Il nero sguardo dei merli

 

Intervista a Giorgio Leonardi a cura di RITA BUSATO ♦

Partiamo dal titolo: “Il nero sguardo dei merli”. Perché questa scelta? Cosa vuole suggerire a chi si accinge a leggere il libro? E che ruolo hanno i merli nella vicenda romanzesca?

Il titolo è la prima cosa che si legge in un libro ma, solitamente, è anche l’ultima che viene scritta dall’autore. Non è stata una scelta facile perché, di fatto, i merli c’entrano poco nella trama del romanzo, ma la loro presenza all’inizio e alla fine del libro, in qualche misura, ha un valore simbolico. Dall’alto del loro punto di osservazione, hanno uno sguardo distaccato e disincantato sulla varia umanità che popola le pagine del romanzo. Quasi fossero dei testimoni loro malgrado. Per tale scopo mi servivano proprio degli uccelli, perché incarnano appunto la possibilità di elevarsi al di sopra delle beghe terrene. E tra tutti ho scelto i merli perché sono dei migratori inquieti. La loro presenza nei due punti estremi della storia, inoltre, rafforza il senso di circolarità, che è alla base del romanzo.

Quindi cosa succede sotto questo “nero sguardo dei merli”? Qual è la storia raccontata nelle pagine del libro?

Non è facile sintetizzare la trama di questo romanzo perché si tratta, per certi aspetti, di un’opera corale, di un romanzo a incastro, quindi di una narrazione che contiene varie storie. E tutte si combinano, come tasselli di un mosaico, a comporre l’intreccio complessivo. Tutto inizia e finisce in una città immaginaria del Nord Europa, e si svolge entro un arco temporale di poco più di 20 anni: dalla calda estate del 1970 a un plumbeo ottobre del 1992. Nel corso del racconto, però, il lettore verrà portato per brevi tratti indietro nel tempo, attraverso l’espediente narrativo del “flashback”, in alcune località baltiche (in Polonia o a Riga, la bellissima capitale della Lettonia). Se ci sono varie vicende, ci sono naturalmente anche vari personaggi. Ciascuno di loro diventa protagonista della sua storia ma è anche presente in quelle altrui. In questa struttura narrativa, come in un contenitore, trovano posto situazioni che sfiorano o toccano, di volta in volta, nodi tematici come la piaga della pedofilia e della violenza sessuale, la corruzione morale, il senso della religiosità popolare, la memoria dell’Olocausto, la seduzione delle scienze occulte, l’amore in una duplice accezione (sano e malato), la follia, il delitto, l’eterna dicotomia bene/male.

Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo?

“Il nero sguardo dei merli” ha una genesi complessa. Avevo alcuni vecchi scritti nel cassetto e, nel tirarli fuori, mi è venuta in mente l’idea di utilizzarne una parte per scrivere un romanzo che riunisse insieme le varie storie. Ho attinto, quindi, in parte a quel materiale, riscrivendolo e adattandolo secondo necessità, ma la maggior parte del libro è stata composta ex-novo per completare l’opera e darle il carattere unitario conclusivo.

Prima hai parlato di vari personaggi, ce n’è qualcuno con cui, in fase di scrittura, hai instaurato un sentimento di particolare empatia?

Certo, in fase di scrittura e non solo. I personaggi che nascono dalla mia penna poi vivono mio malgrado, e ogni volta che rileggo brani del libro si stagliano nitidamente nella mia coscienza, come persone conosciute davvero.

Naturalmente, come in tutte le storie, ci sono personaggi positivi e negativi. Con questi ultimi è sicuramente più difficile empatizzare, ma alcuni hanno aspetti controversi e sono legato a loro da un sentimento ambiguo. È il caso di Marcus Mann, un giovane musicista dalla psicologia contorta che finirà invischiato nelle paludi della follia amorosa. Ed è anche il caso di Megan Clarke, una ragazza dall’indole selvatica e cinica, su cui grava però un destino tragico. Ma ce ne sono altri. Tuttavia non ho difficoltà a individuare, tra tutti, quelli che mi hanno procurato (e mi procurano ancora) un afflato più intenso. Sono Tomasz e Marta, marito e moglie: lui è un docente universitario in pensione ed ex soldato dell’Armata Rossa, lei è una donna di origine ebraica scampata all’orrore di Auschwitz. La loro, dalla barbarie dei campi di sterminio fino alle tenebre della contemporaneità, è una storia luminosa, di amore puro, che rischiara letteralmente le atmosfere cupe che avvolgono buona parte della narrazione. Avrei anche la tentazione di inserire Dio tra i personaggi del libro, perché in ciò che sembra accadere per un capriccio del caso i credenti vedranno invece la sua mano. Ma non posso dire altro, per non svelare troppo della trama.

I personaggi del romanzo sono tutti frutto della tua immaginazione, o hai preso spunto da persone reali per delinearne le caratteristiche fisiche, psicologiche o caratteriali?

Questa è una domanda ricorrente e, del resto, assolutamente legittima. Diciamo che quando scrivo una storia d’invenzione mi piace affermare il primato della fantasia. Non ho conosciuto persone reali cui attingere per i miei personaggi, né fisicamente né psicologicamente. Sono tutti frutto della mia immaginazione. Viceversa è inevitabile che alcuni riflessi di fatti (e fattacci) di cronaca riverberino, in forme rielaborate, nelle pieghe della trama.

A quale genere narrativo appartiene “Il nero sguardo dei merli”?

Non credo molto alle distinzioni troppo rigide tra i generi letterari. La letteratura è una scatola delle meraviglie, al cui interno attecchiscono nobilissime contaminazioni. Quando scrivo una storia non penso a incasellarla in un genere specifico. Mi diverte persino seminare componenti narrative quando scrivo di saggistica. Ne “Il nero sguardo dei merli” ci sono passaggi che hanno richiesto anche approfondimenti specifici, ad ogni modo si potrebbe definire genericamente una storia drammatica, dalle atmosfere fosche.

