MI SONO FATTO DA PARTE.

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Sono in tanti che ci hanno lasciato.

Giunti prima dove si deve tutti arrivare.

Ora possiedono una saggezza che io non ancora possiedo.

Saggezza di qualcosa oppure saggezza dell’essere niente.

A volte li incontro agli angoli della città.

Agli angoli dove un tempo si consumò l’incontro.

Quell’incontro  che la mia memoria mi concede di rivivere per qualche attimo.

Vorrei tanto ridurmi ad offrir loro uno squarcio di esistenza.

Come Odisseo  nell’Ade vorrei poter far ribollire il sangue di una vittima perché quelle ombre vagolanti prendessero vita.

Forse potrei tentare anch’io l’impresa.

Forse potrei essere io a sostituirmi a quel sangue di vita.

Potrei prestare  loro i miei sensi.

Far percepire  loro di nuovo il mondo per il tramite dei miei sensi.

Ecco, penso di riuscirci. Penso di fare questo dono mirabile: far rivivere il loro essere stati.

Un solo attimo, un fugace frammento di tempo.

Mi inganno?  Follia di una illusione? E’ importante ascoltare sempre la ragione?

Sto vagando per la città alla ricerca del tempo perduto evocando il soffio degli antichi affetti.

Tento con tutto l’animo di far spazio lasciando che quel soffio prenda possesso dei miei sensi.

La mia presenza  inquina l’incontro tra lo spirito evocato ed il mondo. Io altero quel silenzio con il battito del mio cuore. Lo altero col mio respiro.

Riesco per qualche istante ad uscire da me stesso, a pensarmi come sparito.

Ora essi vedono attraverso i miei occhi.

Vedono gli angoli cari d’un tempo.

Il mare, lo scoglio, la ghiaia, l’antemurale,la macchia, le vie, il mercato, le botteghe, lo struscio.

Ascoltano attraverso i miei orecchi i suoni del loro mondo perduto.

Il  “fragor del mar e l’ulular del vento”.

Mi sono ritirato per lasciar loro di esistere per un po’.

Per un attimo la realtà non è più oggetto della mia percezione.

Ora essi amano rivivere il loro mondo dalla mia prospettiva.

Rivedere, finalmente, il paesaggio amato perché io ho avuto la forza d’amore di farmi da parte.

“Effacement”, alla memoria di Simone Weil.

CARLO ALBERTO FALZETTI