……….E   SE  AVESSE RAGIONE ?

di STEFANO CERVARELLI

Parlo di doping, parlo di carriera sportiva spezzata, parlo di vita sconvolta, parlo di un presunto complotto o tragico errore, parlo di un campione Olimpionico, parlo di una triste vicenda umana, parlo di Alexander Schwazer (perdonatemi se da adesso lo chiamerò solo Alex).

Un caso che sta riscuotendo attenzione nel mondo sportivo ma che non tarderà, se le cose andranno in un certo modo, di valicare i confini di questo, in quanto contiene in sé aspetti che rasentano il giallo, e gettano ombre inquiete sulle procedure di controllo antidoping.

La vicenda, iniziata poco prima dell’Olimpiade di Londra nel 2012, sta tornando nuovamente agli onori della cronaca sportiva, per via di rivelazioni che se trovassero conforto in sede giudiziaria potrebbero certamente illuminare di luce nuova la vita di Alex.

Ma andiamo con ordine.

Nel 2008 all’Olimpiadi di Pechino 2008 conquista la medaglia d’oro nei 50 km di marcia, una specialità molto dura dell’atletica che richiede alto senso di disciplina, grandi sacrifici e nella quale l’Italia è stata sempre all’avanguardia; si prospetta una brillante carriera dato che oltre al titolo olimpico conquista  due bronzi ai Mondiali dl 2005 e del 2007 e la medagli d’oro agli Europei del 2010.

Il suo sguardo però è rivolto alle Olimpiadi di Londra, nel 2012.

 Qui avviene il primo colpi di scena: Alex, nel corso di controlli antidoping, confessa di aver fatto uso di stupefacenti, per lui ci sono quattro anni di squalifica, un tempo lungo per un atleta, ma che, comunque, non gli preclude la possibilità di partecipare all’Olimpiade seguente, quella in programma nel 2016 a Rio de, Janeiro.

Sconta la squalifica, continua tenacemente ad allenarsi sotto le cure di Sandro Donati, personaggio storico del mondo dell’atletica nazionale ed internazionale, ma soprattutto paladino della lotta al doping, tanto che il suo lavoro risulterà determinante nello scoperchiare il sistema del doping di Stato in Russia.

Cosa questa che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non deve essere tanto piaciuta e trovato solidarietà nei vertici della Federatletica Internazionale al punto tale che non sembrerebbe da scartare l’ipotesi che si sia voluto colpire lui, la sua carriera di allenatore, colpendo un suo pupillo, screditandolo in questo modo agli occhi del mondo sportivo e non solo di questo.

Passano i quattro anni di squalifica, espiata la colpa il nostro marciatore torna a volare mentre si avvicina il momento tanto atteso: l’Olimpiade di Rio. Qui abbiamo il secondo colpo di scena.

Un mese prima dell’inizio dei giochi ed esattamente il primo gennaio 2016 Alex viene trovato nuovamente positivo per via di una quantità infinitesimale di testosterone nelle provette; non può partecipare ai giochi, deve tornare a casa.

Questa volta è il dramma.

 Se a Londra, con molta onestà, si era dichiarato colpevole, qui no, non accetta il verdetto, si ribella, non può essere, non ha assunto nessun farmaco o altri prodotti proibiti, niente da fare. Per colmo di ironia il giorno prima della gara il taxi che lo sta conducendo all’aeroporto percorre proprio lo stesso percorso, sul quale l’azzurro sognava di conquistare la sua seconda medaglia d’oro olimpica. È terribile, le televisioni trasmettono nel mondo le immagini del volto piangente, stravolto del campione.

Il verdetto della giustizia sportiva cala come una mannaia: otto anni di squalifica! Carriera finita, vita traumatizzata, interrompe gli studi universitari, svolge lavori vari, è nella più assoluta depressione, a sostenerlo ci sono i famigliari, Donati e la gente della sua terra.

Alex e Donati hanno subito avanzato l’idea del complotto, della manipolazione delle provette, ma il mondo dell’atletica e le istituzioni sportive non hanno creduto a questa tesi preferendo scaricare l’atleta disonesto e l’allenatore scomodo.

