NON FERMIAMOLI!

di STEFANO CERVARELLI

Non per niente l’Italia è ultima in Europa nella classifica di avviamento allo sport.

Quando si prendono decisioni come quella presa nel quadro dei provvedimenti adottati per contrastare la nuova ondata del Coronavirus cosa ci si può aspettare?

Ecco infatti cosa è previsto nell’ultimo dpcm del 18 0ttobre” …È vietata l’attività dilettantistica di base, le scuole e l’attività formativa di avviamento allo sport…”.

Fermare lo sport di base, senza riscontri che ne giustifichino la decisione, è un grande errore; non si può non pensare a tutti i discorsi, i fiumi di parole, che si sprecano nelle varie “solenni “occasioni, sulla necessità di praticare sport, sull’importante ruolo che ricopre nell’età evolutiva. Concetti, parole che perdono senz’altro credibilità di fronte alla scelta di sospendere l’attività sportiva di ragazzi, ragazze, adolescenti, bambini.

Se ce ne era bisogno questa è l’ulteriore dimostrazione di come, quasi mai, la scelta più facile corrisponde alla scelta giusta.

Non esistono infatti dati e motivi a supporto di questo provvedimento; nei campi, nelle palestre, nelle piscine non c’è stata nessuna esplosione di focolai. Allo stesso tempo esistono, nei luoghi dove si pratica sport, chiari protocolli che devono essere rispettati e applicati; allora sì che, laddove questo non avvenisse, il centro sportivo andrebbe chiuso; ma soltanto quello, non tutti.

La politica, purtroppo, se nei proclami e discorsi ufficiali dimostra sensibilità verso lo sport, nei fatti poi, come in questa occasione, rischia di mettersi in rotta di collisione con un buon settore del mondo sportivo, mentre il CTS ha dimostrato di non essere a conoscenza della organizzazione sportiva palesando una certa incompetenza non solo con le sue dinamiche, ma anche con l’intero impianto tecnico-organizzativo; sarebbe stato necessario coinvolgere in questo tipo di scelta  persone ed istituzioni che  sarebbero state in grado di offrire un contributo qualificato.

Ed invece…. Abbiamo inventato il Lockdown dello sport giovanile!

Si interviene proprio in quella fascia di età (adolescenziale) dove la percentuale di abbandono dello sport è già di per sé alta; se non possono giocare, anche i più volenterosi che faranno? (Ed a questo proposito voglio ricordare che l’Italia, in fatto di obesità giovanile, è al secondo posto in Europa).

 Un merito però va riconosciuto a chi, come il Ministro Spadafora, ha fatto argine contro la volontà del CTS che voleva la chiusura completa dello sport, guarda caso, dilettantistico, inserendolo per dirla con le parole del Ministro Speranza, tra le attività non essenziali”.

Nessuno mette in dubbio che la curva dei contagi stia rapidamente risalendo, ma perché a pagare la scelleratezza di tanta gente devono essere i giovanissimi, e addirittura i bambini? Senza peraltro, torno a dire, nessuna evidenza scientifica che giustifichi la scelta?

Fermando lo sport di base, impedendo agli adolescenti e bambini di fare sport, di divertirsi, non si è tenuto conto evidentemente di quale movimento si andava a bloccare.

Nel 2017 gli atleti tesserati erano 4.703.000.

La percentuale degli under 18 che praticano attività sportiva è del 56,7%

 Il 36% dei tesserati alle federazioni sportive ha un’età compresa tra gli 8 ed i 12 anni.

Nella Federcalcio due terzi del 1.046.000 tesserati fanno parte del settore giovanile e scolastico. In Italia ci sono 148.800 impianti sportivi elementari, cioè che consentono la pratica sportiva di una o più attività sportive, e ci sono quasi 64.000 società sportive, mentre ce ne sono 38.200 non classificati come spazi tecnici, ma che, per la continuità della pratica e la parziale presenza di attrezzature sportive, sono eletti a luoghi di pratica sportiva, sebbene non omologati.

Io credo, quindi, che in questo particolare momento occorra il massimo equilibrio e grande capacità di discernimento.

Togliere lo sport ai bambini ed agli adolescenti vuol dire oltretutto caricare le famiglie di un altro peso oltre a quelli che già sopportano, senza peraltro che questa inopinata scelta favorisca l’abbassarsi del rischio contagio.

Non è meno rischioso, infatti, mandare un bambino in una struttura protetta, dove vengono osservati i giusti protocolli, piuttosto che mandarlo a giocare nelle strade? Tutto questo è assurdo: si vieta il contatto nei luoghi predisposti, attrezzati, mentre lo si consente in maniera obiettivamente disordinata, non controllata, nelle strade, nei parchi! Perché è lì che andranno bambini, a meno che non si tengano chiusi in casa davanti a monitor e video vari.

Ai più grandi, che dopo essere rimasti in casa per diverse ore, complice anche la didattica a distanza, e che non vedono l’ora di andare a fare un po’ di sport, cosa diciamo:” vai a giocare al parco?”

