“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – LA BIMBA CHE LEGGEVA NELLA GRANDE POLTRONA

di MICHELE CAPITANI ♦

Un giorno capitai in una casa-famiglia per persone con disagio mentale, poiché Rita, una delle ospiti, aveva espresso il desiderio, tramite una mia amica operatrice, di riprendere gli studi, e di leggere un mio libro. Volli portarglielo di persona, ma, sarà per l’impreparazione e il candore con cui ci andai, sarà perché avevo conosciuto altre persone con problemi psichici, insomma immaginavo che non ci sarebbe stato da rimanerci a lungo, essendo spesso la malattia mentale un ostacolo alla colloquialità.

Ma ci si dimentica sempre che gli incontri più memorabili avvengono sulle strade inaspettate…

Mi accolgono, e consegno il libro a Rita, che mi fa accomodare, mentre Serena, un’altra ospite della casa, ci prepara il caffè. Si è al centro dell’estate, eppure in quella casa (palazzine popolari anni Cinquanta: mura spesse e bei giardinetti intercondominiali) fa fresco, così mi si inaugurano alcuni pomeriggi piacevolissimi, che trascorrerò meglio che al mare o sotto un condizionatore.

Rita mi dice subito che prima di iniziare a leggere il mio libro deve terminare il saggio d’un celebre politologo. Parliamo di governi e provvedimenti, lei è informatissima, e io ammirato da lei. Serena intanto ci serve il caffè ma torna subito alle incombenze quodiane della casa, e per un momento mi volgo a osservare lei: Serena, povera creaturetta spaventata e indifesa, preda di deliri da schizofrenia e con un penoso vissuto di abbandoni e ferite, dallo guardo un po’ fisso, e dalla gestualità connotata da tic e manierismi.

Rita invece, è sempre lucida e composta, e usa sempre le parole necessarie e adeguate, per esempio allorché mi chiede consigli per l’acquisto dell’auto nuova: non che la sua faccia cilecca, principalmente vuole approfittare dei nuovi incentivi; anche sulle specifiche tecniche ne sa, è subito chiaro, molto più di me. Per non parlare dell’iter, delle scadenze… Finisce che sono io a chiederle ragguagli!

«In verità a me piace più di tutto la storia…» ammette poi (e qui ci confrontiamo sui programmi preferiti, da Mieli a Barbero). «Sai, dopo le medie andai allo scientifico, purtroppo non presi il classico perché fu negli anni del superiore che approfondii sempre più italiano e storia, tanto da iniziare a pensare di portarle alla maturità». Ma si capisce, era già brava prima: all’esame di III media consegnò il tema dopo tredici minuti, e fece in tempo anche a far copiare un ragazzo down privatista, che le avevano messo accanto proprio per quel motivo. E io ci credo eccome, a queste sue memorie, visto come si esprime, gli interessi di cui vive, le istanze che esplicita, la sensatezza generale su cui questa donna è imperniata. La totale assenza di banalità e frasi fatte quando parliamo di politica.

«Sai come mi venne la passione per la lettura? A dieci anni mi portarono dal dentista, ed ero terrorizzata; allora mi diedero un libro per distrarmi, e io mi ci immersi»

Come poi avrebbe sempre fatto, da bambina e dopo:

«A casa avevo un’enorme poltrona e mi ci immergevo nella lettura, fino ad addormentarmi col libro sul viso!» e qui Rita sorride, lievemente.

La poltrona, e lei bambina: che luce negli occhi quando me ne parla… Ma il suo sorriso sarà una cosa che non vedrò più: avrei appreso meglio, in seguito, che il sorriso le era veramente rimasto laggiù nell’infanzia.

Ragionando, tra me me, da insegnante degli adulti, quanto la vorrei vedere tornare a scuola, una mente siffatta! Quanto vorrei guarire il mio bruciante sentimento di quando scopro un tale spreco di capacità umane, uno spreco di curiosità, quasi uno spreco di vita, che provo di fronte a persone come Rita. Quanto sarebbe bello leggerle sul volto un nuovo sorriso, mentre ci dice con gli occhi, una volta entrata in classe: “Ma cosa aspettavo a tornare?!”, come fanno tanti adulti che riescono finalmente a rimettere sé stessi sul cammino scolastico che riconoscono come proprio.

