POLTONAVIRUS 5. DUE BEI LIBRI PER IMMAGINARE UN’ALTRA EUROPA (O FORSE DUE)

di NICOLA R. PORRO ♦ 

Ho particolare stima di Sergio Fabbrini, politologo della Luiss con il quale in anni lontani ho partecipato a diverse iniziative promosse dall’Istituto Cesare Alfieri di Firenze e dall’Università di Perugia. Il suo interesse per le tematiche dell’europeismo risale ad allora, quando ancora non si era ancora consumato il collasso dell’Impero sovietico e l’unificazione politica dell’Europa occidentale muoveva i primi passi. Con una certa curiosità mi sono così dedicato alle riflessioni più recenti che l’autore ha riservato alla UE dei nostri giorni in due saggi, pubblicati a breve distanza di tempo: Sdoppiamento. Una prospettiva nuova per l’Europa (Laterza 2017) e il recentissimo Prima l’Europa. È l’Italia che lo chiede (Edizioni del Sole 24 ore, 2020). Non mi hanno deluso: ragionamenti di ampio respiro si associano a un’analisi quasi in tempo reale della secessione britannica, delle derive antidemocratiche in alcuni Paesi dell’Est e della pandemia. Eventi diversi che concorrono a segnare con nettezza un prima e un dopo della costruzione europea.

La passione europeista non preclude a Fabbrini una visione critica del problema. In Sdoppiamento esprime l’insoddisfazione per un’Unione più vasta ma incapace di superare differenze e ritardi laceranti, non tutti addebitabili alle eredità del passato. La Brexit rappresenta un caso a sé: le leadership britanniche, al di là delle dichiarazioni diplomatiche, non hanno mai considerato l’Unione qualcosa di più di un’area di libero scambio, simile al vecchio Mercato comune, incoraggiando l’allargamento a Est proprio perché dilatava l’arena economica mentre depotenziava il progetto di integrazione politica. Fallito il tentativo di sabotarlo, il populismo sovranista di Farage e del suo Ukip ha eccitato gli umori isolazionisti del Paese, anche ricorrendo a quella campagna di disinformazione programmata che inaugurò il ricorso sistematico alle fakenews nelle campagne elettorali. 

La Brexit potrebbe tuttavia paradossalmente restituire slancio al federalismo europeo. Il mercato unico è infatti imposto dalla globalizzazione: nessun Paese europeo, nemmeno la Germania, potrebbe competere con successo da solo nell’arena mondiale. A disciplinare gli spiriti animali del mercato occorrono però una visione e una governance all’altezza della sfida. Come in un sistema a cerchi concentrici, entro una più vasta area di libero scambio, si è già di fatto costituito un nocciolo duro di Paesi disposti a integrarsi in un’Europa più piccola ma più coesa. È ciò che suggeriscono la storia del passato decennio e le sei vicende esemplari che l’hanno scandita: (i) il tracollo dell’euro, evitato in extremis dalla Bce e dal coraggio di Mario Draghi; (ii) la pressione migratoria indotta dallo sconvolgimento degli equilibri politici del Nord Africa e del Medio Oriente e da fattori climatici e socio-demografici a lungo colpevolmente trascurati; (iii) le insorgenze terroristiche nel cuore delle città europee, divenute teatro di conflitti d’importazione; (iv) la secessione britannica e le insorgenze nazional-populiste; (v) il diffondersi di uno scetticismo antieuropeista alimentato a destra dall’ostilità ideologica dei sovranisti al processo di integrazione e a sinistra dalla preoccupazione per l’involuzione antidemocratica di alcuni Paesi est-europei; (vi) l’ostilità della presidenza Trump, decisa a dividere la UE per isolarla e ridimensionarne il ruolo internazionale.

