Pasticcio Peloritano

Intervista a Piero Alessi, a cura di Rita Busato.

Piero Alessi, ci conosciamo da così lunga data che mi permetto di darti del tu. Il tuo ultimo lavoro si intitola “Pasticcio Peloritano”, vuoi spiegare il significato del titolo?

Pasticcio, si riferisce alla trama complicata, a causa del cospicuo numero di personaggi che sono coinvolti nell’azione. Peloritano, perché la vicenda si consuma a Capo Peloro, estrema propaggine della Sicilia, che si affaccia sullo Stretto di Messina e guarda la costa calabra.

Ti va di riassumere, per grandi linee, l’intreccio narrativo, di questo tuo ultimo romanzo?

La storia, che trova degli antecedenti in lavori di Agatha Christie e in Andrea Camilleri, si mette in moto quando appaiono delle scritte sulle pareti degli edifici di Torre Faro (Capo Peloro), una frazione del Comune di Messina, che, per il loro contenuto, infangano uomini e donne, stimati per la loro professione e per uno svolgimento della loro vita, apparentemente ordinata e senza ombre. Ma, è davvero così?  In realtà quelli che, in un primo momento, appariranno come insulti gratuiti ed immeritati, si scopriranno non privi di fondamento. Inoltre, è l’intera piccola comunità ad agitarsi, perché ciascuno teme di finire, a causa di qualche vizio nascosto, sotto il pennello dell’anonimo. La vicenda se, in principio, appare come una sorta di originale pettegolezzo strapaesano, diverrà qualcosa di assai più serio. Infatti, alcuni di coloro che erano stati oggetto di attenzione da parte dell’anonimo, verranno assassinati. A questo punto Totò Spataro, il suo amico Lilluzzo e la sua fidanzata Nunziatina, che sono i personaggi principali di tutti i miei romanzi, si attiveranno, sospinti dalle pressioni del loro amico, commissario Carrieri. Infine, grazie ad alcuni suggerimenti che proverranno dalla letteratura, da un particolare intuito di Totò e dall’intervento del “dio del caso”, si giungerà alla soluzione dell’enigma.

Hai fatto riferimento ai tuoi romanzi. Questo non è il primo e pare di capire che tutti sono in qualche modo legati, è così?

Proprio così. Pasticcio Peloritano è il sesto, e si può considerare, a tutti gli effetti, insieme con gli altri, parte di una vera e propria saga. I personaggi principali, come dicevo, sono gli stessi, e medesimo è il luogo dove si svolgono le vicende, lo Stretto di Messina.

Hai definito il tuo romanzo come un “noir mediterraneo”. Vuoi spiegarci meglio di cosa si tratta?

Tutti sappiamo cosa sia il “giallo”. Con questo termine, esclusivamente italiano, che si deve alla intuizione di Arnoldo Mondadori, che nel 1929 produsse una collana, in formato economico e dalla copertina invariabilmente di colore giallo, si intende un genere che, per comodità di definizione, possiamo indicare come “poliziesco”.  In realtà, è questo un enorme contenitore di sottogeneri, (giallo classico; Hard boiled; varianti del thriller, legale, medico, ecc. ecc.; giallo storico o psicologico; noir mediterraneo ecc. cc.) ciascuno con una propria specificità ed una propria personalità. Non vi è, in questa sede, la presunzione di illustrare la lunga e sterminata storia del genere, che ha inizio con E.A. Poe nel 1841 e prosegue, con modalità e forme diverse, nel mondo anglosassone e in quello latino. La questione che interessa è che, il cosiddetto “noir mediterraneo”, è figlio di questa corrente letteraria. Tra i maestri indiscussi del genere vi sono, senza dubbio, Manuel Vasquez Montalban, noto scrittore catalano e Andrea Camilleri, entrambi, purtroppo, recentemente scomparsi. Ma, veniamo al punto. Cosa caratterizza il “noir mediterraneo”? Per dirla in breve, in primo luogo l’ambientazione che, a differenza dei “cugini”, è particolarmente luminosa e calda; proprio come i paesi del mediterraneo che fanno da cornice. In secondo luogo, prende le distanze, dai derivati del genere hard boiled, e da un certo iperrealismo dove si mostrano scene di sangue e di sesso, con voluta ed esasperata crudezza. La cifra del “noir mediterraneo” è la leggerezza e la delicatezza con cui si descrivono, tanto i delitti efferati quanto i sentimenti più elevati. Ancora, nel “noir mediterraneo” è forte la presenza dell’agire quotidiano nelle sue manifestazioni più semplici, a partire dal cibo e dalla cultura gastronomica. Infine, la figura di colui che è chiamato a dipanare gli enigmi ha una umanità del tutto particolare e ad essa si rivolge, piuttosto che a sofisticate tecniche investigative, o innate doti deduttive.   Vi sono anche altri aspetti caratteristici, ma direi che questi sono i fondamentali.

Ci puoi dire come nascono le tue storie?