Invece di stare qui.

Appunto: perché questa donna si trova qui?…

Lei continua a parlare, e mi confessa che ha anche scritto qualcosa, ma io lo sapevo, anzi è anche per questo che sono venuto: Rita aveva detto ad Antonella, l’operatrice della casa-famiglia e mia amica, che mi avrebbe chiesto un’opinione sul suo diario, e dei consigli. Purtroppo leggerlo, a quanto pare, è impossibile (tranne che per il suo psichiatra). Insomma Rita deve aver cambiato idea, e io pertanto non saprei come aiutarla.

«Ma ora stai scrivendo?» le faccio.

«No», però mi chiede se non potrebbe servirle un corso di scrittura creativa. Le rispondo che, se non è orientata alla scrittura di finzione, penso che non sia prioritario. Lei osserva che potrebbe tornarle utile per saper dare un taglio diverso al suo memoriale, che è troppo oggettivo; inoltre ha dei dubbi sulla punteggiatura (meno su congiuntivi e condizionali), ma qui le spiego risolutamente che non è per questo che esistono i corsi di scrittura.

«Però ho capito quanto è importante scrivere: mi sono trovata davanti alla mia storia, vedevo pezzi che si mettevano in ordine da soli. Prima era tutto più confuso»

Il passato come racconto:

«Scrivendo, ho capito che non iniziava tutto nell’86, quando a ventiquattro anni me ne andai a Londra, bensì era da far risalire almeno alla violenza che subii a quindici anni. Mi sentii inascoltata, c’era chi non ci credeva, nessuno mi spinse a denunciare l’aggressore… Per farti capire l’ambiente in cui vivevo: a casa mia, il rientro era alle 23, e se erano le 23.15 mio padre era capace di afferrarmi per i capelli, gettarmi a terra e prendermi a calci. Dopo anni che mi diceva “Qui è così, altrimenti quella è la porta”, io presi la porta e me ne andai a Londra».

Scrivendo ha fissato nuovi eventi cardine della sua vita, e stabilito un più lucido ordine. È proprio vero che il passato non esiste, mentre quel che chiamiamo passato, in verità, è il racconto che ne facciamo.

Da lì in poi, ahimé, è una narrazione di ingiustizie, trame che i familiari hanno, decennio via decennio, costantemente intessuto alle sue spalle, per tenerla da parte, lungi dalla vita familiare e dalle decisioni, e danneggiarla e privarla di tutto. Antonella non mi ha anticipato nulla in questo senso, né io sono uno psichiatra, ma dalla prima volta che conosco Rita, e poi nei giorni successivi che andrò in quella casa (sia per informarla e invogliarla sui corsi per adulti sia, ovvio!, per scambiarci dei libri) sarà chiaro che qualcosa non torna. Quando poi inizierà a dire che anche i vicini la spiano di continuo, fin dal giorno del suo arrivo qui, il velo sarà caduto: siamo di fronte a un delirio di persecuzione, se tale è la dicitura esatta.

Niente di strano, si dirà; lei è solo un’ennesima figlia degli uomini, caduta vittima della follia, che perciò si è trovata ai margini di questa nostra abile e gregaria specie che pure vive su tutta la terra, ma dalla quale gli psicotici, se non ne vengono allontanati, talvolta sono loro stessi a fuggire, fino all’orizzonte più remoto. Per Rita una lontananza dalla famiglia, dal lavoro, dalla città d’origine.

E dalla scuola.

Già: questo mi lascia nostalgia, oltre che dolore, ora che Rita non c’è più: nostalgia per un cammino che non poté proseguire, e sul quale la sua intelligenza avrebbe camminato elastica e spedita, avrebbe trainato le sue soddisfazioni, avrebbe trainato altre persone. E nostalgia per la sua intelligenza, informata e critica, interessata e faconda, incredibilmente convivente con quella follia.

Intelligenza e pazzia, in lei, erano due sorelle separate in casa.