Su questa vicenda l’opinione pubblica, in particolare quella sportiva, si divide tra colpevolisti e innocentisti così come ci si divide nel tifare due campioni rivali, due squadre della stessa città o, come avveniva ai tempi dei Beatles e dei Rolling Stone; una storia che assume risvolti appassionanti, nella quale bisogna anche tener conto della componente umana.

Comunque, al di là di semplici giustizialismi o affrettate assoluzioni, la vicenda mostra particolari anomalie e merita di essere analizzata, merita che si vada in fondo e nel far questo ci si rende pian piano conto che qualcosa non va.

La Wada (Word-Anti- Doping-Agency), il Word Athletics (organizzazione che si occupa dell’atletica leggera a livello mondiale), i laboratori di Colonia non sono particolarmente collaborativi, anzi, danno l’idea di voler alzare paletti e steccati facendo nascere sempre più la convinzione che Alex e Donati non sbaglino a continuare ad avere una comprensibile voglia di giustizia.

Intorno a questo caso ci sono state troppe” sfortunate coincidenze”, dall’anomalia del controllo, al trasporto delle provette che successivamente, nonostante contenessero materia biologica sono state, prima di essere esaminate, inopinatamente lasciate incustodite per 15 ore alla GQS (Global Quality Sports) azienda che viene utilizzata della Federatletica mondiale per svolgere parte dei suoi controlli antidoping.

Successivamente poi c’è stato un grosso ritardo nella consegna di un flacone (B) al giudice di Bolzano che ne aveva fatta richiesta e che è riuscito ad entrarne in possesso grazie alla sua caparbietà; infine, quando il laboratorio di Colonia è stato costretto a dare il flacone (B) deve essere successo qualcosa: solo così si può spiegare la grande differenza di Dna trovata tra le due provette.

 Nonostante tutto questo la lotta appariva senz’altro impari; senza contare che il mondo dell’atletica, le sue istituzioni, avevano già espresso il loro verdetto di condanna e non potevano certo credere alle tesi di un atleta recidivo, a un allenatore “scomodo” che molte volte aveva denunciato i mali di questo sport.

Tutto finito? No! 

 Ecco arrivare il terzo colpo di scena, quello che fa assumere alla storia inquietanti dubbi colorandola di “giallo” e che, per ironia della sorte, avviene proprio nello scenario del Tribunale di Bolzano, dove il campione entra da imputato chiamato a rispondere penalmente del suo presunto gesto.

Durante l’istruttoria del processo il Gip dà incarico al suo perito, il Colonnello dei Carabinieri Giampietro Lago, di svolgere una perizia su quella provetta di cui parlavo prima.

Il Colonnello compie il suo lavoro ed arriva a una conclusione che non esita a mettere per iscritto.

“…la concentrazione del Dna delle provette di Alex NON corrisponde a una fisiologia umana e i dati confermano quindi un’anomalia.” In poche parole, il perito avanza l’ipotesi di una manipolazione delle provette.

Il prossimo passo giudiziario sarà a cura del PM che dovrà decidere se chiedere al Gip l’archiviazione della posizione del marciatore. Una verità quindi che dopo quattro anni rimarrebbe ancora sospesa, avvolta nella nebbia di molti dubbi, ma è certo che una assoluzione in sede penale rappresenterebbe per il marciatore di Vipiteno, una grande prima vittoria riabilitandolo agli occhi di ciò che tiene di più caro: la sua famiglia.

Si aprirebbero, allo stesso tempo, scenari nuovi su questa triste   storia anche se sembra difficile che la giustizia sportiva, che già ha emesso tutte le sue sentenze, possa rivedere le sue posizioni. Sarà un percorso ancora lungo difficile, ma Alex, che adesso ha 36 anni, non vuole darsi per vinto, è continua la sua preparazione in vista di Tokio; ma se così non dovesse essere, se il nostro campione dovesse rinunciare al suo sogno, come già avvenuto per altre competizioni, la conclusione a cui è giunto il Colonnello Giampietro Lago busserà ancora più forte alla coscienza di tutti.

STEFANO CERVARELLI