Giovani e sport al tempo del Coronavirus

di STEFANO CERVARELLI

Un difetto nello sport è stato sempre quello di sentirsi in un “bolla” d’aria, credere cioè di essere il posto dove i guai del mondo non sarebbero riusciti a sconvolgerlo (al massimo si sarebbe potuto avvertirne i riflessi), godere cioè di una sorta di immunità derivante dal concetto di universalità, magari proposto non sempre appropriatamente. Una immunità capace, al contrario, di dare energia per affrontare i problemi che si ponevano.    Non si può negare, però, che  lo sport, nei momenti in cui si verificano tensioni di ogni tipo, assolve anche al compito di trasformarsi in un primo strato assorbente (basti ricordare la vittoria di Bartali al Tour del 1948, che contribuì, non poco,  a calmare gli animi accesi per l’attentato  a Togliatti) diventando la  valvola di  sfogo verso la quale s’incanalano emozioni, sentimenti e reazioni: funzione, questa, svolta sia dallo  sport “passivo” e sia, a maggior ragione, da quello  attivo. Quindi, al di là ovviamente di atti teppistici o di vera e propria delinquenza, lo sport offre un vasto terreno dove poter dar sfogo alle propria natura  emotiva, costituendo  un caposaldo importante della nostra socialità, in particolar modo nella fase evolutiva, adolescenziale, dei ragazzi, per i quali rappresenta ancora uno “scarico” alla dirompente esuberanza, specialmente quando costituisce l’anello di congiunzione tra i “ giochi dell’infanzia” e il primo approccio ad un’attività agonistica.

Ora però lo sport è fermo o ridotto quasi soltanto a vera e propria attività motoria, di cui proprio la componente agonistica sembra ancora lontana dall’ essere riconquistata, fatta eccezione per il calcio-limitatamente alle serie A – B e gli atleti d’interesse nazionale.

 Se in un primo momento, nella prima fase, il blocco era doveroso, le modalità con le quali si sta operando in questo periodo non sono delle migliori e non inducono in facili ottimismi. È chiaro che non mi riferisco ovviamente al calcio di cui in questi giorni si fa un gran parlare a proposito della sua riapertura. Il football non costituisce certo l’argomento di questo articolo, però una cosa permettetemi di dirla: il calcio, con tutto rispetto, non può sentirsi titolare di una specie d’extraterritorialità, dove tutto è consentito, anche grazie alle risorse economiche di cui può abbondantemente disporre, considerato oltretutto che sono state fermate discipline sportive che possono vantare campioni olimpionici. Chiusa la breve parentesi sul calcio, torno all’ argomento dell’articolo, quello che riguarda tutt’altro genere di sport, quello che da questo ciclone ne uscirà sicuramente più danneggiato.

Parlo dell’attività di base dei ragazzi, ragazze, bambini, sia quella praticata in maniera organizzata sia   quella svolta in modo spontaneo o semplicemente sottoforma di gioco.  Sebbene siano stati riaperti i parchi, (con le aree giochi comunque ancora sigillate) oltre, ovviamente ai vari centri di addestramento, rimangono ancora proibiti i playground, spazi cioè dove i giovani, di qualunque età, si ritrovano per stare insieme, per il semplice gusto di giocare, di competere in continue sfide a basket o altro; rimangono chiusi gli oratori, ultimi luoghi rimasti per dar spazio alla fantasia e alla creatività per i più piccoli, nei cortili o nel chiuso delle salette.

Sono venuti meno insomma tutte quelle possibilità che i ragazzi, adolescenti e bambini hanno per accrescere, affinare, sviluppare la socialità, attraverso un elemento importate, come il gioco, proprio in un momento importante della loro vita. Ma per quanto tempo si potrà privarli di questo?

Per quanto tempo ai bambini sarà tolto il gioco?  Detto in parole povere non mi sembra che dall’aria che tira ci si possa aspettare una soluzione né a breve né a lungo termine, vista l’esigenza che il distanziamento sociale impone. Infatti, se bisognerà essere distanziati nelle scuole come si potrà pensare di tornare a praticare un qualunque sport o attività di gruppo?