Solo la seconda volta che andai mi espose anche il suo gravissimo problema neurologico: mi diceva che il midollo spinale del collo si andava assottigliando sempre più, e prima o poi sarebbe rimasta paralitica. E da certi suoi problemi oggettivi, poteva essere maledettamente vero, porca puttana.

Ma poi tornava a raccontarmi di scoperte librarie, a partire da quando, dopo qualche anno che non leggeva, le era riesploso definitivamente l’amore per i libri quel giorno che a Bologna, in una libreria dell’usato, scoprì i diari di un nazista: li lesse per provare a capire come potesse essere una vita diabolica e tanto inimmaginabilmente lontana dalla nostra. Anche questo era lei, lei che pur non essendo mai venuta a scuola da me, mi insegnava tanto: tanti dubbi e sorprese, che sono entrambi degli enormi insegnamenti.

Ma alla fine, sentendo il cerchio stringersi attorno al suo collo sempre più debole, deciderà lei di stringerlo una volta per tutte dentro un cappio, e andarsene, giocando d’anticipo sulla paralisi.

Sarà con uno scritto che Rita chiuderà tutta la sua vita cólta e discreta: vergando un breve appunto su un foglietto, attaccato fuori dalla sua porta, per risparmiare alle sue coinquiline la pena dell’atroce scoperta: c’era scritto di non aprire, ma semplicemente di chiamare Antonella e il 118.

Solo due ultime certezze su lei mi va di ricordare: che non altrimenti che scrivendo avrebbe potuto chiudere la sua vita terrena, e che la casa-famiglia le ha dato almeno sollievo e volti amici che le han voluto bene, e le ha evitato di finire a vivere per strada, e le ha dato la possibilità di curarsi per quel che si poteva, perché la decisione finale, forse, l’avrebbe presa in ogni caso.

Ma quanti, quanti dubbi mi resteranno…

A partire dalla terapeuticità della scrittura: lei aveva dato un ordine al suo delirio, articolando il suo passato in un racconto, e fin qui ottimo, eri stata brava, Rita, poiché non si può lavorare sul dolore vissuto se prima non lo si espone  di fronte ai nostri stessi occhi, dandogli un nome. Però… non sarà che quella autonarrazione te lo aveva reso più convinto e radicato, tetragono e compatto, e perciò immodificabile, senza che avesse cessato d’esser doloroso? E in qual modo la scrittura indirizzata a te stessa (e poi allo psichiatra) avrebbe potuto aiutarti nel fare i conti non solo col delirio, ma anche col mostro sempre più vicino e incombente del male fisico?

La malattia e la scrittura, talvolta, sono due esseri non interfecondi.

Rita, come ogni essere loico e pensante, non poteva non lasciarci con più dubbi che certezze: Antonella mi dirà che lei era la dimostrazione (se ce ne fosse bisogno) di come la malattia mentale sconcerti e spiazzi, e poco si presti a categorizzazioni. Anche il luogo comune che chi vuole suicidarsi non lo dica: falso, falsissimo! Rita lo diceva eccome, anzi ci aveva già provato un anno prima, ma provato sul serio, e confermava spesso di averlo sempre come pensiero e intenzione.

***

Sì, mi sarebbe piaciuto averla come alunna, poiché fra coloro che tornano a scuola da adulti, da una parte, e quelli che ne avrebbero bisogno o che potrebbero farlo ma non hanno intenzione, dall’altra, c’è tutta un’amplissima zona intermedia, un’area grigia in cui passano molte persone che sì, vorrebbero riprendere a studiare, sanno di avere la “testa” adatta, ma non ce la fanno per i più molteplici motivi: lavoro e famiglia, ma anche altre ragioni che ostano, più coriacee e invalicabili, come il disagio mentale. Perciò, le esistenze come quelle della signora Rita sono terre interstiziali, poderi incolti, ma che pure un tempo furono feraci.

Lei è stata questo, mentre adesso… alla fine di tutto, a me piace restare soltanto con un lieve e semplice pensiero: io so che la bambina Rita che si immergeva a leggere nella grande poltrona, adesso può di nuovo leggere all’infinito, con gusto e senza paure, da lassù.