Quella storiaccia di Rupesovrana 

Un corpo di donna nella Bassa Maremma…Intervista a SIMONETTA BISI e NICOLA R. PORRO a cura di RITA BUSATO ♦

Il vostro libro ha una copertina che si fa notare, complimenti. Il riferimento ai classici gialli Mondadori è voluto, immagino.

S.B.&N.R.P. L’idea è stata del nostro editore (il libro è pubblicato dalla Homeless) a noi è piaciuta. Stimola la curiosità e per noi è di buon auspicio: una collana di narrativa gialla e noir che esiste dal 1929!

Devo farvi una domanda per così dire… di rito. Come mai due sociologi, autori di saggi, hanno deciso di dedicarsi alla narrativa e in particolare al racconto di un delitto?

S.B. Nel mio caso posso ricordare i miei precedenti studi di criminologia. Ho insegnato Sociologia della devianza alla Sapienza e in alcuni master. Mi hanno sempre affascinato le storie torbide e i fatti di sangue. Inoltre ho già pubblicato un romanzo e alcuni racconti, poi ho allentato per dedicarmi all’università e alla saggistica. Di recente ho ripreso a scrivere “storie brevi”, alcune usando uno pseudonimo. Inoltre sono una lettrice di narrativa fin dall’adolescenza. Per vari motivi ho sacrificato alla saggistica il piacere di scrivere fino a quando… Insomma il punto decisivo è stato l’avere trovato un partner di scrittura stimolante. Ma di questo particolare “incontro” potremo parlarne.

N.R.P. Per parte mia, a intrigarmi è stato il gusto della sfida: cimentarmi in un’impresa mai tentata. A differenza di Simonetta non avevo mai scritto altro che saggistica e ho dovuto costruirmi un linguaggio narrativo dal nulla, non senza fatica. In dote ho portato la conoscenza del territorio e forse l’esperienza maturata in anni lontani quando mi occupavo come sociologo di studi di comunità.

Prima di entrare nel merito del vostro libro, potete spiegarmi come avete fatto a scrivere a due mani, e in quanto tempo?

S.B. & N.R.P. Sinceramente: anche a noi sembra incredibile. Ho/abbiamo la sindrome dello scrittore davanti al libro stampato: Ma davvero l’ho scritto io? In questo caso: davvero l’abbiamo scritto noi? Sì. È vero e abbiamo avuto un complice: i mesi del lockdown. Obbligati a casa, abbiamo deciso di provare a rendere concreta la nostra idea. Quello che fino a poco tempo prima era quasi un gioco: tessere insieme una trama, inventarsi ciascuno qualche personaggio, girare per la Bassa Maremma fotografando possibili scenari… è stato messo, come si dice, nero su bianco.

Vi siete divisi i ruoli, i capitoli? Come avete fatto a rendere il libro così letterariamente fuso, come fosse nato da un’unica penna.

S.B. & N.R.P. Anche a questa domanda possiamo rispondere insieme. Non è stato semplice, non è stato un gioco ma un continuo lavoro su di noi. Discussioni accese, scritture e riscritture, cambiamenti in corso d’opera della trama… però alla fine la nostra scrittura è entrata in sintonia. Insomma: la fatica c’è stata, per esempio sottoponendo a controllo continuo quello che venivamo scrivendo, documentandoci sulle tecniche investigative più aggiornate e rimontando in forma narrativa spunti offerti dalla cronaca. Ci fermiamo qui, non anticipiamo…

Una domanda sulla scelta del titolo, di chiara ispirazione gaddiana, mi pare.

S.B. Si tratta di un’assonanza limitata al titolo. Misurarsi con Gadda sarebbe stato davvero imprudente… Scrivendo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana Gadda ha creato un suo linguaggio, ha rifuso dialetto popolare ed echi manzoniani, si è riappropriato di termini arcaici, ha creato dal nulla nuovi vocaboli. La creazione di un vocabolario proprio la troviamo però anche in Camilleri, nell’impurità del suo siciliano e la rivalutazione del vernacolo nella narrativa è abbastanza ricorrente nella narrativa italiana contemporanea. Proprio l’esempio di Camilleri ci ha aiutato a vincere qualche timidezza: anche il dialetto di Tirrenella, cui facciamo ricorso di tanto in tanto -soprattutto quando diamo voce al misterioso poeta Battichiodo -, non è un civitavecchiese “da puristi”.

Battichiodo? Chi era costui?