A quali lettori si rivolge un romanzo con queste caratteristiche? Hai pensato all’identikit del tuo lettore ideale?

 Molti scrittori si vantano dicendo che scrivono per loro stessi, ma è una menzogna. Chi scrive per sé stesso non pubblica. Chi pubblica, in fondo, scrive anche per altri, perché vuole farsi leggere. Quindi cerca lettori. Se penso al lettore ideale di questo libro, immagino una persona curiosa, che abbia voglia di vivere la storia con le stesse modalità con cui io l’ho scritta. Mi viene in mente la bellissima poesia proemiale che Baudelaire dedica al lettore dei suoi “Fiori del male”: quel lettore «mon semblable, mon frère» è, in fondo, lo stesso Baudelaire. Quindi sono io il mio lettore ideale, ma anche tutti i miei simili e i miei fratelli.

Dicevi di aver scritto anche opere di saggistica. Come cambia l’approccio alla scrittura? E quale genere senti comunque più affine alla tua natura e più familiare?

Questa domanda mi costringe a un brevissimo excursus autobiografico. Ho iniziato a scrivere racconti all’età di 13 anni, quindi il mio primo amore l’ho consumato con la scrittura creativa. Ma prima la laurea e poi il dottorato di ricerca hanno forgiato in me una vena di studioso di letteratura. Le mie prime pubblicazioni importanti, su riviste scientifiche o lavori accademici, sono state quindi nell’ambito della saggistica. Ci sono poi voluti due saggi (sulla Scapigliatura a Milano, e sulla presenza del cinema nella letteratura contemporanea) e una biografia su Ugo Foscolo, prima di dare alle stampe il mio primo romanzo (“Il nero sguardo dei merli”, appunto), a cui ha fatto seguito una raccolta di racconti: “Il dominio oscuro degli Elementi”. In questi giorni sto lavorando indifferentemente sia sulla narrativa (con un nuovo romanzo) che sulla saggistica. Gli approcci sono completamente diversi, ma entrambi i generi mi appartengono, e io penso di appartenere a loro. La saggistica appaga la mia smania di ricerca e la narrativa soddisfa il mio bisogno di creatività.

Nella tua biografia compaiono anche alcune traduzioni.

 Sì, è il terzo versante della mia passione per la letteratura. Da vero e proprio “scout” letterario, mi piace scoprire opere di talentuosi autori del passato e portarle a conoscenza dei lettori italiani. Ho anche diretto una collana editoriale in cui ho fatto tradurre e pubblicare opere ancora inedite di grandi scrittori, da me riscoperte e sottratte a un immeritato oblio. Io personalmente ho invece tradotto e fatto conoscere in Italia Jules Janin, autore trascurato dell’Ottocento francese, curando e pubblicando tre sue opere (apprezzatissime dalla critica). A breve, con il marchio della storica e prestigiosa casa editrice Marietti, usciranno altri miei lavori di traduzione e cura editoriale.

Insomma hai fatto della letteratura la tua ragione di vita. Ma quando nasce esattamente questa passione?

A casa mia si è sempre respirata aria di libri, fin da piccolo mi sono mosso in ambienti in cui i libri erano parte dell’arredamento. I miei genitori hanno stimolato la mia curiosità fin da piccolo con i classici romanzi per l’adolescenza: Stevenson, Verne, ecc. Ma c’è stato un momento decisivo di quest’irreversibile infatuazione per la lettura che ho ben scolpito in mente. Avevo appena compiuto 13 anni e in TV vidi, con i miei genitori, un film di Roger Corman, “Sepolto vivo”, ispirato a un racconto di Edgar Allan Poe. Ne rimasi talmente impressionato che accantonai isole del tesoro e giri del mondo in ottanta giorni per immergermi nella più impegnativa lettura dei racconti di Poe. E il piacere che ne ricavai ha fatto sì che iniziasse un amore ininterrotto per la lettura. Ora custodisco in casa circa 9.500 volumi, e proprio non riesco a immaginarmi senza la confortante e salvifica compagnia dei libri.

Un’ultima domanda: il tuo romanzo “Il nero sguardo dei merli” ha vinto il primo premio nel concorso letterario “Un mare di libri” nell’ambito dell’International Tour Film Festival. Te lo aspettavi?

Non è mia abitudine nutrire aspettative, quindi no. Nonostante molti anni di militanza attiva nella scrittura, non avevo mai preso parte a un concorso letterario, e questa mi sembrava l’occasione giusta. Sono stato molto contento del risultato, soprattutto perché l’apprezzamento è arrivato da una giuria qualificata, composta non da lettori comuni ma da veri esperti di letteratura e cultura in generale.

Questa la motivazione con cui la giuria ha assegnato a Giorgio Leonardi il primo premio:

Il romanzo, subito molto avvincente ed emozionante, si apre a diversi livelli di lettura. La vita è un’avventura imprevedibile. Tutto può accadere e ciò che sembrava una promessa di benessere e di piacere si tramuta in sofferenza al limite della sopportazione. I principali personaggi della vicenda non solo vedono fallire le proprie aspettative, ma precipitano in un vortice di sentimenti negativi, con esiti letali. Il trionfo del male, però, non è definitivo. A confermarci in questa convinzione sono le riflessioni dell’autore nel suo testo dall’indiscusso valore letterario, capace di rendere, nella precisione e nell’eleganza dello stile, le vibrazioni degli stati d’animo, in ogni situazione, come se fossimo spettatori diretti.

RITA BUSATO