Il bambino, l’adolescente, ma i giovani in generale, hanno e sentono il bisogno di giocare, vogliono la competizione, la gara con i compagni, con l’avversario; è questa l’essenza sia del gioco che del divertimento che contribuisce, come viene sempre affermato, alla sua tanto “lodata” formazione sociale.

Attività di base individuale, lo può dire solo chi non ha nessuna dimestichezza con le esigenze ludiche e motorie dei bambini.

Naturalmente il dispositivo riguarda anche gli enti di promozione sportiva ed a tale proposito il CSI (Centro sportivo italiano) ha fatto sapere che sarà costretto a bloccare 628 campionati di cui 406 già avviati.

Si calcola che complessivamente fra tutte le federazioni ed enti sportivi un milione di bambini resteranno senza partite.

Fa pensare poi la distinzione fatta tra attività regionale e attività provinciale. La prima è consentita, la seconda no; senza entrare adesso in tanti meandri tecnici dirò soltanto che, per esempio, nel calcio questo significa la chiusura di centinaia di campi e campetti vari, da quelli di periferia a quelli di piccoli centri dove magari l’unica forma di divertimento, di socialità per ragazzi, è costituita proprio dalla squadra di football e relativa scuola di calcio.

Dicevo prima che, così come la Ministra Azzolina ha difeso il sacrosanto diritto allo studio, il Ministro Spadafora ha difeso fin che ha potuto il sacrosanto diritto allo sport dei cittadini più giovani, ricevendo però, dai suoi colleghi, deboli adesioni.

Perché? Per quello che dicevo prima: la facilità della scelta.

Chi si oppone alla chiusura di palestre, piscine, campi di gioco?

Chi è che blocca un decreto per difendere il diritto al gioco di una quadra di un lontano paese, una qualunque periferia, una qualsiasi borgata, un quartiere di città? A chi interessa se nei piccoli centri l’unica occasione di svago per ragazzi e bambini è costituito da scuola calcio, da una palestra, o magari da una piscina?

I bambini, gli adolescenti non hanno sindacati, non sono organizzati, non riescono ovviamente ad avere una voce unica che si alzi a protestare; hanno solo i loro genitori che peraltro, in questa fase, sono alle prese con grossi problemi, di ogni tipo; hanno dalla loro però le istituzioni sportive e devo dire che, queste stanno facendosi sentire, con quali risultati lo vedremo.

Ma al di là di quest’ultima considerazione esiste una ragione più profonda che inevitabilmente porta a certe scelte. La si trova nel fatto che nella nostra cultura, lo sport, l’attività fisica in generale è ancora considerata attività accessoria, non essenziale se non addirittura, da tanti, considerata inutile.

Non mi soffermo certo a spiegare la stupidità di tale concetto, sarebbe un’offesa all’intelligenza di chi ha avuto fin qui la pazienza di leggermi, però, una cosa fatemela dire: sempre più forte è l’impressione di vivere in un Paese sportivamente molto maleducato.

Avevo appena terminato di scrivere l’articolo e stavo per spedirlo quando sullo schermo televisivo è apparso il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per leggere il nuovo Dpcm appena varato.

Un decreto che oltre a contenere, come tutti si aspettavano, misure più stringenti per varie attività e “forti” raccomandazioni sui comportamenti e spostamenti personali, dispone, né poteva essere altrimenti, norme più severe per lo sport.

Se nel precedente decreto veniva lasciata la possibilità di svolgere attività regionale, ora questa possibilità viene meno con il conseguente blocco di tutta l’attività dilettantistica in tutti gli sport; restano inalterati i campionati professionistici e semi-professionistici, vale a dire, per fare un esempio, che nel calcio si può giocare fino alla serie D.

Un duro colpo per tutta la restante attività considerando tra le varie cose, anche il fatto che ci sono state società, tanto per restare alla nostra città, (ma nel comprensorio ce ne sono molte altre) come il Civitavecchia Calcio 1920 e la Cestistica Civitavecchia che per disputare i loro campionati non certo poco impegnativi, hanno affrontato il peso economico della campagna acquisti.

Nel tentativo poi di limitare al massimo la mobilità delle persone (non vedo altri motivi) si è deciso inoltre di chiudere piscine e palestre; provvedimento questo che poteva avere un carattere meno globale; sarebbe stato sicuramente più opportuno, avvalendosi dell’operato delle Asl, un controllo mirato dei vari impianti, ed intervenire, in maniera drastica laddove fossero state registrate inadempienze nei dispositivi di sicurezza.

Non dimentichiamoci che alle società che gestiscono le piscine e titolari di palestre era state impartite disposizioni con lo scopo proprio di mettere in sicurezza i propri luoghi sportivi, ed ai quali i vari gestori si erano attenuti. Credo che soluzioni alternative alla chiusura completa si sarebbero potuto certamente trovare.

Naturalmente nel nuovo decreto viene confermata l’impossibilità di svolgere attività di avviamento allo sport.

Anzi, ad una prima veloce lettura delle nuove norme sembrerebbe che, per logica conseguenza con il divieto di svolgere sport di contatto, ai bambini sarebbero proibito anche svolgere partitelle al parco. Ne riparleremo.

STEFANO CERVARELLI