Queste sfide necessitano di una visione politica ampia, ambiziosa e condivisa. Ma richiedono anche strumenti legali e istituzionali idonei: quelli in vigore, pensati per un’altra stagione storica, non consentono di adeguare la farraginosa architettura costituzionale dell’Unione alle nuove esigenze. Ricorda Fabbrini come nel tempo digitale non si possano governare processi decisionali complessi finché la norma dell’unanimità decisionale assegna poteri di veto e di ricatto a partner refrattari alle regole della democrazia costituzionale o a Paesi di insignificante peso politico-economico. Per superare l’impasse, Sdoppiamento guarda alla Brexit come un’opportunità di maggiore coesione fra le quattro potenze maggiori (Germania, Francia, Italia e Spagna) – che da sole rappresentano quasi il 60% della popolazione comunitaria e i tre quarti del PIL – e fra queste e gli Stati che condividono una carta di valori fondamentali e possono beneficiare di una crescente integrazione politica. Altri Paesi – come la maggioranza delle isole e penisole del Nord e degli Stati dell’Est – sono al contrario interessati soltanto a lucrare i vantaggi offerti da un regime di mercato aperto e di agevolazioni doganali. Opzione legittima ma che non può pregiudicare un progetto strategico diverso e di portata epocale, dal quale dipende anche lo status internazionale delle medie potenze come l’Italia. La marcia verso l’unione federale va dunque accelerata, contrastando le spinte centrifughe e gli ostruzionismi già emersi quindici anni fa, quando i no del 55% dei votanti francesi e del 62% degli olandesi affondarono il progetto di Costituzione europea. La recente offensiva dei sedicenti “frugali”, pronti a scagliarsi contro le “cicale” del Sud ma non verso le politiche fiscali praticate dagli amici olandesi in violazione dei princìpi comunitari, deve suonare come un campanello d’allarme. 

Tre anni dopo aver esplorato lo sdoppiamento in atto del sistema comunitario, in Prima l’Europa – una selezione degli editoriali comparsi a sua firma sul Sole 24 Ore tra il marzo 2019 e l’agosto 2020 – Fabbrini aggiorna l’analisi riflettendo sugli effetti della pandemia e della Brexit [1].Lo straordinario salto di qualità realizzatosi sotto l’impatto della pandemia con il Recovery Fund nell’estate del 2020 ha dimostrato infatti lo straordinario potenziale della risorsa Europa, ma questa spinta andrà subito indirizzata a riforme radicali. A regolare i rapporti con i Paesi interessati solo al libero scambio può bastare un trattato interstatale, che non pregiudichi la possibilità di riprendere più avanti un percorso comune. Le democrazie illiberali dell’Est non andranno abbandonate al loro destino, ma senza più tollerare le ricorrenti violazioni ai princìpi fondanti della UE [2]. Neppure ai prosperi e democratici Paesi scandinavi può essere chiesto di identificarsi in un destino comune cui non sentono di appartenere in forza di ragioni storico-culturali forse rimovibili ma allo stato non rimosse. Molti Paesi, inoltre, presentano importanti peculiarità che possono orientarne diversamente le politiche in presenza di un’accelerazione del processo di integrazione. Chi crede nella necessità di un’autentica costruzione federale dovrà però a mio parere imboccare senza esitazioni l’ultimo miglio, associando i Paesi minori che vogliano contribuirvi ma riservando ai Paesi maggiori il ruolo di garanti politici del progetto.

Fabbrini manifesta en passant la preoccupazione che deriva dalla constatazione dell’ignoranza diffusa che circonda, nell’opinione pubblica e persino nello stesso ceto politico, l’effettivo funzionamento della UE, le sue regole del gioco, le catene di interdipendenze che la regolano. Le ricadute negative sono concretissime. Sondaggi condotti nei maggiori Paesi dell’Unione hanno evidenziato come la grancassa populista contro l’Europa facesse breccia nelle fasce meno informate dell’elettorato attraverso la mobilitazione della menzogna: pregiudizi e ritornelli propagandistici costruiti ad arte, come nella Brexit, e veicolati parossisticamente da una falsa “controinformazione”. “Conoscere per decidere”, il comandamento laico di Luigi Einaudi, dovrebbe rappresentare l’antidoto più valido contro le variegate subculture populiste. Ma il combinato disposto della dittatura mediatica dei social media, di una carente comunicazione istituzionale e degli strumenti di formazione scolastica (dai nostri liceali si pretende che memorizzino la sequenza dinastica dei re merovingi ma non la storia e i princìpi dell’Unione Europea) e del venir meno di affidabili criteri di selezione del ceto politico, ha prodotto e continuerà a produrre danni incalcolabili all’esercizio di una democrazia avanzata [3]. Introducendo il suo lavoro più recente Fabbrini richiama la filosofia del “Sistema Europa”, ampiamente ispirata dal Manifesto di Ventotene e dagli eurofederalisti italiani. Valori e idealità, aggiunge, che non vanno mummificati o fatti oggetto di una venerazione di facciata. In coerenza con la sua formazione e le sue convinzioni, l’autore richiama il contributo di pensatori come Ralf Dahrendorf e Karl Popper, che hanno fornito all’Europa in costruzione l’imprinting culturale, le parole chiave e una tavola di valori non negoziabili: democrazia, società aperta, economia di mercato e giustizia sociale. L’edificazione europea rappresenta del resto un progetto aperto, non garantito e in continuo divenire. Essenziale è conservare una prospettiva di lungo periodo, ricordando quanta strada sia stata già percorsa nel secondo Novecento, quando con la nascita del Mercato comune europeo (MEC), sulle macerie morali e materiali di una guerra devastante, si chiuse idealmente, dopo trecento anni, la Guerra Civile continentale. Ispirata alla filosofia che aveva legittimato il Trattato di Westfalia (1648), essa aveva imposto all’Europa della modernità incipiente quel principio di sovranità esclusiva degli Stati estraneo tanto alla tradizione imperiale romana quanto al particolarismo feudale del Medioevo. 

