Lo sport secondo Papa Francesco

di STEFANO CERVARELLI

Recentemente, il Primo gennaio, nel corso di una lunga intervista concessa alla Gazzetta dello Sport, Papa Francesco ci ha portato a conoscenza del suo, anzi dei suoi pensieri, in fatto di sport.

Durante il lungo ed articolato colloquio, il Pontefice non ha mancato di esaminare lo sport da ogni angolazione, completando le sue accurate osservazioni con ricordi della sua infanzia; il Papa pop si è  dimostrato profondo conoscitore delle tematiche e dei problemi dello sport, rivelandosi ancora una volta capace di annullare  le distanze tra Lui e noi.

Mai un Papa si era intrattenuto in maniera così approfondita ed esauriente sullo sport e sui valori che esso contiene: culturali, sociali, ecumenici, umani. In questa conversazione, avuta con  la dirigenza del quotidiano sportivo, Francesco, rispondendo ad una trentina di domande, ha voluto, in particolar modo, approfondire sette argomenti, diciamo cos,ì sette parole chiave: lealtà, impegno, sacrificio, inclusione, spirito di gruppo, ascesi, riscatto.  Questi suoi pensieri, insieme al testo integrale dell’intervista, sono stati raccolti in un piccolo fascicolo  costituendo  una  breve enciclica laica dello sport dal titolo LO SPORT SECONDO FRANCESCO.

Inoltre, nel settimanale che accompagnava il quotidiano venivano riportati questi  sette argomenti  corredati ,ognuno, da un commento di don Marco Pozza, teologo e parroco del carcere “Due Palazzi” di Padova. Uomo di sport, buon maratoneta e ottimo ciclista, con il Santo Padre ha già collaborato alla stesura di tre libri, inoltre ha scritto il testo dell’ultima Via Crucis, famosa perché tenuta  in una piazza S. Pietro insolitamente vuota.

Francesco inizia ricordandoci  che il suo amore per lo sport ha origini lontane, quando, da piccolo, giocava a Calcio con una palla fatta di stracci;  per via della sua” gamba dura” (la pata dura) finiva a giocare in porta. Un ruolo quello del portiere che finì per piacergli  e del quale, poi come vedremo, darà la sua interpretazione.  Ha    giocato a Basket,” sport del  mio papà” aggiungendo poi di essere appassionato anche di Rugby.

Uno dei ricordi più vivi della sua giovinezza  è quando, tifoso, andava con il  padre al Gasòmetro, lo stadio del S. Lorenzo, squadra  per cui tifava  e ricorda che era presente il giorno in cui il S. Lorenzo vinse il campionato argentino davanti al Boca Juniores.

Lo sport non è mai più uscito dalla  sua vita e nel corso della sua lunga missione sacerdotale ed apostolica ha incontrato centinaia di atleti, di ogni disciplina.

Leggendo l’intervista la prima cosa che sorprende è la capacità di Francesco di calarsi nella quotidianità, annullare la distanza  fino al punto che con la naturalezza che gli è tipica ti sembra di stare a parlare di sport con un amico. Ti  dà  la sensazione chiara che Lui e la Chiesa ti stiano vicine, in ogni ramo della tua attività, anche in quella che meno ti aspetti. E lo fa proferendo  parole di saggezza, anche tecnica, che forse non ti saresti aspettato. Sembra dirti ”Vuoi parlare di sport? Benissimo sono contento, parliamone, scegli tu l’argomento”.

E tu qui ti senti spiazzato perché sai che qualunque argomento sceglierai, avrai un interlocutore validissimo,  a cui peraltro non fa certo difetto la consapevolezza della dimensione umana (fatta di gesti, di atti) dove l’aspetto ludico ha la sua importanza, proprio perché  qui si vivono momenti gioia, di delusione che sfuggono ad una comprensione  che cerca la spiegazione solo con la ragione.

Lo sport – dice Francesco – è , in un certo senso, celebrazione e quindi come tale presuppone  partecipazione, condivisione di emozioni, di momenti di gioia e pianto, momenti belli e brutti e  perciò richiede  un forte senso d’ appartenenza.

Il Papa, attraverso lo sport, tende a ribadire  un concetto portante del suo apostolato: da soli non si può vivere;  questo invito ricorre spesso nei suoi interventi, il costante richiamo all’accoglienza, all’incontro, a non dimenticare, e tanto peggio, scartare nessuno, costituisce una delle strade maestre sulle quali cammina il suo Pontificato.

C’è un’altra affermazione  molto forte sulla quale il Santo Padre ci invita a riflettere.

“Chi vince non sa cosa si perde”.

