UNITA’ E CONDIVISIONE

di STEFANO CERVARELLI

Questa volta non parlerò di sport, ma di un argomento di tutt’altro genere, un argomento che, essendo io cattolico, mi sta molto a cuore, in considerazione anche del delicato momento che stiamo attraversando: l’unità dei cattolici.

Una riflessione che sebbene diretta a tutti, vuole raggiungere in particolar modo  quei cattolici (sperando che non siano pochi) che si riconoscono ancora  nelle linee espresse dall’oramai remoto Vaticano II e ancor di più nel tentativo di rinnovamento che la Chiesa, sotto la guida di Papa Francesco, sta tentando di portare avanti, sebbene non siano pochi gli ostacoli posti sul suo cammino dalla parte  più conservatrice, reazionaria, integralista che si  ritrova all’interno della gerarchia  ecclesiastica e nei cattolici benpensanti, tradizionalisti che affollano le chiese.

Una necessità, questa, che avverto maggiormente inseriti, come siamo, in questa pandemia che, lo vogliamo o no, ce ne accorgiamo o no, sta condizionando e modificando le nostre vite in tutti gli aspetti, non ultimo quello religioso, mettendo in luce le nostre contraddizioni.

 In questa situazione le chiese, tutte, le comunità intere di cristiani non devono commettere l’errore di credere che si possa ripartire come se niente fosse accaduto; più forte deve essere il messaggio di spiritualità e più concrete devono essere le azioni di vera e propria umanità, soprattutto quella semplice, quella quotidiana; a questo ci obbliga soprattutto il crescente numero di persone che si trovano a vivere in condizioni di forte disagio.

Necessario quindi, come cattolici, porsi il problema di quale mondo si voglia abitare.

La prima cosa sarebbe quindi quella di ritrovarsi insieme a pensare, alla luce del Vangelo, in quale umanità siamo attualmente immersi.

In questi decenni post-concilio le chiese si sono dedicate alla carità tra gli esseri umani, ma nel contempo bisogna registrare un certo scadimento del livello della fede dovuto anche all’appassimento  di una liturgia coinvolgente che, oltre ad essere espressione religiosa di semplici gesti abitudinari, sia anche capace di ACCOMUNARCI come comunità, una liturgia che,  non dimentichiamo, essendo manifestazione principale  di ritrovo dei fedeli,  coinvolga  gli stessi in una partecipazione più viva, scuotendoli da quella che oramai  è divenuta  un’assuefatta abitudine di “presenziare” alla Messa.

 Mi rendo conto di quanto sia difficoltoso riuscire a trovare un connubio tra la sacralità di certi riti con l’esigenza sempre più marcata di un rinnovamento liturgico, che faccia sentir sempre più il vero spirito di comunità.  E’ indubbio che Papa Francesco si stia dando molto da fare in questo campo;  i proposti di aperture anche radicali, non sono mancati, ma questo  processo di crescita  deve fare i conti proprio con l’intransigenza di una certa chiesa conservatrice contraria a che la Chiesa operi un certo rinnovamento; lo schieramento conservatore si mostra alquanto compatto, una compattezza alla quale, ecco quanto dicevo all’inizio, deve rispondere un’altrettanta compattezza  dei cattolici progressisti, desiderosi di una chiesa  sempre più inserita nel sociale: in tutte le sue forme, sostenendo altresì l’opera di Papa Francesco.

È evidente che ad un impegno di questo genere deve corrispondere un costante lavoro di rafforzamento e crescita della fede in quanto questa rappresenta senza dubbio il propellente necessario all’impegno cristiano quotidiano.

Inoltre, come lo dimostrano i frequenti incontri tra esponenti delle varie confessioni, è importante lavorare al raggiungimento di una maggiore unità proprio nello spirito di fratellanza tra le persone di ogni fede. 

Unità che deve coinvolgere, sempre che lo vogliano, anche i non credenti che spinti da solidarietà umana, si adoperano per il bene del prossimo.

Lo scopo? Raggiungere un clima di convivenza pacifica, accoglienza reciproca e vera solidarietà, al di là dei vari credi e ateismi.

LA CHIESA NON DEVE AVERE FRONTIERE DI NESSUN TIPO.

Gli uomini e le donne del nostro tempo non si pongono tante domande su Dio, né sono particolarmente attratte dalla religione, così come è stata loro presentata e devo dire che, purtroppo, non sono certo mancate motivi di ragione.

Oggi dalla Chiesa e dalle comunità religiose, si cerca, si desidera, direi quasi si pretende, ascolto, accoglienza, fraternità; in altre parole, che ci si pieghi sulle sofferenze.

Tanto più in questo brutto periodo, dove si è portati a chiudersi ancor più nel proprio io e trova più spazio il soddisfacimento dei propri interessi immediati. Per quale altro scopo agire?

Una situazione psicologica accentuata dalla constatazione di vederci facili prede di un microscopico, quasi invisibile microbo, che, tra i tanti danni causati, sta intaccando la nostra fragilità, che avevamo creduto di mettere al riparo creandogli intorno uno scudo di tante, fallaci, sicurezze.

Ed è in situazioni come questa, di soffuso disagio morale, sociale, materiale, che una cosa deve essere ancora più chiara: come cattolici aperti, progressisti, volenterosi di instaurare dialoghi, non possiamo venire meno al nostro ruolo e dobbiamo essere ancor più capaci di recepire, interpretare e diffondere il nuovo indirizzo che Papa Francesco sta cercando di dare alla Chiesa.

Al di là della generosità individuale delle buone azioni di carità, dobbiamo porci come comunità, come veri testimoni di un credo che si cali nella molteplicità delle situazioni sociali. Il mondo sta cambiando, i rapporti stanno cambiando, e seppure nel solco della parola di Gesù, dobbiamo farci incontro a nuove realtà.

Questo non vuol dire certo abbandonare la morale religiosa, ma interpretarla alla luce di mutate condizioni sociali.

Beninteso il punto centrale di questa unità, per i credenti, rimane la liturgia che però non deve essere un momento isolato del nostro vivere quotidiano, ma rappresenti veramente un momento importante nella edificazione di un’attività pastorale sempre più al passo con quanto accade fuori dalle chiese.

I cattolici si devono riconoscere non certo per il distintivo dell’Azione Cattolica, ma per come si pongono davanti alle vicissitudini sociali e per il loro conseguente comportamento.

Senza unità d’intenti, senza comunità non c’è forza, non c’è persuasione, non c’è testimonianza.

STEFANO CERVARELLI