ULTIMISSIME DAL MEDIOEVO. V. UN ARTICOLO PER ITALIA NOSTRA DEL 1997.

di FRANCESCO CORRENTI ♦

 Pubblicato per la prima volta su “La Tribuna del Lago”, periodico della Sezione Lago di Bracciano di Italia Nostra, n° 74, aprile 1997, pp. 3-4, e poi ancora in alcune riviste telematiche nei primi anni Duemila, questo articolo fu molto apprezzato, all’epoca, da numerosi colleghi architetti, ma io lo trovo, a questo punto, piuttosto datato. Diverse situazioni generali, da allora, sono completamente cambiate, al punto da apparire quasi incredibili. Alcuni concetti, però, restano validi ancora oggi e su questi penso sarebbe utile uno scambio di idee, per confrontarli con opinioni più recenti e senza preconcetti.

Attivissima dagli anni Settanta per l’impegno e la passione di Angela Zucconi, la Sezione incalzava con attenzione quotidiana e principi rigorosi le amministrazioni comunali d’un circondario esteso a buona parte della Tuscia (sia quella detta Romana, sia quella detta Viterbese, con una terminologia riferita alle suddivisioni amministrative moderne e quindi del tutto illogiche, perché la Tuscia è una e indivisibile, come opportunamente ha constatato e sancito il MiBACT del ministro Dario Franceschini). Dal 1980 al 2000, Angela ha diretto la rivista con cadenza trimestrale (semestrale negli ultimi tempi), avendo come direttori responsabili prima Antonio Cederna e poi Vittorio Emiliani. Iscritto alla Sezione dal ’78, ho collaborato costantemente con i miei articoli (pubblicati anche sull’organo nazionale) alle inchieste sulla situazione urbanistica e ambientale del comprensorio, svolte attraverso sopralluoghi e successivi dibattiti nelle frequentissime riunioni di sezione e redazione, in stretto collegamento con il consiglio nazionale di Italia Nostra e con il direttivo dell’INU Lazio. Dalla presidenza di Ruggero Orlando a quella di Tullia Zevi, la Sezione ha svolto la sua missione di salvaguardia delle risorse culturali del territorio, di cui sono testimonianza gli oltre mille ettari della antica tenuta di Vicarello (Vicus Aurelii), tuttora non devastati grazie all’azione di tutela continua posta in essere, dalle prime osservazioni alla variante adottata nel ’78, redatte da Mario Ghio e da me, al vincolo del ministro Ronchey nel ’94 (peraltro con l’assurda sentenza del TAR del ’96), alle ricerche archeologiche ed agli appelli recentissimi del FAI, nonostante i passaggi di proprietà ed i ripetuti tentativi di assalto edilizio. È urgente un intervento definitivo che eviti nuovi crolli e danni e consenta l’attuazione di un parco archeologico naturalistico e termale regionale che avrebbe caratteristiche e motivi di interesse veramente eccezionali.

Ricordo con molta nostalgia quegli anni entusiasmanti, le lunghe riunioni di redazione intorno al tavolo da ping-pong (quello “ufficiale” della sede di Anguillara e quello “supplementare” di casa mia a Trevignano) e ricordo quella giornata passata, Paola ed io, con alcune amiche e alcuni amici della Sezione – oltre ad Angela, in particolare Florita Botts, Marcella Rinaldi, Vittoria Calzolari, Mario Ghio, Bjarne Andberg – ad esaminare il provvedimento adottato dal Comune di Bracciano, quando la stanza fu illuminata, no, incendiata! dal riflesso sul lago del sole al tramonto, uno spettacolo mozzafiato cui demmo il valore di buon auspicio per la conclusione luminosa e illuminata del nostro lavoro.

Un’annotazione va fatta su alcuni riferimenti dell’articolo, che prende spunto da un altro, uscito sul numero precedente de “La Tribuna del Lago”. Si trattava d’una intervista molto sincera all’assessore all’urbanistica di Trevignano Piero Catena fatta dall’assessore alla cultura, Giuliano Nencini, socio della Sezione, membro della redazione del periodico e rigoroso ambientalista, poi prematuramente scomparso (è stato intitolato giustamente alla sua memoria il Centro Culturale “La Fontana”). Proprio la sintonia ideologica e l’amicizia personale con Piero Catena mi hanno consentito il tono schiettamente critico del mio commento su scelte dettate da un razionale senso di realtà che però io, allora, non condividevo.

