Marangone 3

di SILVIO SERANGELI

L’eccellenza de’ Stefani

Nelle due precedenti due parti di questo racconto ho cercato di definire un quadro abbastanza esauriente dell’Azienda Marangone. Ma chi era il suo ideatore e proprietario? Alla voce Alberto de’ Stefani il Dizionario Treccani riporta un articolo molto ampio e dettagliato, che riguarda soprattutto l’aspetto di economista  del personaggio, che è il caso di sintetizzare per quello che riguarda il nostro argomento.

Nato a Verona nel 1879, aderisce al nazionalismo e durante la prima guerra mondiale arriva al grado di capitano. Squadrista della prima ora, diviene l’economista del PNF. Così è ministro delle Finanze e poi del Tesoro, fino al 1925, quando viene bruscamente sostituito. La sua visione liberista, i contatti con la Cina gli avevano inimicato la parte movimentista del partito: troppo a favore degli industriali e troppo liberale, secondo i grandi proprietari terrieri latifondisti. De Stefani rimane comunque una figura importante: rieletto deputato nel 1929, accademico d’Italia nel 1932, membro del Gran Consiglio nel 1930, accademico dei licei nel 1935 e vice presidente dell’Accademia d’Italia dal 1939. Il voto a favore dell’ordine del giorno Grandi, che portò all’arresto di Mussolini, fu la causa della condanna a morte in contumacia al processo di Verona.  Si chiude così la parabola di fascista e squadrista della prima ora, pupillo per un lungo periodo del Duce. Come vedremo dal suo romanzo autobiografico Fuga dal tempo, si rifugia prima nella villa materna poi in un convento di cappuccini, dal 1944 al 1947. Nel dopoguerra viene assolto dall’Alta Corte di Giustizia dall’accusa di collaborazionismo con il nazismo. Riabilitato all’insegnamento universitario, è molto vicino agli ambienti democristiani e della Chiesa, collaborando come notista economico al Tempo e al Giornale d’Italia. Muore a Roma nel 1969.

Fuga dal tempo

La personalità, per certi versi contraddittoria, e comunque singolare, dell’eccellenza de’ Stefani si trova espressa nel suo romanzo Fuga dal tempo, uscito nel 1948, e riedito da Cappelli con revisioni e aggiunte nel 1959.

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«A coloro che cercano una via o la hanno smarrita» con questa frase significativa de’ Stefani apre al suo mondo di mistica adesione alla natura,  al suo francescanesimo: Dio=natura, che maturerà nel lungo periodo in cui vive  nel convento dei frati. È un amore, un sentimento che nasce dall’infanzia: la terra, le piantagioni, la semplicità dei contadini, accanto ad una fede profonda e al legame molto stretto con la madre. Il libro è una confessione che nasce spontanea nel momento successivo alle fughe, ai nascondigli. Basta con questo mondo. De Stefani abbraccia la solitudine e il misticismo, come atto di purificazione. Quello che interessa nella nostra ricerca è il collegamento con la sua esperienza al Marangone: la terra, le coltivazioni, i contadini, la sana vita  di campagna, lontana dai luoghi di «assassini e canaglie». È un ritorno alla mitologia  dello Strapaese del Selvaggio di Mino Maccari (salvatico è chi si salva) e di gran parte del fascismo fiorentino (Rosai, Viani) contrapposto alla Stracittà della rivista Novecento di Bontempelli e Malaparte.

«Il brusìo degli insetti comincia  a farsi udire vivificando la campagna: le campanelle dei prati si aprono ancora bagnate di rugiada e mandano vibrazioni soffici (…). Piccole farfalle bianche cominciano a volare dall’una all’altra nella pace estiva. Qui si potrebbe intonare il “Te Deum” per questo risveglio e non perché un’armata ne ha sopraffatta un’altra. (…). Prendo il viottolo della casa del contadino Giuseppe. È il viottolo che mi conduce all’uomo. Il contadino spacca la legna per il forno e non s’accorge del padrone. Gli afferro il braccio mentre sta per calare la scure sul ceppo. Egli, dopo un attimo di paura, si svincola per sfuggire alla mano ignota; ma quando è libero e si volta, gli occhi si allargano stupiti come davanti a una apparizione e dice: Che festa! che grande festa! E poi chiama Lucia e i bambini. (…) Il contadino Giuseppe gesticola e poi corre a suonare la campana della nostra piccola Chiesa. Viene a poco a poco la gente dai campi » (p. 246). E dunque  l’eccellenza  de’ Stefani, che non è più eccellenza, ricorda l’atmosfera che si può avvicinare a quella del Marangone, come ha raccontato la signora Lucia: natura, armonia, lavoro e fede. Il Marangone e la voglia di di avere una «piccola terra».

«Fu il rivelarsi di un istinto; un fissarsi di un amore legalizzato, paterno e geloso; un posarsi per sempre. (…) Salgo poi il dorso della collina dove il frumento si alterna con le foraggere e vi ripete, quando spira la brezza, l’ampia onda del mare. Scendo cauto di balza in balza la china che si dilata nel piano dove fioriscono i mandorli e dove il delicato profumo del vegetare si diffonde nell’aria già tiepida. Costeggio l’alveo del torrente che striscia fra le rive selvagge. Ecco i primi cipressi e gli adolescenti olivi e i ligustri silvestri e le pallide infiorescenze delle tamerici. Raggiungo il viale dove dalle corone già folte dei pini escono rami novelli sui quali si innestano verdi-chiari e morbidi. Più in là il potente cerchio delle palme con le loro foglie arcuate e le querce dai ritmi annosi. Ai lati del viale si accendono nel sole meridiano le bordure dei gerani che corrono dritte verso il mare. (…) Dal solario della camera [la Torre del Marangone] il fuggiasco indovina, guardando verso l’orizzonte, quella sua terra; sua perché da lui redenta dalla febbre e dalle alluvioni, dalle pietre e dagli sterpi accumulatisi in millenni di abbandono e che egli ha reso bella, feconda e ospitale; sua soprattutto come ritorno a una poesia ancestrale». (p.53,54). È tempo di ricordi, come quello della sua chiesetta: «Ho costruito nel mio podere una chiesetta modesta, con una pietra greggia per altare, una croce e quattro candelabri di betulla. Un fraticello vi accompagnava il canto dei Salmi su un povero armonium». (p. 87). De’ Stefani è ormai lontano, distante dal Marangone, anche lui sotto le bombe, e si chiede: «Che ne sarà rimasto? (…) Fiori si poteva trovarne sempre e dovunque, disposti in anfore di coccio e di rame dal vecchio giardiniere Domenico che li curava con l’amorevolezza e la pietà di una madre. Che ne sarà anche di lui?» (p. 54). L’eccellenza de’ Stefani pone la parola fine alla sua inebriante avventura.  «Che ne sarà rimasto?»: tutto distrutto e abbandonato, anni di lavoro e di grandi sacrifici cancellati dalla guerra e dalla crisi del dopoguerra. L’Eden del Marangone, che non è stato un sogno o una visione non tornerà. Rimane solo un ricordo sbiadito. Ci sono alcune foto a farlo rivivere per poco.

SILVIO SERANGELI                                                                           —–>    Segue

Le illustrazioni riportano in sequenza: Alberto de’ Stefani al Marangone e in slide-show il contratto di cui si è parlato nella prima parte, la copertina di Fuga dal tempo, scene di vita al Marangone.