UN DIALOGO ESTIVO

di CARLO ALBERTO FALZETTI

Stravaccato su una panchina Amilcare si godeva il venticello marino.

All’improvviso ecco apparirgli una figura ben conosciuta.

“A sor maè’ , s’accomodi, venga pure, faccio posto, la panchina ce tiene a tutte  due.”

Il maestro non indugia e si siede accanto ad Amilcare.

Allora come và, sor maè’?”

“Caro amico mio c’è una domanda che mi perseguita da giorni, da giorni interi”.

“  ‘Na sola, sor maè’?  A l’ eta nostra co’ tutte l’acciacche e l’ossa rotte. Ma che ciavete?”

“ Quid est veritas? Caro Amilcare, quid est?  Quid, quid? “

“Annamo bene! A sor maè’  ma che ciavete ‘a panza che non và?”

“ Amilcare ascoltami bene! Civitavecchia, ormai, è popolato di poveri vecchi in attesa solo di trapassare. I giovani, pochi ma affranti soffrono una noia mortale per mancanza di lavoro, di prospettive.  E, poi la guerra e l’inflazione. La gente di colore e i tanti emigrati mantengono in piedi i servizi. I soldi sono il solo motore che tiene in piedi gli animi. Chi può permetterselo tenta di creare un dibattito  e dibatte, dibatte per giorni su una grossa statua posta lungomare. Un marinaio americano bacia una infermiera americana. Amilcare, guardami! Io ti dico una cosa: la morte è una fortuna! ”

“ E potremmo pure esse d’accordo. Ma, chiedo scusa, ma che ca…. centra stò quidde che dite?”

“Noi , Amilcare, abbiamo sloggiato Dio dal mondo. Ecco perché ci siamo ridotti a trattare di tali argomenti. Non ne possediamo altri? Cero che no!  Noi, un tempo, avevamo uno scopo preciso che ci animava:  la deificazione dell’uomo!”.

“Mò che ce penzo è vero. Adè proprio vero. Nun fa ‘na piega. Ahoo, avecce penzato prima. Ma, sor maè’, ma cadè ‘sta defecazione?”

“Vedi l’uomo d’oggi pensa solo ad una sopravvivenza eterna come essere umano, come è nel mondo con tutte le passioni, la carnalità, le sue pulsioni. Ancora non è riuscito a farlo tecnicamente. Ma è questo a cui pensa in un mondo senza Dio. Immagina di avere la possibilità, caro Amilcare, di riavere la forza di un tempo attraverso la chimica. Immagina di riprendere a fare l’amore, a mangiare come facevi un tempo, ad evacuare senza problemi, ad agitarti senza affanno così da poter vivere, vivere sempre più a lungo.”

“Hai detto gnente. A sor maè’ ma adè  er paradiso.  Scopà, magnà,  piscià  senza penà. Ahoo!”

“Amilcare, Amilcare. Ma è proprio questo il problema. Noi  non siamo fatti per sopravvivere per l’eternità ma per superare la transeunte condizione ed aspirare ad una beatitudine eterna. Ma ciò è possibile solo se la discussione interpersonale affronta temi di elevata entità  Elevata entità.”

“ A sor maè’ ma nun è che co’ sta beatitudine eterna se famo du’ palle come du’ caciocavalle?”.

Fu in quel mentre che ai due dialoganti si avvicinò la prosperosa sora Rosa fruttivendola  del luogo.

“Sora Rò’ e mò come famo a davve posto ne sta panchina?”.

“Lassa perde fijo ciò ‘a sedia mia p’ogni ‘venienza. E  sedemise và. Ma de che state a chiaccherà?”

“ A sora Rò’ ciò er cervello che me fuma. Oggi er maestro je dà de brutto .Parla de ‘na statua, quella dell’americano ingrifato”

“Fregna! A sor maè me sa che ciarisemo. E’ sempre ‘a stessa sorfa?”

“ Calma signori, Vorrei riprendere il filo del discorso e partire dal buon Platone.”

“ A sora mia e mò chi adè sto’ cojone?”

“Lassa perde, è uno ch’è morto. A ‘stò fregno buffo ‘o nomina sempre .”

“E’ morto? Nun sapevo manco ch’era ammalato.”

“Dunque, dicevo, per Platone necessita distinguere il simulacro dall’icona. Quest’ultima è fedele copia della realtà fenomenica (che è copia della vera realtà). Il simulacro, per dirla alla Baudrillard, è una verità che nasconde il fatto che non ha alcuna verità. Io asserisco che il monumento del marinaio appartiene de jure e de facto al simulacro, non all’icona. Con ciò si chiudono i dibattiti che ho ascoltato in questi giorni. “

Si può credere ai miracoli? Eppure in quell’umbratile verde pubblico a ridosso del vecchio ospedale,  in un pomeriggio di calura, di fianco al vecchio consunto lavatoio di piazza Calamatta non apparve la Madonna piangente ma avvenne del prodigioso comunque. La sora Rosa interruppe il loquace sor maestro (che poi risultava essere professore) ed iniziò  a parlare.