 

COMMENTO DI UN URBANISTA PLATONICO AL DIALOGO TRA UN FISICO E UN METAFISICO.

Credo che il paesaggio delle forre dell’Alto Lazio sia unico al mondo. È quel paesaggio etrusco, celebrato dal Dennis e da altri viaggiatori del passato, che ha reso la zona a nord di Roma così suggestiva da ispirare leggende e pagine di ammirate descrizioni. Ma non è solo l’ambiente naturale a destare l’interesse entusiasta di artisti e scrittori. L’opera dell’uomo, infatti, ha saputo inserirsi nell’ambiente con sapienza e armonia, creando un connubio felicissimo tra costruzioni e natura, in cui nulla – per forma, colori, materiali – disturba l’equili­brio raggiunto. Tale capacità delle popolazioni di essere in sintonia con la natura s’è mantenuta ininterrottamente dalle epoche più antiche fino ai primi decenni del nostro secolo, attraverso il progresso della civiltà ed il mutare delle tecniche, del gusto, dei costumi.

Esempi mirabili di quella sintonia sono anche i tanti paesi della nostra zona, ma le alterazioni che la speculazione ha prodotto in meno di trent’anni hanno snaturato il paesaggio e deturpato gli insediamenti storici, rendendo sempre più rara la possibilità di godere di bellezze incontaminate. Tra i borghi ancora ben conservati, Barbarano Romano è uno dei più affasci­nanti. Percorrendone la via principale, vera e propria spina dorsale dell’antico tessuto edilizio, si provano sensazioni insolite per chi vive in centri urbani congestionati. Già sembra “strano” ascoltare i propri passi risuonare sul selciato nel silenzio dato dall’assenza di motori e motorini. Quasi tutto è rima­sto come un secolo fa e siccome, a quel tempo, tutto era come due o tre secoli prima e così all’indietro, salve naturalmente le modifiche avvenute nell’architettura delle case, ci si sente immersi in un’epoca remota, in uno scenario urbano che è tanto più affascinante perché ottenuto con materiali poveri, linee semplici, volumi modesti, andamenti spontanei. Poche, tollerabili, le alterazioni: piccoli inserimenti stonati che danno appena un lieve fasti­dio.

Giunti in fondo al paese, all’estremità dell’alta penisola rocciosa su cui è sorto l’abitato, ci si affaccia sulla gola del Biedano e si gode d’un panorama straordinario su boschi a perdita d’occhio, che danno il senso di ciò che doveva essere l’impenetrabile selva Cimina in epoca etrusca. Ma oltre le cime degli alberi, di là dei boschi, appaiono all’orizzonte, a rompere l’incanto della natura selvaggia, alcune costruzioni dissonanti. Due, tre case recenti, di forme, materiali e colori che nulla hanno a che vedere con quel paesaggio.

1997.02.15. Forra di Barbarano

L’incanto svanisce, il godimento provato fino a quel momento si interrompe. Su­bentra il dispiacere, la rabbia, di constatare l’ennesimo guasto scellerato d’una bellezza che qualche disgraziato ha manomesso con la sua rozza incapacità di rispettare un oggetto delicato, una creatura fragile come sono questi luoghi.

Forse non sono case abusive, probabilmente hanno avuto una concessione edilizia regolare, rilasciata regolarmente da qualche sindaco rispettoso delle regole, in base a qualche piano regolatore. Tutto regolarissimo, quindi, tutto legittimo, tutto perfetto, ma tutto è perduto sul piano di quel patrimonio collettivo che è il territorio. E infatti, non vi è forse più alcun luogo, in Italia, dove sia possibile ancora trovare panorami non sfregiati, antichi insediamenti non violentati, monumenti mantenuti nel loro contesto originario.

