Monnezza & monnezza

di SILVIO SERANGELI

Una ville sale, sporca e sudicia, in cui è difficile addentrarsi fra le immondizie e gli scarti di tutti i tipi, perfino i resti di animali macellati, fra la melma maleodorante che ristagna lungo le strade e i vicoli. È l’impressione ricorrente dei viaggiatori dell’Ottocento in questa Africa che è l’Italia dalla Maremma verso Sud, di cui, a ragione, fa parte Civitavecchia. Una visione esotica che si accompagna alla suggestione del panorama marino, al carattere forte degli uomini, alla bellezza primitiva e spavalda delle donne, fiere e imponenti come le matrone dell’antica Roma. Una città rimasta sporca e sciatta, “assediata dall’immondizia” come titola il “Messaggero” quasi un secolo dopo. Non è cambiato molto. Per dire che gli abitanti sono maniacalmente attenti all’interno delle proprie mura domestiche, molto meno negli spazi della comunità. Non direi mancanza di senso civico, piuttosto di disinvolta abitudine, di un costume radicato, che non riesci a cambiare neppure con le cannonate. Così il dibattito in corso fra il ritorno alla raccolta tradizionale e il mantenimento dell’avventurosamente innovativo porta a porta, rischia di essere un esercizio fine a se stesso. Nessuna critica a chi interviene, magari con appassionato trasporto, o con calcolo politico, solo un’amara constatazione. Per dire che la situazione, già difficile, negli anni è diventata esplosiva con il moltiplicarsi della materia prima: la monnezza che produciamo. È un’era preistorica quella che da ragazzino vivevo con lo scopino che svuotava nel suo sacco i resti di qualche pranzo e cena, finiti nel secchio di latta, lasciato fuori della porta, con lo scopino (allora non era un’offesa chiamarlo così) che con la sua lunga ramazza ripuliva le strade trascinando il suo carrettino. Poi è arrivato il boom, le confezioni sempre più ingombranti, le bottiglie di plastica. Finita l’epoca della bottiglia di vetro del latte lasciata fuori della porta, all’americana, delle bottigliette di gazzosa, di birra, delle bottiglie di minerale con vetro a rendere, per non dire dei cartocci. Tanta nuova monnezza si è aggiunta alla poca di prima: è arrivata questa mareggiata difficile da arginare con i vecchi sistemi. E la città, nel suo complesso, ha continuato ad essere trasandata. “Il servizio della nettezza urbana inadeguato alle necessità cittadine”, denunciava negli Anni Settanta al cronista del “Messaggero” il maresciallo dei vigili urbani Armando Sposito. Lo leggo fra la raccolta di foto riproduzioni della cronaca locale del “Messaggero” e del “Tempo”, dal 1959 al 1980, messa insieme con molta pazienza dagli amici Francesco Cristini e Roberto Diottasi e rielaborata nell’ “Almanacco” di TRC. Leggo ancora sul “Messaggero”: “Una situazione insostenibile. In pieno caos la Nettezza Urbana. L’estate che si prolunga rappresenta una grossa minaccia per la salute dei cittadini, costretti a vivere in mezzo ai rifiuti”. Siamo nel 1971 (“Il Messaggero”, 8 settembre) e la città è “assediata dall’immondizia”, come scrive Aldo De Luca, riportando l’opinione di molti cittadini. Intanto compaiono e sono fotografati “Rifiuti a mucchi accanto alle tombe, uno spettacolo veramente indecente” , come titola “Il Tempo” del 6 novembre, sempre del 1971. Verrebbe da dire, con  l’amico Francesco mio compagno di commenti televisivi, “è sempre stato così”. Alla fine degli Anni Settanta arriva la svolta con il “nuovo sistema di raccolta dei rifiuti”. Sono acquistati due camion per il prelievo dai cassonetti. L’assessore Condoluci promette “multe salate per gli sporcaccioni” (“Il Messaggero”, 25 ottobre 1979). A fine anno “arrivano i primi 48 cassonetti per 1200 famiglie di  Campo del’Oro e ha inizio il nuovo sistema di raccolta dell’immondizia in carrozzella”. “La raccolta cambia gradualmente volto. I cassonetti invadono il centro”. Siamo nell’estate del 1980: “I cassonetti hanno superato la prova, ma si devono lavare più spesso” scrive ancora il “Messaggero” (28 agosto 1980). Le nostre pagine si fermano qui, la svolta epocale sembra aver risolto molti dei problemi. Ma la questione si riproporrà negli anni con alti e bassi; sempre più bassi nel periodo a noi più vicino. La città è sempre più trasandata, sporca perfino nei punti nodali del centro, quelli per intenderci in  cui si trascinano i croceristi, i visitatori di passaggio. La cartolina della bella città d’incanto è sbiadita. L’emblema di questa estrema trascuratezza sono i cassonetti in prossimità dell’angolo fra via Giordano Bruno e il Viale: una schifezza, mai rimossa. Passato e passato prossimo: quello, per intenderci, per cui con un ragionamento discutibile si pensa di risolvere il problema, cambiando radicalmente sistema. Sembrò ai nuovi governanti lungimiranti, freschi di galloni, quelli per intenderci dell’Hotel Fiumaretta, che bastasse mettere sulle spalle dei cittadini questo macigno, capace solo di creare disservizi e debiti colossali. È il porta a porta, un po’ fasullo come quello di Bruno Vespa, un talk show della monnezza. Attenzione, non sono contrario a questo tipo di raccolta, che per altro in famiglia abbiamo conosciuto nelle remote vacanze