Civitavecchia e i sette nani

di SILVIO SERANGELI

Come molti altri c’avevo creduto. La notizia per l’installazione del basamento di una statua in porto aveva riportato alla memoria il marinaio che bacia l’infermiera nel gesto liberatorio dalla  guerra che, come un faro, dominava la marina. Invece no.

La statua del bacio, sbolognata in tutta fretta dai talebani a cinque stelle,  non torna. Le notizie che leggo, le note sulla conferenza stampa di presentazione, parlano della statua der bacetto, come l’ha giustamente definita Pasquino nel sito di TRC giornale. Sarà una versione riveduta e corretta in chiave tricolore. Leggo che “rappresenterà una giovane donna in  abiti Anni Quaranta in un bacio senza tempo con una marinaio della regia capitaneria di porto” nei tempi della guerra e dei bombardamenti. Un addio? Un arrivederci? Una partenza  verso i mari delle operazioni belliche? Un felice ritorno? Non ha importanza.

L’intrusione della statua del bacio, quella vera, si conclude definitivamente. Chissà se la nuova attirerà la stessa attenzione dei turisti in posa sotto l’imponente opera di John Seward Johnson, al punto di divenire l’emblema della città e meritare la riproduzione in centinaia di magneti, di quelli che si attaccano allo sportello del frigo. Uno scatto da non perdere, un’inquadratura unica con lo sfondo della fortezza. Ricordo come gli stendhaliani, provenienti da Grenoble, Parigi e vari luoghi del nostro paese,  in città per le Giornate dedicate al console scrittore, mi chiedevano dove trovare la statua del bacio. Un’attrazione. Ora si cambia registro, si torna al formato mignon, che caratterizza il panorama statuario della petite ville. Nessuna critica, per carità, ben vengano queste novità e, soprattutto, ne godano i promotori.  Ma è un dato di fatto che, da un po’ di anni a questa parte, siano proliferati dei monumentini, delle statuette che, con tutto il rispetto rievocano il mondo fatato dei sette nani, magari senza Biancaneve che sarebbe troppo grande, senza scomodare  i Viaggi di Gulliver. Si dirà che è una questione di scarsella, di soldi, e qui ne girano ben pochi, ma in questo modo si rischia il ridicolo  e si offendono i progettisti che pensano in grande, nelle giuste dimensioni. E’ un po’ come il classico culo di bicchiere che alcune donne portavano al dito insieme alla fede che sbrilluccicava, ma non era una pietra preziosa, che avevano però la saggezza di non ostentarlo. Altra cosa è il volo di gabbiani dell’architetto Alfiero Antonini, installato in prossimità del molo Vespucci, sensibilmente ridotto rispetto all’originale. E’ più uno sbatter d’ali da cortile con la fontana dedicata a papa Giovanni Paolo II, lasciata nel degrado, come riportano le cronache dei ripetuti appelli dei cittadini. A fargli compagnia, non molto lontano, c’è la statuina dell’imperatore Traiano: sicuramente la più piccola fra le decine di statue sparse nell’intero Bel Paese, anche là dove ha lasciato meno tracce che qui da noi. Rimpicciolita dai vasti spazi i  cui è collocata. Purtroppo non  sono intervenuti i prodighi giapponesi che prontamente rimpiazzarono il samurai mignon a ridosso di Porta Livorno con una statua a misura giusta del loro  Hasekura Tsunenaga. La mia è una constatazione, un’annotazione, perché non vorrei essere accorpato alla  schiera di chi critica tutto e tutti. Per dire che chiamo in causa due colleghi amici di penna di questo blog come l’architetto Alfiero Antonini e l’architetto Francesco Correnti, che se ben ricordo aveva in mente ben altro monumento per l’imperatore Traiano, avendo individuato lo scultore franco-polacco Igor Mitora come autore ideale, famoso in tutto il mondo per i suoi lavori nella Valle dei Templi ad Agrigento e nel Campo dei Miracoli a Pisa. E, intanto, fa