A volte, per la proterva arroganza di amministrazioni incolte e corrotte, ma più frequentemente per l’insipienza delle nostre leggi di tutela, per il mancato aggiornamento degli strumenti urbanistici, per la confusione che viene fatta tra reali ed attuali esigenze abitative e artificiosi fabbisogni teorici di edilizia residenziale. I nostri piani regolatori – concepiti generalmente quando non erano ancora evidenti i danni del sovradimensionamento delle espansioni urbane, in tempi in cui ancora la crescita demografica faceva prevedere grandi necessità di alloggi e privati delle garanzie e dei metodi di gestione che avrebbero dovuto graduarne l’attuazione – sono divenuti, da strumenti di controllo, mine vaganti sul territorio capaci di provocare la distruzione definitiva e indiscriminata di quanto resta ancora del paesaggio, dei centri storico-artistici, dell’ agricoltura, cioè di quei beni e risorse che la Costituzione e lo Stato dichiarano di proteggere e valorizzare. E sempre nel formale rispetto della legge. 

Così, tornando al caso del nostro lago e alla situazione di Trevignano, esaminata nel nostro ultimo numero, possiamo comprendere che l’assessore all’urbanistica, che è sicuramente uomo di legge, può a ragione minimiz­zare, nel suo dialogo con l’assessore alla cultura, che è uomo di scienza, l’entità delle lottizzazioni varate: una sola lottizzazione, solo otto case al confine del territorio, verso Sutri, cioè – vuol dire –, lontano, che nemmeno le vediamo. Quello che ci preoccupa, oggi, nella gestione del territorio, però, non è il numero delle case o la loro conformità ai piani vigenti, ma il modello di sviluppo che le amministrazioni comunali perseguono nella localizzazione degli interventi. Infatti, sono proprio questi aggregati sparsi, non legati ad uno sviluppo razionale dell’abitato, a creare i problemi maggiori, a predisporre nuclei che si consolidano e si accrescono (ognuno dei comuni ne autorizza un po’ ai suoi confini, ed ecco un bel complesso intercomunale, lontanissimo dai rispettivi centri e dai servizi pubblici, a deturpare zone incontaminate di campagna, di quella campagna che non sappiamo più cosa sia.

Tanto è vero che, subito dopo, l’assessore, come per far onore al suo nome, ci fa cono­scere un altro anello della serie di approvazioni, certamente regolari ma non per questo sicuramente opportune, rilasciate di recente. Di nuovo case lontane, ai confini, questa volta, con Monterosi. Con tanti vincoli e tante imposizioni da far pensare che forse non saranno mai costruite. Ma allora, perché mai autorizzarle, queste lottizzazioni? Non sarebbe più logica una riflessione globale sulle vocazioni e le potenzialità delle diverse zone? altrimenti, continueremo all’infinito con le costruzioni a macchia di leopardo, dopo aver completato l’espansione immediata dei centri a macchia d’olio, con l’urbanizzazione del territorio senza direttrici e tempi prestabiliti.

Tanto, in Italia i programmi pluriennali non sono più obbligatori (ricordate la legge Nicolazzi?), la programmazione è stata definitivamente cancellata dal nostro ordinamento. Com’è stata abolita l’estetica. Le foto aeree o quelle riprese dai satelliti mostrano la terra aggredita da una sorta di rogna, da tumori, e sono gli insediamenti umani moderni: informi, disordinati, ripugnanti. Nulla a che vedere con le forme eleganti dei villaggi di certe culture che ancora abbiamo la sfrontatezza di definire “primitive” o con le strabilianti geometrie delle strutture insediative di tante specie zoologiche “inferiori”.

E passiamo a «Cala Pianorum»: la calata dei piani, ma che c’entra? Lì i piani non sono calati, sono aumentati, con il solito accorgimento dei seminterrati e dei sottotetti “che non fanno cubatura”, che sono “volumi tecnici”. Per di più in costruzioni di sconfortante squallore, predisposte furbescamente per piccoli completamenti da realizzare ad abitabilità ottenuta (e infatti, adesso realizzati, senza dare nell’occhio).

1996.11.01. Tvg via Monterosi 1

E qui ci sarebbe da discutere su quanto osserva l’assessore a proposito dell’ufficio tecnico comunale, con un ragionamento su stipendio e impegno che è poco generoso per quanti, e credo siano la maggioranza, appunto con impegno, dedicano la propria apprezzabile professionalità al servizio della pubblica amministrazione e degli altri cittadini.