N.R.P Quella di Battichiodo è una figura di fantasia che si ispira alla tradizione – presente anche da noi – dei poeti vernacolari. Nel nostro caso il misterioso poetastro scandisce con i suoi versi le fasi dell’indagine. Nessuno lo conosce, ma gode di una certa popolarità. Se ne serve per avanzare insinuazioni, seminare dubbi. A un certo punto gli investigatori sospetteranno addirittura un qualche suo coinvolgimento nella vicenda.

Teatro del racconto sono la città portuale che avete battezzato Tirenella e i suoi dintorni. Perché avete fatto ricorso a nomi di fantasia quando le ambientazioni sono così facilmente riconoscibili da un lettore che abbia qualche familiarità con la zona?

N.R.P In effetti, di fantasia ce ne vuole ben poca per riconoscere lo scenario della narrazione. Se abbiamo optato anche qui per una modalità alla Camilleri è perché questo espediente narrativo concede agli autori qualche grado di libertà in più, sottraendoli al vincolo di una perfetta aderenza alla realtà.

S.B. Certo, le descrizioni della città e dei dintorni sono riconoscibili per chi in questi luoghi vive e ha vissuto. Però può destare curiosità nei tanti che conoscono la città solo come luogo di sbarco (o imbarco) e vedono la zona solo come “museo all’aperto”. Vorrei aggiungere che un paesaggio esteriore è anche un paesaggio interiore, e forse così si può vedere “quel bello e quel brutto” di Tirrenella che abbiamo provato a descrivere.

I personaggi descritti sono anch’essi presi dal contesto o frutto della fantasia?

N.R.P. Risalire dai personaggi e dalle vicende della storia a figure identificabili e riconoscibili è impossibile. Non presentano alcuna corrispondenza con personaggi reali, anche se in essi si combinano vari elementi e alcuni tratti ricorrenti. Così come avviene in tutti i romanzi di fantasia, c’è sempre un serbatoio di realtà a cui attingere, ma nel prodotto finito la “materia prima” viene miscelata e diventa tutt’uno con il racconto.

S.B. Ogni personaggio, ogni situazione è sempre un’elaborazione dell’esperienza personale, ma anche delle letture e dei personaggi che inevitabilmente fanno parte del nostro bagaglio culturale. E dell’immaginazione che deve amalgamarli con il contesto e con il ruolo che ricoprono, senza per questo ingessarli in un prototipo.

Non svelo la trama se dico che oggetto dell’indagine è la scoperta del cadavere di una donna. L’aver scelto una donna anche come capo delle indagini è stato casuale oppure c’è un po’ di “femminismo” nella scelta? Simonetta ci parli di Amalia Fuccillo?

S.B. Per quanto mi riguarda, forse sì, c’è stato il desiderio di continuare sulla strada dell’emersione del soggetto donna e della capacità femminile in tutti i campi. Come abbiamo scritto nei nostri articoli, figure femminili di brave “indagatrici” ci sono sempre state, ma per lo più con un ruolo subordinato. Da tempo invece le troviamo a pieno titolo condurre le indagini da magistrato, questore, eccetera. La nostra “vicequestora”, una napoletana verace, è brava, capace e testarda ma anche sensibile e con un passato doloroso. E mostra qualche cedimento alle emozioni.

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Una domanda a Nicola. Ho trovato originale la presenza nella vicenda di una emittente locale. Ne avete ricostruito la storia con passione e entusiasmo. L’avete fatto per evidenziare anche il ruolo sociale di queste tv e radio locali?

N.R.P. Una certa “militanza” nell’emittenza locale appartiene alla mia biografia e ne conservo un ricordo straordinario. Ci ha stuzzicato l’idea di rivisitare un’esperienza che fra i Settanta e gli Ottanta contribuì potentemente a democratizzare e a “decentrare” il sistema dell’informazione nazionale ubicandola ai giorni nostri, in un contesto radicalmente mutato…

Cos’è cambiato, in due parole…

N.R.P. All’epoca ci sentivamo i pionieri di una nuova frontiera, volevamo fare a modo nostro “servizio pubblico”. Poi è arrivata la stagione della normalizzazione. L’avvento dei grandi network commerciali fra i Novanta e il Duemila ha costretto sulla difensiva quel sistema ricco solo di entusiasmo e di tanto lavoro volontario. Hanno resistito in pochi e l’emittenza radiofonica, più agile e meno costosa, forse ha retto meglio di quella televisiva. La Tirrenews che abbiamo inventato è una squadra di “sopravvissuti” che non si arrendono: gente che ha ancora voglia di raccontare una storia non omologata.