Affermazione decisamente in controtendenza con i tempi attuali, la cui icona è rappresentata dalla ricerca sfrenata, quasi ossessionante, del successo, della celebrità, della potenza, della ricchezza.

Ma perché il Papa dice questo? Proprio per metterci in guardia dai pericoli nascosti nel voler rincorrere la vittoria, il successo ad ogni costo, rifiutando la sconfitta, vedendola come uno dei peggiori mali, dimenticando che da una sconfitta vissuta senza drammi si può solo migliorare, prendendo coscienza e conoscenza dei propri limiti. Si può crescere.

Al riguardo, completerà il suo pensiero, affermando che è meglio “una sconfitta pulita piuttosto che una vittoria  sporca” e qui non si può non vedere una netta condanna dell’uso di mezzi illeciti come le sostanze dopanti.

La sconfitta,  permettetemi di esprimere un mio pensiero, è solo una momentanea, temporanea inferiorità nei confronti dell’altro dovuta ad una  serie di motivi , quindi  bisogna  lavorare su quelli  dove è possibile farlo ; certo esistono le scorciatoie,  altroché, ma poi….

Un uomo non è finito quando è sconfitto, ma quando si arrende, quando smette di combattere e chi ricorre a mezzi illeciti  ha smesso di combattere.

I poveri, afferma il Papa, da questo punto di vista sono un esempio spettacolare di cosa voglia dire  non arrendersi; Francesco è ben cosciente, avendone fatta esperienza, che tutto comincia dal basso, da molto basso, come  dice Lui, dalla polvere.

Il Sommo Pontefice non manca, sollecitato, di fare un cenno ad un suo famosissimo compatriota recentemente scomparso Diego Maradona. Lo definisce un poeta del calcio, ma uomo fragile.

Ma perché Francesco ama così tanto lo sport? Può bastare a spiegarlo il semplice ricordo della sua infanzia e giovinezza? Ulteriore risposta la troviamo nel suo apostolato: perché ama le persone e perciò non può non conseguire la giustizia, in ogni campo e quindi dove, se non nello sport, la giustizia, l‘equità, il rispetto devono trovare spazio ed applicazione? Inoltre, il Papa vede in questa attività sociale, un veicolo importante per la diffusione della parola religiosa. E se lo dice il Papa….

Verso la fine “l’uomo che viene da molto, molto lontano”, come si definì la sera della sua elezione affacciandosi sulla piazza di S. Pietro, torna a parlare del suo vecchio ruolo nel calcio: portiere.

A lui, come detto, piaceva questo ruolo. Un ruolo che definisce molto importante perché devi parare, ti insegna ad evitare il peggio, a salvare il risultato che altri con il tuo contributo, hanno creato; ti insegna ad osservare, attendere, capire quando è il momento giusto per intervenire e nello stesso tempo ti insegna a non  contare solo sulle tue forze, sulle tue capacità, sul talento, per evitare il goal  occorre anche un giusto funzionamento del collettivo, e infine il portiere  è quello che trasmette fiducia a tutta la squadra.

 A proposito di valore Francesco non perde l’occasione per affermare che il talento senza l’impegno non serve a nulla, è sprecato.

In conclusione, vorrei dire ancora una cosa sulla “sportività” di Francesco.

Il suo magistero è fatto di lealtà, impegno, sacrificio, inclusione, spirito di gruppo, requisiti propri dello sport, per questo è  un Papa popolare, nel vero senso nobile della parola; sta dalla parte degli ultimi e vuole che nessuno sia abbandonato, specialmente nella sofferenza, nel dolore, nella miseria.

C’è poi un suo bellissimo pensiero che, secondo me, esprime la simbiosi di Francesco con lo sport: ”La felicità di un giocatore dipenderà sempre dagli altri, non solo da sé stesso, perché nella vita tutto è relazione, dono, anche quella piccola e gratuita felicità che viene da  una vittoria sportiva. Una felicità da condividere perché se la tengo per me resta un seme, se invece la condivido può diventare un fiore”.

Ecco forse ho trovato la risposta  alla domanda del perché il Papa ami tanto lo sport: perché entrambi parlano la stessa lingua: una lingua universale.

Quello che ho scritto è un compendio alquanto stringato di ciò che Francesco ha detto e delle impressioni che ne ho ricavato. Mi riprometto, confidando nella pazienza di chi legge un approfondimento di quella che può essere definita la prima ”Enciclica laica” sullo sport.

STEFANO CERVARELLI

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A Francesco inoltre ha ben presnte con chiarezza l dimensione umana( fatt di atti, di gesti)