austriache all’inizio degli Anni 80; ma mi sono sempre chiesto, e con me molti amici e familiari, se era il caso di iscrivere al Liceo, magari con le versioni di Latino e Greco, un alunno mediocre delle medie, che al massimo strappava il sei. Il porta a porta certo ha dei vantaggi notevoli nello smaltimento dei rifiuti, ma diventa un peso non indifferente per i cittadini, soprattutto per quelli che magari abitano in  due camere e un buco di cucina, non hanno uno straccio di balconcino e devono smaltire pannolini a ripetizione. Lo studentello delle delle medie si è dovuto mettere sotto, studiare giorno e notte. “Dove gettare il fiore appassito del geranio? Come faccio a togliere l’etichetta adesiva alla confezione?” Ci si abitua a tutto, ma con molta pazienza e qualche improperio, durante la gita obbligatoria alla discarica comunale. Diciamolo è un sacrificio che comincia a non esser ripagato. I prelievi non sono sempre puntuali, alcuni contenitori di plastica sono stracolmi con relativa diffusione di una puzza nauseabonda, magari sotto le finestre di casa. Tutt’intorno è rimasta la monnezza di sempre: erbacce dovunque, rifiuti di vita quotidiana che si ammassano lungo i muretti e alla base dei marciapiedi. Qui non è stato differenziato niente. Domanda: “Dove sono mai finiti i benemeriti, strombazzati Cinquestelle  “Angeli di Civitavecchia” ?” Scomparsi molto prima del virus, lasciandoci fra le porcherie di sempre, in questa matassa di bottigliette abbandonate, fazzolettini, cicche, gomme da masticare, di negozianti che spazzano il loro spazio esterno, e anche interno, e danno l’ultimo colpo magistrale di scopa verso la strada. La città è così, è come le movide sconsiderate di questi tempi che riprendono nonostante il virus. E qui mi vengono da fare alcune considerazioni, attraverso l’esperienza diretta. La prima: un cittadino che segue con attenzione le istruzioni, finisce per dichiarasi vinto quando non ha risposte adeguate. Come dire: che fai se per anni raccogli perfino dei foglietti di appunti e poi ti trovi il cassonetto sempre stracolmo, magari con l’aggiunta di qualche sacchetto di immondizia, e raggiungibile con l’uso di anfibi perché lo spazio è inzaccherato delle più svariate porcherie? Sei tentato di mandare tutti in quel posto e vaya con dios. La seconda, abbastanza scontata e lapalissiana, ma non fuori tema: ogni sistema, anche il più elementare, funziona se i vari elementi rispondono al loro compito. E qui sono più esplicito, proponendo un parallelo, attenzione tutto personale, fra due realtà con cui convivo: quella di Civitavecchia/ viale Baccelli e dintorni, quella di Roma/largo La Loggia-Portuense. Quale era la situazione a Civitavecchia? 1 Cassonetti vecchi, fatiscenti, senza il coperchio, mai lavati. 2 Spazio sotto e attorno ai cassonetti mai spazzato e, manco a dirlo, lavato  con la formazione di uno strato di sporcizia ben radicata, che nemmeno le piogge riuscivano a smuovere. 3 Raccolta non sempre puntuale, molto carente nel rispetto dei tempi per la plastica e la carta con la genialata di alcuni esercenti che ingolfavano tutto con i loro cartoni posti di traverso. 4 Mancato rispetto delle norme da parte di diversi cittadini, fino al punto di gettare le buste con le immondizie da lontano, spesso non centrando il cassonetto, di insistere ad affastellare le stesse nel cassonetto stracolmo con gli altri vuoti, oppure lasciare i sacchetti per terra. Passo alla situazione di Roma: attenzione di quella zona di Roma che ho imparato a conoscere bene. 1 I cassonetti sono molto robusti, grandi e integri, e ogni mese vengono lavati. 2 Con mia grande sorpresa lo spazio sotto e intorno ai cassonetti viene periodicamente ripulito e, una volta ogni quindici giorni, passa una piccola cisterna con l’operatore che con una lancia a pressione sanifica l’area. E questo anche prima del virus. Due volte a settima passa la spazzatrice per ripulire i bordi delle strade. 3 La raccolta è puntuale. 4 I cittadini seguono le regole, perché tutto il resto funziona. Ripeto: metto a confronto l’esperienza di viale Baccelli, ma potrei dire per conoscenza diretta di tutta Civitavecchia con una zona specifica ma significativa di Roma, perché indica come il problema della monnezza può esser risolto, senza magari la fuga in avanti del porta a porta. Leggo infatti di un ritorno al passato, che significa che il presente non ha dato i risultati sperati e c’è da fare un po’ di conti; sento parlare del coinvolgimento di Enel. Va tutto bene. Proviamo anche questa. Butteremo i contenitori multicolori, che punteggiano la città, rimetteremo i cassonetti. Solo a un patto: cassonetti nuovi, da lavare e mantenere negli spazi puliti. Altrimenti: come prima più di prima. Facciamo girare dei furgoncini per gli interventi volanti di pulizia nei punti critici. Deforestiamo le erbacce che trattengono le schifezze. Magari facciamo un po’ attenzione ai luoghi patrimonio dell’Unesco cittadino. Altrimenti che fine fa la mitica vocazione turistica che è diventata negli anni l’implorazione di un anacoreta, magari appollaiato sul campanile di sant’Egidio o San Giulio alle Terme, sempre in attesa di restauro?

SILVIO SERANGELI