La vostra Tirrenella è sicuramente Civitavecchia. Ma è un po’ anche l’Italia?

N.R.P. Bella domanda. Sai quante Civitavecchia si debbono mettere in fila per fare l’Italia? 1173: fa lo 0.085% della popolazione nazionale. Un valore statistico insignificante per consentire qualsiasi generalizzazione. E però…

Però…

N.R.P. Però questa città presenta un profilo socio-demografico – classi d’età, reddito pro capite, dinamiche della natalità, livelli di istruzione, tipologia di consumi ecc. – che si avvicina abbastanza ai valori medi nazionali. Antropologicamente parlando, Civitavecchia-Tirrenella è davvero Centro Italia. Sta nel mezzo, non solo per la sua latitudine. Il suo profilo è irriducibile agli opposti stereotipi di terroni e polentoni. Pensa al nostro dialetto o alla nostra cucina: quante contaminazioni, quante “variazioni sul tema” rispetto sia all’hinterland maremmano-viterbese sia alla metropoli a due passi da noi! E ancora: amministrativamente appartiene a una delle maggiori aree metropolitane d’Europa ma non rappresenta una pura appendice del sistema urbano della capitale. Insomma, ci è sembrato intrigante posare uno sguardo bonariamente ironico su una specie di Middletown tricolore…

Gratti gli autori e rispuntano i sociologi…

S.B. No, per carità, nessuna confusione. È un racconto di fantasia e tale deve rimanere. Inevitabilmente la narrazione riflette la complessità della realtà, i suoi chiaroscuri, il bene e il male, il dramma e l’ironia. I personaggi devono essere plausibili, con i loro problemi personali, le loro frustrazioni e i loro tic. Noi scriviamo dei nostri tempi, quindi della crisi sociale e culturale che stiamo vivendo e che non può non avere qualche riflesso nella nostra storia.

N.R.P. Posso ricordare un altro comprimario della nostra storia a Tirrenella. Un giornalista di una nota testata che per anni si è occupato di cronaca nera e che ora si è ritirato nella villa dei nonni. E non ritrova più l’atmosfera e i luoghi della sua adolescenza quando frequentava il liceo cittadino e credeva ancora fosse possibile cambiare il mondo. Spazzate via le utopie, sarà un critico impietoso, a volte anche troppo, delle trasformazioni della città.

A giudicare dalla copertina, il vostro racconto fa parte della categoria dei “gialli”, o preferite si avvicini a quella dei noir, un thriller…

S.B. Vorremmo rifuggire dalle etichette. Ci sono saggi che sembrano romanzi e viceversa. La definizione di romanzo deriva dal francese romance, e segna la rivalutazione dell’amore contro i matrimoni organizzati dalla famiglia. Però il termine si è allargato e ingloba quasi tutto. Io credo che abbiano ragione gli anglosassoni ad usare prevalentemente un termine unico come novel, e novelist per lo scrittore. Un termine unico che racchiude tutta la narrativa anglosassone dal Robinson Crusoe di Daniel Defoe sino a Dickens, Virginia Wolf, al contemporaneo Ian MacEwan.

N.R.P. Dare un’etichetta significa infilare la storia in una gabbia che a volte sta stretta, anche se è utile per dare un’idea del tipo di lettura che viene offerta. Il nostro è un giallo sui generis se guardiamo alla trama nella sua essenzialità. Ma sarebbe meglio dire che è una storia dove i contesti, anche se sfumati, hanno una localizzazione evidente. C’è un porto che in pochi decenni si è convertito nel secondo scalo crocieristico del Mediterraneo, c’è un lungomare, ci sono gli scavi… E non siamo i soli a fotografare questo contesto per una narrazione. Pensiamo all’ultimo lavoro di Saladini…

Avete citato un autore civitavecchiese, ma ce ne sono altri di riconosciuto valore. Qualcuno si azzarda a parlare di una nostra piccola primavera letteraria…

S.B.&N.R.P. Speriamo davvero che non si tratti di una moda passeggera o di un effetto di ritorno della clausura imposta dall’epidemia. Anche noi abbiamo letto e apprezzato lavori interessanti. Adesso però spetta ai lettori indicare la via…

State forse già pensando a un’altra avventura per Amalia Fuccillo e il suo team?

S.B.&N.R.P. Impossibile rispondere prima di… aver sentito l’opinione di chi ci leggerà.

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SIMONETTA BISI NICOLA R. PORRO