Willy Monteiro e Yeman Crippa.

di STEFANO CERVARELLI

Willy Monteiro e Yeman Crippa. Due giovani ragazzi che ci sorridono dalle pagine della Gazzetta dello Sport.

Il primo, purtroppo, divenuto tristemente famoso per il vile e crudele pestaggio in cui ha trovato la morte; il secondo non credo molto conosciuto in quanto l’atletica leggera, pur essendo la regina degli sport, non gode al momento di conoscenza se non negli amanti dell’atletica leggera. Egli infatti è il nuovo detentore del record italiano sui 5.000 m.  che apparteneva, da molti anni, a Salvatore Antibo.

Ma cosa hanno in comune? Quasi la stessa età, i sorrisi per prima cosa, sorrisi splendidi pieni di gioia, di fiducia nella vita; un sorriso dal quale trapela la gioia di vivere, le loro speranze, i loro sogni.

Sogni infranti, sogni realizzati.

Il primo sognava di diventare calciatore, il secondo di origine etiope, adottato da una coppia milanese, insieme ad altri sette, tra fratelli e cugini, avvolto nel tricolore, ha da poco realizzato l’impresa di stabilire il nuovo record italiano sulla distanza dei 5.000 metri.

Ma c’è un’altra particolarità che li ha uniti, una cosa forse, senz’altro, insignificante, una coincidenza che però mi ha colpito e che mi ha fatto pensare.

Si tratta di un numero, che è entrato prepotentemente nel loro destino: il numero 13.

Un numero che, come ben si sa nella “smorfia”, assume un significato particolare che lo porta ad avere nell’immaginario collettivo significati differenti, di fortuna o disgrazia; ebbene questo numero, per i due giovani, si è rivelato in entrambi i suoi significati: portatore di felicità e portatore di sciagura.

Perché? E con questo numero, tramutato in minuti, che Yeman ha stabilito il nuovo tempo sui 5.000 m. Un numero il giovane indica, trionfante, sul tabellone luminoso accanto a lui nelle foto di fine gara apparse in tv e sulle pagine di tutti i maggiori quotidiani.

E mentre 13 sono stati i minuti, più una manciata di secondi, che sono serviti a Yeman per il suo record,

13 sono stati i minuti, secondo i rapporti delle forze dell’ordine, impiegati dai fratelli Bianchi per arrivare al… traguardo della loro bestialità. 

Il sorriso dei due giovani ci appare schietto, felice, trapela tutta la gioia di vivere, di assaporare lentamente il loro futuro. Bella poi la foto che li vede vicini, Yuri vestito elegantemente con la farfalletta  e Yeman con il tricolore, simbolo, per entrambi, di una italianità senza discussioni.

Quanta differenza con la foto dei fratelli Bianchi!  In loro non c’ è traccia di sorriso, solo un ghigno beffardo di chi si crede padrone del mondo solo in virtù della sua forza fisica, di una capacità manesca, che va oltre ogni limite.

Ma già, loro non possono sorridere, non possono appare sereni felici sarebbe una debolezza, un venir meno alla loro idea di virilità, dove lo sguardo, l’espressione non devono tradire la loro”durezza“ma  anche perché, credo  in fondo sereni e felici non lo sono e non lo siano mai stati. Contenti e soddisfatti, magari sì, dopo qualche bravata.

Eccoli, allora, lì nell’unico modo che conoscono per mostrarsi agli altri: lo sguardo duro, da uomini forti, in pantaloncini a far bella mostra dei loro muscoli, dei loro addominali scolpiti, della loro forza di picchiatori, che risolvono tutto minacciando e dando pugni e colpi proibiti.

 Eppure… anche loro hanno fatto sport. Si. Oltre al culturismo, si sono applicati con molta attenzione e scrupolo all’apprendimento delle arti marziali. A tale proposito voglio ben precisare che tale disciplina non ha certo lo scopo di creare massacratori, anzi è l’esatto contrario in quanto insegna a difendersi dai tipi violenti; una disciplina nobile, fatta anche di eleganza, come può essere una disciplina che proviene dall’Oriente, che richiede, rapidità, intuito, prontezza di riflessi. Dico questo perché si è alzata qualche voce critica verso la pratica delle arti marziali, vorrei ricordare a queste persone che nessuno sport educa alla violenza, e le arti da combattimento non vanno affatto demonizzate, quello che conta sono sempre soltanto i valori di chi li pratica.

Certe bestie sarebbero distruttive praticando qualunque attività sportiva, anche se giocassero a… curling!

La violenza deve essere bandita da ogni forma di associazionismo attività sociale quotidianità della vita.

Lo sport deve servire anche a questo.

Tanto per fare un esempio, a Scampia la famiglia Maddaloni, di cui un esponente è stato campione olimpico di Judo, ogni giorno si dedica al recupero ragazzi che praticamente vivono in strada sottraendoli al facile richiamo della camorra e cercando di educarli ai veri valori della vita attraverso lo sport.

Nella loro palestra si trovano insieme, lottano insieme, italiani, extra-comunitari, disabili perfino detenuti che seguono un percorso di recupero.

Sarebbe bello vedere i bulli di Artena lavorare sodo in quella Palestra agli ordini di Bright Maddaloni, figlio adottivo che veniva chiamato “sporco negro” ed è riuscito a trasformare l’odio in carica positiva, tanto da diventare campione di categoria nel rispetto delle regole.

A Yeman quando era piccolo praticava il calcio. Una volta, durante un torneo svoltosi sul lago di Garda, dalle tribune urlarono “picchia il negro”; l’allenatore immediatamente ritirò la squadra dal campo, lui dal canto suo ha risposto diventando recordman italiano sui 5.000 m.

Per Yury la soddisfazione di vedere, o almeno provare, a realizzare il suo sogno non c’è stata, ma le due squadre, con le quali teneva contatti, hanno voluto ugualmente ricordarlo come uno di loro, facendo dono ai famigliari di due maglie autografate.

Ed ora eccoli lì vicino, sorridenti Willy e Yeman, esponenti belli della nostra sempre più incomprensibile società.

Una corsa verso la vita fermata brutalmente, una vita ancora in corsa verso altri successi.

E quando vedremo Yeman correre ci ricorderemo anche di Willy, anche per via di quel numero 13 e di cosa ha rappresentato per ognuno di loro.

Stefano Cervarelli