Dunque. Me permetta, sor maè’, d’entrometteme co’ garbo e cercà de spiegà ‘st’ ambaradamme ad Amilcare.  Allora, si volemo capì tutto l’inghippo il vero punto da comprenne è che ‘sti due nun stanno a fa’ ‘na zozzeria, se danno un bacio, tutto qui. Ma nun so americani, nun vonno rapprentà nissuno se non l’amore. Ha detto giusto ‘n’amica mia ‘struita , che mo’ sta a Roma, cadè ‘na cosa Poppe, ‘na Poppe arte. Mò se se mettemio a fa’ i difficili c’è resta solo er Colosseo .

 Poe ciadè n’antro punto che ce fa’ dolè la panza. ‘E bombe è vero che aderino de’l’americane, pora città nostra orapronobise, ma la causa vera adera de quelle morammazzate de li fascistacce che c’avevino portate ‘n guerra. L’americane erino le liberatore. Tu Amircarè ‘n te poe arricordà de la raspa ‘n piazza, de’ scatolette, delle ciuingummme, der bughi bughi. Ma che ne sae?

 Inzomma, pe’ falla breve nadè ‘n icona, adè ‘n simulacro. E che la gente c’ à poco comprendognolo caro mio Amircaretto. E mò t’ò bello che istruito. Tacci tua!”                                           

“ Gesùmmaria! A sora Rò’  ma come fae a parlà così. Pari ‘n libbro stampato.”

“ Carmite. essi  bono. Ma lo vò sapè quante vorte me so sorbito stà sorfa qui dar maestro? Lo sae o nun lo sae che questo è un disco rotto. Aho? Ciò du’ palle (che nun ciò) come ‘na mongorfieraaaaa.”

Ne le parole della sora Nostra, ne la meraviglia espressa da Amilcare scossero l’ardito filosofo che volle procedere alla sintesi di un dialogo che da giorni imperversava nella città.

 

“Ecco, dunque, come la nostra ottima Rosa  ha sintetizzato pur in tonalità barbarica, il tutto. Quid est veritas?

Una mia conoscente architetta ha posto in rilievo che. sia pur non esteticamente rilevante, il bacio marinaresco si inserisca con sufficiente leggerezza nello scenario pre-portuale. Ci si deve, al contrario lamentare della episodicità dell’evento, della mancanza di visione d’assieme, dello stoltezza di una assente politica culturale. In tal senso molti si sono espressi con vari interventi nello stesso modo e meritano il plauso.

Con il concetto di simulacro innanzi accennato la differenza tra realtà e non realtà nell’arte si fa evanescente, cari miei amici, evanescente. Dunque, è proprio in tal modo che si aprì un tempo la stagione della Pop Art il cui senso  presumo , per voi due che mi ascoltate, essere scontato.

Ma, ecco che avevo per la testa che da tanto mi frullava……la mortadella, le uova!  Debbo procedere all’istante. Domani passerò da lei per la verdura, cara sora Rosa. Arrivedervi.”

“A sora Rò’ io continuo a nun capicce ‘na mazza. Mò che sarebbe ‘sta poppa che sta’ a dì?  Ma che sta ‘a parlà de’  zinne? Io ce rinuncio, ce rinuncio.”

“Ai davè pazienza, fijo. Piano, piano, se er maestro nun ce lassa prima, vedrai che quarche ritornello t’entra drento in de la capoccia. Penza che figurone quanno  diche stè cose a le tu nipote.”

“A sora Rò’, seconno me, me mannino a fanculo. Sarà!”

  

La statua è simulacro che come tale perde ogni riferimento a fatti storici. I personaggi  sono platonicamente icone  che non dissimulano certo la realtà ma la interpretano.

Il professore, nonostante le manciate neuronali che non si rimpiazzano, nonostante la compagnia non azzeccata, nonostante le parole che sembrano vento al vento, tenta con toccante monotonia di percorrere la stessa strada che molti nel nostro blog hanno in modo appropriato intrapreso.

Rimane sospeso l’interrogativo circa la casualità degli eventi che caratterizzano la trama della città.

Rimane certificato il fatto che un titolo di studio non sia nemmeno condizione necessaria seppur non sufficiente per accedere alla nomina di primo cittadino.

E’ la passione, la volontà di fare, la capacità innata di avere visione, l’empatia il vero contenuto che fa premio sugli aspetti meramente formali.

Sapranno un giorno gli elettori dare valore a questi principi? Che il simulacro del bacio sia di guida!

CARLO ALBERTO FALZETTI 

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