era passata una settimana precisa dal salvataggio e al mattino, quando si alzò, Kyros rimase sbalordito nel vedere lo straniero in cucina avvolto in una pesante coperta. Si ritrasse, come impaurito, cercò di alzarsi, ma non ci riuscì. «Non devi temere, sei a casa mia, io mi chiamo Kyros, è una settimana che dormi, ti abbiamo trovato sulla spiaggia il giorno della tempesta. Non devi fare sforzi, ora ti scaldo il latte e mangi qualcosa. Come ti chiami?».

   «Non ricordo niente, neppure il mio nome. Non so da dove vengo. Ricordo soltanto la furia della tempesta, sembrava che il mondo dovesse finire. Almeno ora so chi ringraziare». Anche la facilità del linguaggio sorprese Kyros, ma era un buon segno, la testa era a posto e parlava il greco meglio di lui.

   Li aveva raggiunti Dafne, anche lei sorpresa nel vedere l’uomo di nuovo in piedi.

   Dopo aver mangiato qualcosa, Kyros gli disse: «vieni andiamo alla vasca dove corre l’acqua calda, ti aiuto io, ci laveremo e proverai una sensazione di benessere che non hai mai provato».

   Rientrati a casa, Kyros andò dalle bestie e il forestiero si rimise a letto. Per la prima volta da quando le onde l’avevano portato sulla spiaggia ebbe coscienza di dormire.    

***

   Al risveglio accanto al letto c’era il volto di una bambina, avrà avuto 6, 7 anni. «Come ti chiami?», le chiese. «Sei tu che devi dirmi il tuo nome, io non ti conosco», rispose Kalliope.

   Sopraggiunse la mamma e chiese scusa all’ospite. «Ma no, non ho mai avuto un risveglio più bello, gli occhi della tua bambina mi hanno scaldato il cuore e mi hanno fatto capire che una nuova vita è possibile». Dafne arrossì.

   Ormai la scena l’aveva presa Kalliope: «Se non hai un nome te lo darò io, da oggi ti chiamerai Zenone, sai che so leggere e scrivere, sai che conosco i numeri. Quante storie conosci? Me ne devi raccontare almeno due al giorno. La mia mamma è la più bella dell’isola, ma le storie non le sa raccontare, mio zio Kyros invece è bravo, ma ha sempre da fare. Io t’insegnerò tutto quello che so, ma non so se riuscirai a starmi dietro».

   Zenone, felice di aver ritrovato un nome, rimase a bocca aperta, una bambina che parlava come un adulto. Meglio. Prima che Zenone potesse manifestare dubbi, si mise a scrivere, praticamente tutto quello che aveva detto, e i numeri. Kalliope era prodigiosa. Le disse che le avrebbe raccontato tutte le storie che voleva, sperando di essere all’altezza e la ringraziò per il nome che gli aveva dato.

***

   Da quel giorno diventarono inseparabili. Camminavano dappertutto, Zenone iniziava a raccontarle le sue storie, ma non era facile. Kalliope s’infilava tra i miti come nel giardino di casa, agli Dèi dava del tu, non c’era sasso, cespuglio, fiore che non conoscesse, gli parlava di suo padre, del bene che le voleva, della sua voce, di quanto parlasse con lui, quando morì già avevano parlato tanto, ne soffriva la mancanza, ma era sicura che l’avrebbe raggiunto e avrebbero continuato a parlare tra loro, fitto fitto. «E’ morto in mare», concluse, con un’espressione ricca di significati.

   Zenone non ne poteva più dalla curiosità e un giorno chiese a Kyros come facesse Kalliope a sapere tutte quelle cose, d’accordo, aveva un’intelligenza fuori del comune, ma qualcuno doveva averle insegnato. Kyros lo guardò e gli disse: «Vedi a noi non fa caso, da quando aveva un anno lei partecipa alla vita della famiglia, è curiosa, ci sente e assorbe tutto; più spesso siamo noi a chiederle qualcosa, insomma Kalliope sa tutto quello che sappiamo noi, presto ne saprà di più. Non credere, poi, che nella nostra isola ci siano solo ignoranti, è piccola, ma ci sono molti villaggi, alcuni più grandi e in contatto con le isole vicine. Ci sono maestri, si ascoltano i racconti dei forestieri. I contatti non sono facili, le strade sono impervie, ma quando inizia la buona stagione ci si sposta facilmente via mare. Negli ultimi anni è venuto spesso un gran maestro, ha insegnato a tutti e Kalliope non ha perso una parola. Poi c’è Sofia, almeno due giorni alla settimana, al mattino, Kalliope sta con lei; tu non puoi ricordare, ma quando ti abbiamo portato a casa se non ci fosse stata Sofia saresti morto. Anche quando non parla ti dà lezioni di vita». 

***

   Man mano che passava il tempo Zenone si sentiva meglio. Era stato fortunato, non solo l’avevano salvato, ma ora era circondato da persone che gli volevano bene, accoglienti, generose, intelligenti.

   Se avesse detto che non fosse colpito dalla bellezza di Dafne sarebbe stato un bugiardo, ma rispettava i sentimenti che conservava per il marito defunto.

   Non poteva, tuttavia, continuare ad approfittare della loro ospitalità. Ne avrebbe parlato con Kyros. 

   Quando capitò l’occasione i due amici ne parlarono. Kyros fu irremovibile: finché non avrai ritrovato la memoria resterai con noi.

   Il problema, come al solito, fu risolto da Kalliope, che aveva capito tutto. Si consultò con Sofia e poi andò da Leonida e con tono grave gli disse: «Noi bambini non possiamo andare a scuola solo quando il tempo è buono e viene qualcuno da fuori a insegnare. Ci serve un maestro e io l’ho trovato, Zenone. Sofia è d’accordo. Non credo che pretenda molti soldi».

***

   Così Zenone si ritrovò a fare l’insegnante e non tardò a scoprire di aver trovato il mestiere più bello del mondo. Un giorno Kalliope gli sussurrò all’orecchio: «Sai, a Leonida ho detto che sei quasi più bravo di me, non farmi fare brutta figura».    

EZIO CALDERAI                                                                     (CONTINUA)

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