L’Opera in nero

Intervista di ETTORE FALZETTIBRUNO PRONUNZIO  ♦

Intervista di Ettore Falzetti a Bruno Pronunzio sul suo romanzo, Sindrome assassina, secondo classificato nel concorso letterario dell’ITFF con la seguente motivazione:

Avvincente noir che intreccia abilmente più trame, traendo spunto con  verosimiglianza da reali fatti di cronaca e di storia così da spingere il lettore a soddisfare la curiosità attraverso personali ricerche.

Apprezzabili e godibili  i numerosi riferimenti colti, sempre precisi e puntuali, con particolare attenzione a eventi e personaggi del territorio. Le varie storie sono legate con interna coerenza: un’ architettura narrativa attenta e rigorosa dove tutti gli elementi sono funzionali e nulla è gratuito o casuale.

La scrittura è essenziale e agile, non priva di raffinata, sottile e sapida ironia.

Un romanzo piacevolissimo che , come nella migliore tradizione del poliziesco, si pone come una costante sfida all’ intelligenza del lettore.

 Secondo romanzo e seconda indagine per due insoliti investigatori, un informatico e addirittura un vescovo. Ma forse dovremmo dire tre, visto il ruolo che svolge la fidanzata del primo, una giocatrice di pallamano ungherese.

Puoi dirci qualcosa di più su questi personaggi?

Pur essendo Sindrome Assassina un romanzo stand alone, incontriamo Stefano Zarri già in Chiave di Volta, coinvolto da un personaggio che non svela la propria identità – ma che nel secondo romanzo si scopre essere il vescovo Carlo Bellinzago. Di solito nei gialli si incontrano protagonisti con trascorsi particolari, spesso drammatici. Stefano invece l’ho immaginato come un uomo qualunque, al limite della banalità, ma con una grande curiosità che lo porta più volte a mettersi nei guai. Come informatico, Stefano ha grande fiducia nella tecnologia, ma non sempre l’oracolo della rete lo conduce alla verità. Nelle sue indagini è affiancato da Enikő, un’atleta ungherese ingaggiata dalla formazione di pallamano di Treviso, città nella quale vivono. La ragazza ha anche il delicato compito di supportare psicologicamente Stefano, aiutandolo a superare i traumi vissuti nelle vicende narrate in Chiave di Volta. Carlo Bellinzago in gioventù era stato un promettente pugile. Durante un incontro di boxe subì un infortunio e restò in coma per alcuni giorni, al risveglio decise di cambiare vita. Per dirla con una battuta, dopo la suonata arrivò la chiamata. Presi i voti, Bellinzago si dedica agli studi e diventa professore di epigrafia. Il vescovo nell’approccio investigativo rappresenta l’alter ego di Stefano, cercando di sfruttare al massimo le armi messe a disposizione dall’enorme bagaglio culturale di cui dispone e dalla profonda conoscenza delle debolezze umane. Mi piace anche ricordare la figura di Ahmed, giunto per caso negli anni 70 a Civitavecchia dall’Algeria, e subito ribattezzato Amedeo er Saraceno. Una bella storia di integrazione e di mélange culturale.

Nel romanzo si intrecciano varie storie molto distanti fra loro, nel tempo e nello spazio. Alla fine scopriamo che sono tutte strettamente legate.

Quanto è difficile (e stimolante) portare avanti così tante linee narrative?

Nel romanzo si parte dalla Milano del 1300, si passa a Parigi nel 1842, poi a Civitavecchia nel 1972, Torino nel 1983 e nuovamente Milano e Civitavecchia ai giorni nostri. Periodi e luoghi così distanti tra loro sembrano non avere nessun legame, ma andando avanti nella lettura si scopre che esistono uno o più elementi che li accomunano. Il bello è che questi elementi, come il culto per Guglielma la Boema, Stendhal, alcune tra le più famose opere musicali o le vicende del banchiere Mattioli erano connesse tra loro prima ancora che scrivessi il romanzo. Il mio lavoro è stato soltanto quello di scoprirle e costruirci intorno una storia coerente e verosimile.

