FIACCOLE

di SILVIO SERANGELI

In quattro contro uno, tutti e quattro italiani, per intenderci e farla intendere magari al duo Salvini Meloni, fiamme tricolori avvezze a questi rituali del ventennio che fu, e poi calci e pugni e colpi di bottiglia. La vittima di turno, è proprio il caso dirlo, è un giovane. Succede a Civitavecchia, al viale ormai luogo di movida spaccio e bevute, meglio da evitare soprattutto nelle ore del coprifuoco dettato dalle bande. Per fortuna non c’è scappato il morto. E per fortuna non ci sarà il rituale delle fiaccolate, dei fiori, dei lumini cimiteriali, dei cartelli e degli striscioni che evaporano dopo qualche giorno, dopo aver furoreggiato nelle dirette tv, nelle prime pagine dei giornali, per non dire del caravan serraglio dei disgustosi talk show, popolati da opinionisti, replicanti di se stessi, peggio che nelle sceneggiate napoletane. Le fiaccole si spengono, rimane il dolore delle famiglie, degli amici, e si smorzano come un cerino il senso il civico, l’indignazione, le ricostruzioni, gli interventi degli esperti. E tutto rimane come, e peggio, di prima. Cari ragazzi, a cui rivolgo una carezza ideale, le vostre marce, le vostre fiaccolate, i vostri appelli non cambiano questo porco mondo. Lascio all’amico di penna Nicola l’analisi sociologica di questo declino tragico e ributtante, di questa deriva della violenza; il mio è solo un pensiero che nasce dallo stravolgimento di ogni logica dei valori e contro il quale sembra ci si debba arrendere. Il virus della violenza sembra si possa combattere come quello vero con l’isolamento, evitando certi posti,  altrimenti, ben che vada si finisce a terra, presi a calci e con la testa spaccata come al nostro giovane concittadino che se ne è fuggito con la coda tra le zampe, temendo per la propria vita, come riporta il sito di TRC giornale. Non è un caso sporadico, mi dicono, neppure per Civitavecchia, magari altri le hanno prese e se le sono portate a casa. E non è un caso la morte del povero Willy, massacrato dal branco. Sempre quattro, cinque contro uno come ai bei tempi delle spedizioni punitive in camicia nera. Ma le fiaccolate, care ragazze e ragazzi, che scaldano i vostri sentimenti, rischiano di servire come ghiotta occasione per qualche lacrimuccia in diretta, stile conduttrice zelante e spudorata, inginocchiata teatralmente per il suo black lives matter, al pari della sua collega canterina dell’inno italico. Il pestaggio nella apparente tranquilla petite ville conferma che l’onda della violenza gratuita rischia di essere inarrestabile. Per onestà intellettuale, come si diceva una volta, ricordo i nostri anni di piombo, gli attentati, le stragi di stato. Ricordo i tanti viaggi notturni sull’espresso Roma-Venezia con il convoglio che spesso si fermava per l’allarme di una bomba o per un tipo sospetto notato in uno scompartimento. Anch’io dovevo stare attento perché il mio abbigliamento, i miei capelli e la mia barba fluente nutrivano qualche diffidenza. Sempre violenza, come quella delle rapine a mano armata dell’epoca. Ma, a parer mio, con una differenza sostanziale: non era una violenza gratuita e fine a se stessa. Non era una esibizione muscolare. Attenzione nessuna lontana assoluzione per quei delitti efferati, ma solo il tentativo di una spiegazione, che riguarda la mancanza di qualsiasi motivazione plausibile per questi fenomeni di bullismo estremo. La madre, malvagia e ria, le radici sono nei modelli sbagliati, nel processo di emulazione che da qualche anno si è diffuso nel tessuto della nostra società, soprattutto fra i giovani. Noi al massimo potevamo scimmiottare le pistolettate dei duelli western o qualche sparatoria spettacolare dei gangester viste al cinema. Chiaramente finte, di carta pesta come le colonne che sollevava