tristezza un’altra statuina: quella in ricordo del vescovo Carlo Chenis, praticamente senza piedi né scarpe, piazzata come se fosse una colonnina spartitraffico, che non invita certo ad onorare il personaggio e a ridestarne il ricordo. Perché non collocarla nella giusta atmosfera della Cattedrale? Garibaldi sta sempre lì, bello impettito di fronte al mare, con l’hotel delle Terme distrutto dalle bombe e sostituito da un moderno palazzo, senza che lui, l’eroe, se ne sia accorto. E serafica e pacioccona se ne sta l’Immacolata di Largo d’Ardia, mentre la bronzea Italia dei caduti guarda verso il via vai e il  fracasso di motorini e macchine  del viale con sufficienza. Non si è salvato l’altro monumento vero, quello a Vittorio Emanuele II, per altro sballottato in tutti gli angoli della piazza come documentano foto e cartoline, fino ad approdare in piazza d’Arme dove trovò   la sua fine. Rimane nascosto e privato del suo significato il monumento alle vittime del lavoro di  via Isonzo. Ventisette anni per la sua realizzazione con il progetto iniziale e la collocazione originaria snaturati. Anche in questo caso, le dimensioni furono ridotte e la costruzione venne spostata dalla felice scelta  nell’area a fianco della Compagnia Portuale, dove era stata demolita una palazzina. Ma di questa vicenda emblematica sa molto  l’architetto Correnti. Completo questa passeggiata con le mollette del monumentino dedicato a Palmiro Togliatti, realizzato con i fondi della sezione Togliatti che sorgeva proprio lì di fronte, all’inizio dell’omonima via. Un’opera che suscitò molte critiche per la scelta dell’artista che a molti faceva venire in mente delle mollette per il bucato, ma è da ricordare soprattutto perché all’inaugurazione intervenne l’allora segretario del PCI Achille Occhetto. Nel suo intervento appassionato di fatto anticipò alcuni dei temi della storica svolta della Bolognina con relativi lanci frenetici d’agenzia. Altri tempi: le mollette stanno lì tra i cipressi, qualcuno si siede sul muretto con il cane al guinzaglio, ma in pochi sanno di che parla quel travertino. Tralascio per amor di patria Bacco e Arianna, statue in cemento da giardino Amazon 180 euro, della rotonda Moschetta. Le statuine e le fontane malate, come dire l’arredo urbano. Anche gli zampilli qui da noi hanno avuto uno strano destino, e non perché da sempre c’è il problema della scarsezza d’acqua, ma per non volersi impegnare troppo nella manutenzione. Così sono scomparsi le vasche e gli allegri schizzi d’acqua. Prendete piazza  Calamatta, dove ho passato la mia infanzia, e prendete la fontana circolare con gli zampilli. Sparita. E sparita perfino la fontanella del viale con le facce da leone. E quella del giardinetto del Pincio?  Non hanno avuto sorte migliore alcune realizzazioni più recenti. Ricordate la grande vasca con gli spruzzi al Parco della Resistenza. Rasa al suolo. Miglior sorte ha avuto la vaschetta con le luci multicolori che sorgeva al viale fra i ristoranti da Vitale e Baffone: almeno è stata riciclata come aiuola.  Ha avuto vita molto breve la zampillata davanti al teatro Traiano. Alla fine si è salvata la più vecchia, quella di piazza Leandra, sempre insidiata dalle robacce che ci finiscono dentro, e timidamente nascosta fra le auto in sosta. Con lei le due fontanine di piazza Fratti e piazza Saffi, salvo bottigliette e oggetti vari. In fondo va bene così. Meglio togliere di mezzo tutti quei tubi che poi si intasano con  il calcare, e le luci che vanno continuamente cambiate, e le cartacce le buste di plastica che finiscono in acqua e galleggiano. E magari poi la fontana s’intasa e nessuno interviene  e l’acqua emana cattivo odore. E qualcuno ci finisce dentro.

SILVIO SERANGELI

**le foto sono dell’amico Francesco Cristini