Se faccio questa modesta riflessione non è certo per recriminare, assolutamente, ci mancherebbe altro, l’esigenza; la necessità di chiudere ed evitare contatti era e rimane di primaria importanza. La mia preoccupazione è ben altra, non credo infatti che, dal punto di vista con il quale sto osservando e seguendo lo  sport in questo periodo, le cose miglioreranno; certo  si potrà godere sempre più di maggiore libertà, ma ho paura che, oltre a non cambiare di molto con la fase due, la situazione non cambierà neanche dopo e quello che temo è che l’attuale stato di allontanamento fisico nello sport, almeno in quello di squadra, sarà un problema di non facile soluzione che ci porteremo dietro per un bel po’ di tempo; se per i grandi o i giovani adulti si potrà contare sul loro senso di collaborazione,  così non si può dire  riguardo i più giovani,  i più piccoli; anche quando potremo con le dovute cautele, riassaporare un pochino di vita normale, per lo sport, quello sport che intendo io, non sarà  facile. Qui permettetemi di trasportare nel discorso la mia esperienza di allenatore di basket. Alla ripresa come farò ad insegnare loro questo gioco, che trova la sua essenza proprio nel contatto? Come si farà ad insegnare il rugby? E via dicendo, tutti gli altri sport di squadra, compresa la pallavolo, che pur non essendo sport che richiede contatti fisici in certe situazioni non può evitare l’avvicinamento di giocatori. Non sono pessimista per natura e non voglio esserlo neanche in questa occasione, ma credo che sarà dura ripristinare il contatto ragazzo-sport, per non parlare appunto dei bambini.

I provvedimenti che verranno adottati, la distanza, la sanificazione dei luoghi comuni (campi, spogliatoi, palloni, servizi igienici ed altro) non permetteranno certo una ripresa veloce dello sport al quale io faccio riferimento. In questo senso un grande vantaggio lo avrà sicuramente chi può disporre di impianti propri. Nell’arresto o ridimensionamento dell’attività giovanile c’è da tener conto anche dei danni economici che ne derivano per le società. Moltissime di queste hanno buona parte delle loro risorse economiche proprio nelle rette pagate per l’attività minore, non potendola riscuoterla vedranno venir meno una fetta consistente di risorse finanziarie che si ripercuoterà di conseguenza sull’attività delle prime squadre. Si potrà obiettare: ma come i grandi possono stare insieme, i giovani, i piccoli no? Questo fa parte di un capitolo nuovo del rapporto sport e coronavirus o meglio dire sport e ripresa.  Anche perché, come dicevo prima, se l’organizzazione a livello dilettantistico porrà senza dubbio dei problemi pratico-logistici, immaginate cosa avverrà a livello di bambini.

L’unica soluzione possibile al momento, in attesa del vaccino, che permetta a due squadre di competere sembra essere quella dei test sierologici, che andrebbero però poi ripetuti; solo una completa negatività di questi, potrebbe, dico potrebbe, permettere di giocare. Ma oltre ad evidenziare la difficoltà di effettuare questi testi su ragazzi e bambini d 10-11-12 anni, fatemi ancora una volta ricorrere alla mia esperienza, ho girato tutta Italia, ho visto non so quanti spogliatoi e luoghi comuni, di ogni tipo e di ogni sorta, bene dico che in questo particolare momento “entrare” in certi ambienti, non so quanto mi fiderei e di conseguenza non so quanti genitori saranno disposti a mandare i loro figli nelle trasferte, in posti che non conoscono. Per non dire del problema rappresentato dai contatti con gli istruttori, gli allenatori, gli arbitri.

In conclusione, la mia speranza è che la luce che iniziamo a vedere in lontananza, possa, almeno in tempi ragionevoli, illuminare anche la vita sportiva dei ragazzi.

STEFANO CERVARELLI                                                                                                      

P.S: È di oggi la notizia che alcuni giocatori di serie A sono risultati positivi: se il campionato fosse ripreso, che sarebbe successo?