Maciste. Le movenze di Bruce Lee ci facevano sorridere: i suoi nemici volavano come fogli di carta. Gli sganassoni di Bud Spencer e Terence Hill erano una grande prova di abilità: non si faceva male  nessuno. Poi sono arrivati i film e telefilm made in Usa con la violenza vera, cercata, esibita. Per dire che da noi è nato Gomorra e i tanti film e telefilm suoi compagni di merenda. Un girone infernale con l’esaltazione della prepotenza allo stato puro, punteggiato dalle immancabili sniffate di cocaina, sempre ben evidenti e in primo piano, come a rimarcare uno stile di vita. Titolo fresco di stampa: Torvaianica come Gomorra. Santoni della critica, magari nel giro degli affari delle distribuzioni, si sono affrettati a dire che non c’era nessun rischio di emulazione. I fatti, secondo me, li hanno smentiti in maniera clamorosa. Il mondo di Gomorra ha avuto presa facile nel linguaggio, nel comportamento, nell’abbigliamento, per non dire del proliferare dei tatuaggi che non sono più quelli del cuore trapassato dalla freccia o della sirena. Sono quelli dei massacratori del povero Willy, come le teste rasate, i giubbotti di pelle, le catene e catenelle. Un po’ come le ragazzine discinte e sguaiate che prendono esempio dal mondo torbido dei social e da tanti programmi televisivi. Con buona pace dell’ingenua vice preside massacrata per un apprezzamento perfino ovvio su certe disinvolture femminili. Il mio non è, e non vuole essere, uno stantio moralismo, anche perché continuo a vivere una vita abbastanza libera e spericolata. Ma provate a dare una scorsa ai film e telefilm che propongono i vari canali  con Mediaset ovviamente in testa, per non dire di Sky, Amazon Prime e della novella Netflix che qualcuno finalmente si è accorto   colpevole della sessualizzazione dell’immagine di alcune ragazze minorenni nel nuovo film in uscita Cuties. Come dire: chiudete la stalla che sono fuggiti i buoi.  Da queste radici si sviluppa vigorosa la mala erba della violenza che trova terreno favorevole in tanti programmi televisivi con relativo, puntuale strombazzamento sui maggiori giornali. Che insegnano le scurrili sarabande di Ciao Darwin? E i Grande Fratello? E l’Isola dei Famosi? Senza dimenticare i programmi da educanda della Maria De Filippi Costanzo. Provate a seguire Uomini e donne e le gesta dei  tronisti. E i talk show Mediaset non sono forse un incitamento alla rissa, con l’uso di un linguaggio volgare e minaccioso nei confronti dell’avversario di turno? Ma qui si aprirebbe un’amara riflessione sui danni che le reti del cav. con le stimmate del coronavirus, che qualcuno vorrebbe fare senatore a vita, hanno provocato nel tessuto sociale e culturale di un’intera nazione: il bunga bunga come modello personale e delle sue tv. In questo quadro poco confortante è opportuno  non dimenticare la rilevanza gossippara delle gesta dei campioni dello sport fuori dei campi da gioco, per non dire della mole di pubblicità di alcolici e sprizzetti vari. Perché se il tabacco fa male, l’alcol è una mano santa. Difficile dunque combattere questo virus della violenza ben più radicato di quello vero. Qualcuno dei soliti opinionisti, in questi casi, tira in ballo il ruolo della scuola, degli insegnanti. Intanto dovrebbe sapere che i suddetti non sono più maestri di vita dai tempi del maestro Manzi in tv. A loro vorrei riportare una pungente e amara constatazione di una mia cara collega in un consiglio di classe in cui si discuteva sulla scarsa considerazione di alcuni alunni e delle loro famiglie. La collega Adua sorridendo ci disse: “Ma noi chi siamo, che prendiamo un quarto di un trasfertista Enel? Senza grandi firme addosso. Come pensate che ci considerano quando parcheggiamo le nostre utilitarie? Loro vanno dalla BMW in su”.

SILVIO SERANGELI