Sarà la trasformazione del principio di nazionalità – che in Italia aveva animato il movimento – risorgimentale – in quello del primato esclusivo dello Stato Nazione a generare i nazionalismi particolaristici e più tardi i terrificanti totalitarismi del Novecento. Solo il riconoscimento della interdipendenza degli Stati e del pluralismo sovranazionale può dare invece concreta attuazione a quel giuramento – “mai più guerre fra noi” –  che aveva idealmente concluso la secolare Guerra civile europea. Da quasi settant’anni l’Europa comunitaria vive una lunga stagione di pace e le ragioni dell’Unione si sono ulteriormente rafforzate di fronte alla globalizzazione. Tuttavia, malgrado la liberalizzazione dei mercati, l’elezione diretta del Parlamento europeo e l’introduzione dell’euro, l’integrazione è proceduta a strappi, provocando resistenze e conoscendo crisi laceranti come quelle seguite allo choc finanziario del 2008, alle controverse interpretazioni del patto di stabilità e soprattutto alle insorgenze sovraniste ispirate alla tutela di presunti interessi nazionali. 

Si riaffaccia così inaspettatamente la questione del potere sovrano, definito a metà del Seicento da Thomas Hobbes nel suo Leviatano e fondato “sulla moneta e la spada”. L’euro esprime già una sovranità monetaria condivisa fra Stati diversi ma vincolati a un primario interesse comune. Meno chiaro e assai meno analizzato è il tema della spada, che rinvia alla questione politicamente sensibilissima della “forza”, all’ispirazione pacifista della costituzione europea, alle persistenti gelosie nazionalistiche (la Francia – principale potenza militare dell’Unione – ha sempre eluso un confronto sulla force de frappe), all’appartenenza della maggior parte degli Stati alla Nato a guida americana. Allo stesso tempo, i maggiori Paesi della UE (e fra questi l’Italia in un ruolo non secondario) sono impegnati da decenni in missioni di peace keeping su mandato internazionale e spesso invocate da movimenti e istituzioni di ispirazione pacifista. Al di là delle ragioni umanitarie, un’azione efficace di dissuasione e interdizione nelle aree critiche del Nord Africa e del Medio Oriente, contigue all’Europa e di primario interesse strategico e commerciale, rappresenta una nostra evidente esigenza geopolitica. Forse la memoria storica della secolare guerra civile europea impedisce però ancora una adeguata presa di coscienza del problema. E torna di attualità la brillante e un po’ strafottente metafora di Marte e di Venere coniata venti anni fa da Kagan  per spiegare le ragioni della totale egemonia militare consegnata nel dopoguerra agli Usa dagli Stati europei [4].