Compaiono numerosi riferimenti –spesso raffinati- a eventi reali di storia e di cronaca. Una lettura attenta rivela che nessuno di questi è gratuito e casuale: anche il titolo del romanzo è per certi aspetti un indizio…

Ho già fatto riferimento a Stendhal. La sindrome che porta il suo nome è il malessere che colpisce chi si trova al cospetto di opere d’arte all’interno di uno spazio di dimensioni limitate. Il romanziere francese parla di quest’emozione provata uscendo da Santa Croce. Io immagino che un’esperienza del genere possa averla vissuta anche a Civitavecchia, nel corso della sua decennale permanenza, durante le visite nell’abitazione del notabile locale Pietro Manzi.  Alcuni fatti di cronaca restano impressi nella memoria. Nel 1983, in una domenica di febbraio, undici sciatori morirono per la caduta di un’ovovia a Champoluc, in Valle d’Aosta. Quell’evento passò in sordina perché nel pomeriggio dello stesso giorno, in un cinema di Torino, un incendio uccise sessantaquattro persone, scuotendo le coscienze sulla necessità di tutelare maggiormente la sicurezza nei locali pubblici. Il ricordo di quelle tristi immagini è ancora vivo dentro di me, sentivo la necessità di parlarne.

I tuoi “assassini” amano la ritualità, disseminano la scena del delitto di messaggi colti. Nel primo romanzo, Chiave di volta, tutto ruotava attorno ai dipinti di Michelangelo; stavolta attorno all’opera lirica.

Hai dei modelli letterari in particolare?

Cerco di leggere almeno trenta libri l’anno, non solo gialli. Prediligo i romanzi storici, che possano arricchirmi culturalmente oltre che soddisfare il piacere della lettura. In Chiave di Volta l’interpretazione di alcuni dipinti di Michelangelo spinge Stefano Zarri verso la soluzione dell’enigma. In Sindrome Assassina le opere di Verdi, Rossini e Wagner portano fuori pista gli inquirenti ma consentono a Stefano e a Carlo, grazie a una lettura più approfondita degli indizi, di stringere la rete intorno al serial killer. Ognuno dei tre delitti segue un rito particolare e, accanto a ciascun cadavere, viene lasciata una pen drive contenente tre brani d’opera e un’immagine. Due di queste, i tarocchi raffiguranti la Morte e la Papessa, si scopre essere strettamente connessi a Guglielma la boema, all’evento del cinema Statuto e ad alcune opere musicali.

La tua geografia narrativa è sempre molto varia, ricercata e minuziosa nei dettagli. Una parte di Sindrome assassina è ambientata a Civitavecchia, la nostra città: un omaggio, un divertissement o una scelta funzionale alla trama?

Tutti e tre. Mi piace parlare dei miei luoghi del cuore. In Chiave di Volta la trama si snoda tra Treviso, dove ho vissuto per quattro anni, Modena e il Casentino. In Sindrome Assassina le vicende spaziano tra Milano, Torino, Parigi e naturalmente Civitavecchia. Circa vent’anni fa lessi una notizia che mi colpì molto: il più importante banchiere del 20° secolo, Raffaele Mattioli, aveva deciso di farsi seppellire nel piccolo cimitero annesso all’abbazia di Chiaravalle a Milano, accanto all’edicola che aveva ospitato i resti di Guglielma, prima elevata agli onori degli altari e poi considerata eretica dall’Inquisizione. Mi sarebbe piaciuto scrivere qualcosa su questa vicenda, così come avrei voluto parlare della permanenza di Stendhal a Civitavecchia. Il trait d’union mi fu donato da uno dei più grandi cultori dello scrittore francese: Silvio Serangeli. Durante una visita ai luoghi stendhaliani di Civitavecchia, Silvio mi disse che fu proprio Mattioli, grande mecenate oltre che banchiere, che acquistò dagli eredi Bucci – per donarli al Comune di Milano – i mobili, completi di libri e manoscritti, che arredavano il suo studio. Potevo farmi sfuggire una simile coincidenza?

Stai già pensando a un terzo romanzo, sempre con gli stessi protagonisti? Se la risposta è sì, puoi darci qualche anticipazione?

Nel prossimo romanzo l’epicentro sarà Siena (altra città del cuore). Questa volta il vescovo e l’informatico devono fermare un’organizzazione che sta seminando morti in giro per l’Europa. L’elemento rituale è rappresentato dalla presenza di alcune monete deposte accanto alle vittime. Non manca la pista religiosa: se nel primo romanzo erano i Templari e nel secondo l’eresia guglielmita, nel terzo avremo a che fare con l’Ordine di Malta. L’elemento artistico è rappresentato da Caravaggio, che fu esule proprio a Malta, e da Gian Lorenzo Bernini.

ETTORE FALZETTI