L’assessore descri­ve anche gli sforzi, purtroppo inutili, della amministrazione per disciplinare quelle concessioni. Giusto, ma forse sarebbe necessario uno sforzo diverso e aggiornare il regolamento edilizio con norme più adatte ad impedire certi stratagemmi dei costruttori (per cui gli acquirenti delle case si trovano poi a vivere in locali inabitabili, con altezze interne da gnomi nelle camere da letto ricavate nella finta soffitta) ed a rendere possibili, invece, quei modesti adeguamenti delle abitazioni esistenti alle esigenze familiari sopravvenute, spesso all’origine dell’abusivismo minore.

Poi ci sono quelle altre concessioni che l’assessore riconosce essere alquanto discutibili. Anche se poi non ci volevano nemmeno, le concessioni, ha detto il legale del Comune. In un caso, una sem­plice manutenzione di un edificio esistente. Con curiosità crescente, ne abbiamo seguito e documentato fotograficamente tutte le fasi, da quando la primitiva casupola abbandonata è stata circondata da una struttura di pilastri in cemento armato molto più ampia e sor­montata da una grande copertura a tetto.

Pensavamo che la si volesse così conservare e proteggere come testimonianza di cultura materiale, documento di architettura rurale, esempio dei manufatti creati dalla civiltà contadina, un po’ come si è fatto con l’Ara Pacis di piazza Augusto Im­peratore a Roma, racchiusa in un contenitore di marmo e cristallo. Ma poi il ru­dere è stato demolito, i pilastri sono stati tamponati con un bel muro di blocchetti bicromi a giunti stilati con inserimenti in laterizio e così, da una porcilaia di poche decine di metri quadrati, è nata – con una metamorfosi stupefacente da uovo a bruco, a crisalide, a farfalla – una “bella” villa di circa 150 metri quadri utili, oltre ai grandi porticati perimetrali. Il tutto, lo si ripete, autorizzato come semplici opere di manutenzione. Complimenti.

E che dire degli interventi nei due lotti contigui? stesso tipo di recinzione, stessi cancelli con tettoiette a tegole rusticheggianti, stesse fi­niture, stessa “mano” (sicuramente un tecnico postmoderno di buon livello, certo abilissimo nel padroneggiare norme e cavilli in modo ammirevole, anzi, veramente invidiabile). Si è trattato di realizzare, in un lotto, un immenso locale ad uso non residenziale (supermercato, magazzino, autosalone, ristorante, laboratorio, officina?) e, nell’altro, un grandioso “pergolato” con una selva di pilastri in cemento alti quasi quattro metri, collegati da travi anch’esse in cemento “artisticamente” sagomate sulle estremità, come le tradizionali palombelle. Attendiamo di vedere quali viti (piante di vite) verranno messe a dimora sul pergolato, la cui struttura è in grado di sorreggere sovraccarichi eccezionali. Intanto, poco lontano, un bellissimo, vero vigneto è stato estirpato per fare spazio ad un’altra lottizzazione.

Allora bisogna fermare la corsa assurda alla deruralizzazione del territorio, attuata mentre si parla nello stesso tempo di rilanciare il turismo e, in particolare, l’agriturismo. Fermare la corsa a costruire sempre nuove case che restano invendute o, nel “migliore” dei casi, saranno abitate per una minima parte dell’anno, creando peraltro il problema di realizzare, con fondi pubblici, infrastrutture e servizi, che invece avrebbero dovuto e dovrebbero essere posti totalmente a carico dei costruttori attraverso convenzioni serie e rigorosamente rispettose della legge.

Cosa deve fare un’amministrazione comunale, consapevole e veramente attenta agli interessi della popolazione, di un piano regolatore non più idoneo a tutelare nulla? In primo luogo, adottare una variante di salvaguardia e dimensionare un programma degli interventi ammissibili nel breve periodo in base a studi rigorosi. Poi, verificare le linee di uno sviluppo delle risorse che ne eviti la distruzione, perché quanto è stato fatto fino ad oggi ha solo impoverito il territorio.

Si deve riflettere sulle peculiarità di questo territorio, ritrovare l’antica sapienza, il corretto equilibrio, la giusta misura con cui le generazioni che ci hanno preceduto hanno saputo misurarsi con l’ambiente di vita, interpretarlo e valorizzarlo, senza renderlo – come noi siamo riusciti a fare in pochi anni – assurdamente invivibile.

FRANCESCO CORRENTI