IL TEATRO TRA VERITÀ E DENUNCIA: MARIO TRICAMO – 3. Il periodo professionista, l’incontro con Luigi Squarzina 

di GIULIA MASSARELLI

Una spinta decisiva nella carriera di Mario Tricamo fu l’incontro duraturo con Luigi Squarzina (18 febbraio 1922, Livorno – 8 ottobre 2010, Roma) all’età di trent’anni.

L’intento del lavoro teatrale di Squarzina, con Adolfo Celi e Luciano Salce, era quello di offrire integralmente testi fondamentali della drammaturgia e seguire con cura ogni fase della messinscena.

Dal 1983 Luigi Squarzina sceglie la libera professione, coltivando i propri interessi drammaturgici: Pirandello (Il berretto a sonagli; L’uomo, la bestia e la virtù; Tutto per bene; Come prima, meglio di prima; La vita che ti diedi), Goldoni (La locandiera e Il ventaglio), Shakespeare (Il mercante di Venezia), la drammaturgia classica (Oreste di Euripide, I sette contro Tebe di Eschilo).

In particolare, negli spettacoli La locandiera nel 1991 e La guerra nel 1998, Mario Tricamo ebbe l’onore e il merito di affiancare il Maestro come aiuto regista, divenendo a tutti gli effetti suo assistente.

Il primo testo che Tricamo prepara con Luigi Squarzina fu Tutto per bene, nel 1988; questo spettacolo sancisce il loro incontro professionale, un incontro che continuò con costanza per cinque spettacoli, senza mai mollare la presa al fianco del Maestro.

L’attività drammaturgica di Squarzina ha sempre affiancato l’impegno registico, ponendosi in diretta relazione con il proprio tempo, analizzandone le conflittualità, le crisi, i miti, le tensioni profonde.

È da questo suo modo di porsi e di fare teatro che il drammaturgo civitavecchiese rimane affascinato, afferrandone le peculiarità, fino a farlo diventare la sua cifra tematico-stilistica. Infatti, dalla vastità e pluralità del teatro di Squarzina, Mario coglie l’aspetto dell’impegno sociale e di denuncia, tipico di quel teatro che indaga la verità del rapporto tra l’Uomo e la Storia.

Nella drammaturgia di Luigi Squarzina e nella sua indagine critica sull’identità storica e morale, emerge una duplice tendenza: da un lato il dramma d’invenzione che, pur non estraneo al realismo, può attingere, anche in forma parodica, alle istanze dell’avanguardia, oppure giocare con le forme del grottesco per una satira di costume sociale; dall’altro, i dramma-documento, che rispondono a finalità didattiche e affondano nella storia mediante una precisa ricostruzione di eventi realmente accaduti.

Per Squarzina nell’incontro-fusione tra regìa e scrittura non ci può essere posto per l’aura; infatti, agli inizi della sua produzione, predominante era l’attenzione alla socialità del segno linguistico.

Nulla è precluso, dunque, alla curiosità intellettuale del regista, tutto è consentito purché aiuti a lumeggiare la cosa, cioè il rapporto individuo/società attraverso il linguaggio teatrale. Quando Squarzina affrontava il palcoscenico aveva già scandagliato in lungo e in largo (e in profondità) il testo, l’autore, le fonti, le relazioni con altre opere, le tendenze epocali e via dicendo.

Questo periodo al fianco di Luigi Squarzina è stato decisivo per la formazione di Mario Tricamo e per il suo sostentamento, anche perché ogni commedia veniva portata in giro per almeno quattro, cinque mesi. Con Squarzina Mario lavorava a tempo pieno, erano soliti fare lunghe ore di lavoro a tavolino.

Il teatro non era e non è solamente la messa in scena di un testo, la rappresentazione di un dramma; il teatro è un lavoro constante su sé stessi, è consapevolezza della propria persona e, successivamente, interiorizzazione dell’opera, analisi accurata e dettagliata di quello che quest’ultima vuole comunicare. Gli attori professionisti lavorano e studiano incessantemente giorno dopo giorno, non hanno orari: è in questo senso che il teatro è vita, diventa la loro vita.

Grazie allo studio attento e metodico con Squarzina, Mario impara a osservare la realtà, la società e l’individuo, attraverso una nuova lente d’ingrandimento, quella del linguaggio teatrale, consolidando il modo in cui comunicare e diffondere la propria coscienza critica e spirito civile. Tutto questo lavoro – di Mario e di tutti gli attori che hanno lavorato al fianco di Squarzina – non avveniva senza un duro impegno e uno studio intenso: lavorare con il Maestro significava mettersi a nudo di fronte alle proprie capacità e possibilità, una prova e un esame continuo su di sé e sul mestiere dell’attore. Una sorta di tensione permanente che spingeva l’attore a dare sempre il massimo, a non adagiarsi mai sui propri progressi e successi: un continuo lavoro ad alta tensione.

Nel 1993, Tricamo ebbe un incontro importante con Mario Missiroli. Per Rappresentazione del viaggio di Uliva: fanciulla perseguitata per i quattro continenti e del suo approdo alla foce del Tevere per portarsi a Roma testo medievale di un Anonimo fiorentino del XVI secolo, con protagonista Manuela Kustermann, al Teatro Argentina. In questo spettacolo Mario fu chiamato a interpretare un ruolo e fu anche aiuto regista di Missiroli.

Dunque, la carriera da professionista di Mario Tricamo comincia al fianco di Giancarlo Sepe, si consolida con Luigi Squarzina, la parentesi Missiroli e con la regìa de Le Mutande e, parallelamente al lavoro dell’attore, costruisce quella di autore.

Nel 2003, Squarzina stava preparando La vita che ti diedi, che vedeva protagonista Marina Malfatti, e Mario aveva solamente una ventina di battute: dopo due mesi Squarzina lo rimprovera, senza capacitarsi del motivo di tale mancanza, perché non sapeva la parte a memoria. A questo rimprovero l’artista rispose: “Luigi, non riesco a memorizzare neanche la prima battuta”, ennesimo campanello d’allarme per l’Alzheimer. Non è difficile immaginare quanto sia stato difficile per Mario Tricamo pronunciare queste parole, prenderne consapevolezza e ammettere – in primis a sé stesso – la malattia. La mancanza di memoria è il colmo per un attore, è tra le peggiori cose che può augurarsi: rende certa la fine della carriera. È come un cerchio che si chiude, il sogno che muore, le luci che si spengono e cala il sipario.

Il destino dell’artista messinese è stato spietato: ha deciso di uccidere Mario nel pieno della sua vita, quando ancora era pienamente cosciente, nel mezzo dei suoi più importanti traguardi, all’apice dei suoi obiettivi. L’Alzheimer spenge lentamente, giorno dopo giorno. Chi parla di Mario ricorda come con lui non ci si annoiava mai: era vulcanico, vivace, ironico e intuitivo; con l’avanzare della malattia, sempre più tenue diventò la sua effervescenza e le frequenti alterazioni di umore erano un chiaro segnale di una drammatica fine.

GIULIA MASSARELLI                                                                                                               (continua)