La metafora della moneta e della spada è esemplare di un processo di integrazione incompiuto che non va banalizzato o ridotto soltanto a conflitto fra interessi divergenti. Né va mai dimenticato come esso rappresenti il solo esempio nella Storia umana di un’aggregazione sovranazionale consensuale e non imposta dalle armi. Non solo: è stato proprio il “vincolo europeo”, fumo negli occhi di tutti i populisti, a costringere l’Italia a riforme di cui aveva bisogno e che troppo a lungo erano state frenate da logiche esclusivamente interne. Ciò non significa che esista una perfetta e costante coincidenza fra interessi nazionali e un immaginario “interesse europeo”, che è sempre l’esito di laboriose negoziazioni e di faticosi compromessi. È allora tempo di interrogarsi su forme e strumenti di una vera sovranità condivisa. Quale può e deve essere il ruolo del Consiglio europeo in un processo costituente? Come andrà ridefinita quella normativa (rule of law) che ancora oggi consente diritto di presenza nelle istituzioni comunitarie di regimi che ne negano o ne contraddicono i princìpi ispiratori? Quale regime di sussidiarietà andrà istituito fra poteri nazionali e sovranità sovranazionale nel riordino dell’intero sistema? Potranno convivere senza conflitti un’area di puro scambio mercantile e una, più ristretta e coesa, avviata all’integrazione politica? Sono questioni decisive, che non possono essere eluse e che richiedono le risposte urgenti sollecitate dalle riflessioni di Fabbrini. Trent’anni dopo la caduta del Muro la questione europea è di nuovo aperta: hic rhodus, hic salta

NICOLA R. PORRO

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[1]A proposito di Brexit osservo come nessun economista di fede sovranista abbia commentato il fatto che la Gran Bretagna, tornata all’agognata sovranità finanziaria, abbia subito dalla pandemia una perdita in termini dei pil quasi doppia rispetto all’Italia, colpita prima e più duramente, e quadrupla rispetto alla Germania.
2]A onor del vero, una procedura d’infrazione a carico dell’Ungheria di Orbán era stata avviata nel 2017 dalla Commissione e una analoga l’anno dopo contro la Polonia di Kaczynsky e Morawiecki su iniziativa del Parlamento. L’articolo 7 del Trattato di Lisbona, che prevede la sospensione dei diritti di voto del Paese sanzionato, esige tuttavia che la misura vada approvata all’unanimità dagli Stati membri ed è perciò praticamente inapplicabile per la complicità dei due Paesi sotto accusa, per le resistenze del Blocco di Visegrad di cui sono i referenti e per la riluttanza del potente Partito popolare europeo, al quale appartiene la maggioranza dei commissari in carica e cui hanno strumentalmente aderito il leader ungherese e quello bulgaro, preoccupato di essere presto chiamato a rispondere delle stesse accuse rivolte ai colleghi ungherese e polacco. Non sembra un caso, infatti, che la procedura d’infrazione stia procedendo solo verso la Polonia, i cui leader non appartengono al Ppe, risparmiando l’Ungheria, dove il degrado delle istituzioni democratiche è assai più avanzato. Conforta tuttavia constatare come nello storico Consiglio europeo del luglio 2020, Macron, Merkel e Von der Leyen siano riusciti a subordinare l’erogazione delle risorse del Recovery Fund al rigoroso rispetto dello stato di diritto (articolo 23 delle Conclusioni). L’introduzione di uno stringente “regime di condizionalità” a garanzia del budget e del fondo europeo straordinario, aggira l’assurdo principio di unanimità prevedendo che le misure possano essere prese a maggioranza qualificata purché approvate dal 55 per cento degli Stati membri, se rappresentativi di almeno il 65 per cento della popolazione della Ue.
3]Il trasformismo è l’altra faccia della stessa medaglia. Chiunque frequenti l’informazione estera sa, ad esempio, quanto nuoccia alla credibilità dell’Italia essere rappresentata da un ministro degli Esteri non solo totalmente digiuno della materia, ma con trascorsi recenti di militanza anti-europeista e di ostentata vicinanza ai movimenti antisistema di importanti partner europei.
4]La metafora risale al citatissimo articolo di Robert Kagan “Power and Weakness” (Policy Review, 13, 2002). Gli americani, a parere del politologo americano, accettano la filosofia hobbesiana sull’uso inevitabile della forza, mentre dopo le guerre del Novecento gli europei sembrano sedotti dalla visione kantiana di un mondo governato dal diritto e dalle istituzioni. Così, mentre la forma mentis europea esorcizza il ricorso al potere e alla forza, gli americani ne fanno gli strumenti per modellare il mondo a loro immagine e somiglianza. L’illusione europea della kantiana “pace perpetua” – alimentata dalla fine della Guerra fredda – si sarebbe infranta, per un paradosso della Storia, proprio nel cuore del potere americano con l’attacco terrorista dell’11 settembre 2001 a New York. Un evento che agli occhi di Kagan dimostrerebbe come il mondo non sia cambiato, lasciando agli imbelli europei la scelta fra accettare la realtà o rimuoverla, inevitabilmente consegnando agli Usa l’egemonia sui destini dell’Occidente.