Quanto all’ambientazione siciliana, ciò si deve alle mie origini familiari e alle mie radici. I personaggi sono frutto di fantasia ma non sono fantasiosi, nel senso che le loro caratteristiche umane e psicologiche sono riconoscibili e assai diffuse.  Le storie sono verosimili ma, ad essere sincero, più che all’intreccio narrativo sono affezionato e legato proprio ai vari personaggi, a quelli principali come a quelli occasionali, che si muovono, con la loro carica di virtù e di vizi, sul palcoscenico della vita. Le storie nascono da una suggestione che, magari, mi suggerisce il finale e quindi non rimane che costruire l’intreccio che mi dovrà condurre alla conclusione immaginata. Oppure, mi viene in mente un certo incipit; quindi, una volta che la macchina si è messa in moto, si deve proseguire sino a ricostruire un esito accettabile.

Vi è qualcosa di autobiografico nello svolgimento dei tuoi romanzi?

Non penso vi siano romanzi o testi letterari ove è del tutto assente la componente autobiografica, non fosse altro perché in essi l’autore riversa le proprie esperienze e, tramite essi, invia messaggi, punti di vista, opinioni e persino il proprio universo valoriale.

Una curiosità. Quanto è impegnativo il lavoro di costruzione di un romanzo, per te?

In premessa, vorrei dire che si deve superare la figura, molto romantica, di una attività di scrittura come un qualcosa che viene vissuto in un ambito intimistico. L’immagine è affascinante, ma non corrisponde alla realtà dei fatti, almeno per quel che mi riguarda e in ragione di ciò che penso. Un’opera finita è il frutto di un lavoro collettivo, nel quale entrano in gioco varie competenze e sensibilità, sino a comprendere il lettore che, con l’espressione di un giudizio, entra a pieno titolo, tra coloro che hanno dato un contributo al prodotto finale.  C’è chi pensa e scrive; ci sono, nei lavori più complessi, consulenti per le più varie discipline; c’è chi si occupa di migliorare la forma; c’è chi interviene con un vero lavoro di editing; c’è chi si occupa della grafica; per coloro, poi, che hanno dietro le spalle un editore c’è chi investe risorse; infine, come dicevo, c’è il lettore. Detto questo, il lavoro di scrivere a me diverte o meglio, altrimenti si scivola sul comico, mi emoziona. Dunque, suscitandomi una corrente di emozioni, non mi risulta particolarmente impegnativo e comunque non lo è nella prima parte del lavoro. Lo diviene dopo, quando si tratta di dargli una forma finita. Questa ritengo sia la parte più faticosa, per la quale ho la fortuna di avere degli amici che mi confortano ed aiutano, altrimenti, penso, non giungerei a scrivere la parola fine.

Quanto è presente nei tuoi lavori la figura femminile?

Direi che è centrale. Le donne, nei miei romanzi, non sono sullo sfondo o personaggi marginali e non vivono di luce riflessa. Sono ben caratterizzate ed hanno, in tutti e sei i romanzi un ruolo essenziale, non solo sul piano sentimentale ma su quello professionale, dell’impegno sociale e, talvolta, sono il grimaldello per giungere al buon esito della vicenda.   

C’è uno o più romanzi, tra quelli scritti, a cui sei più affezionato?

A ciascuno di loro sono legato ma, se devo proprio scegliere, due sono, tra tutti, i miei preferiti. Il primo che ho scritto, “La pelle del serpente all’ombra del Pilone”, perché con esso inizio a dare corpo alla saga e realizzo un primo abbozzo dei personaggi, ma soprattutto perché è così pieno di refusi, errori e ingenuità che è per me di continuo stimolo a fare meglio e mi è servito per far evolvere i miei personaggi, sino a divenire quelli che sono oggi. Per inciso, su questo testo, sono attualmente impegnato in un lavoro di revisione e di riscrittura. Il secondo è “La Contessa di Messina”, perché mi ha dato l’opportunità di lanciare dei messaggi, in ordine a questioni di grande attualità, come il fenomeno della migrazione, sulla solidarietà e, in ultimo, mi ha offerto un terreno sul quale esplorare un universo sentimentale, che mi ha persino commosso, mentre svolgevo la narrazione.

Un’ultima domanda. I tuoi romanzi, che sono autopubblicati, hanno avuto una diffusione che consideri soddisfacente?

Devo dire che la diffusione ha superato le miei aspettative, soprattutto, sui canali digitali. Diverse migliaia di persone hanno scaricato i miei romanzi. Ciò, evidentemente, mi ha fatto piacere. Svolgo questa mia passione, senza prendermi troppo sul serio e privo di obiettivi venali, pertanto i risultati sono incoraggianti e mi spingono a continuare, per   tenere vivo il rapporto con coloro che si sono affezionati ai miei personaggi, alle mie storie e agli ambienti che descrivo. Spero di poter continuare a condividere con i lettori alcune emozioni e anche, perché no, un sistema di valori e di principi.