DOPOGUERRA

di SILVIO SERANGELI

Capitava che mia madre, quando ero ancora un ragazzino,  durante un temporale con tuoni e fulmini, magari di notte, si alzasse dal letto sconvolta e con il fiato corto, e per riprendere sonno si facesse una camomilla e restasse a lungo in  piedi. I tuoni – si giustificava lei – le ricordavano troppo i bombardamenti, quello vicino del 14 maggio e quelli in lontananza del lungo e tribolato sfollamento a Tolfa. Per questo, neppure i fuochi artificiali sono mai piaciuti a mia madre. I tempi moderni e contemporanei per fortuna ci risparmiano le bombe, ma il virus -fase due- aleggia e incombe come e più dei bombardieri a stelle e strisce, che almeno li sentivi,  li vedevi, e potevi scappare. Quell’angoscia, che colpiva mia madre, e so di tante altre persone della sua generazione, domina e sospende ogni legittimo respiro di sollievo in questa infinita quarantena. Così viviamo questo strano, inspiegabile periodo che alcuni notisti paragonano al dopoguerra. Va bene anche questo richiamo al passato nel calderone   dei collegamenti spettrali da casa  dei santoni e delle papesse delle trasmissioni tv. Tutto fa brodo, meglio del doppio brodo star, anche questo accostamento solo suggestivo e senza sostanza. Un altro dopoguerra è stato quello che ricordo di aver vissuto da ragazzino a giocare fra le macerie, e che mi è stato raccontato dai miei familiari nei dopo cena, intorno al tavolo di cucina  con il piano di marmo, prima di andare a letto.

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S.Fermina alla Calata

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Altra immagine di S.Fermina alla Calata e quello che era rimasto della Chiesa di S.Maria

 

salita della Morte

Salita per la Chiesa della Morte

Allora ci si andava molto  presto, perché chi lavorava si alzava alle cinque del mattino. Non c’era ancora la televisione, la radio trasmetteva le opere liriche, per fare notte c’erano le partite a scopa e dama, i racconti, i ricordi ancora vividi della guerra, dello sfollamento. E tu stavi lì ad ascoltare, a fare domande, a imparare: la fame, le scarpe rotte, l’arte di arrangiarsi. Si andava a raccogliere cicoria nei campi, si aggiustavano e si trasformavano gli oggetti alla bisogna, le donne cucivano, rammendavano, sferruzzavano a maglia, gli uomini dalla carcassa di due, tre biciclette ricavavano un prototipo unico, le pentole col fondo bucato si riparavano con lo stagno, e poi il sapone fatto in casa, le toppe di carbone per la stufa, la cucina economica, recuperate lungo la ferrovia del porto con la compiacenza di calcolate frenate del macchinista; magari una zuppeta col sasso e qualche pesce tirato su colla canna da pomodori.

classe 1950

Foto della classe – 1950

 

E allora penso che questo nostro dopoguerra sia un’altra cosa. Nessuna nostalgia, per carità, meglio oggi. Ma  è tutta un’altra storia: usa e getta. Lo spirito di sacrificio di allora era connaturato, si veniva da anni di miseria e di stenti che la gran parte della popolazione dell’italietta fascista si portava dietro con rassegnazione, alla faccia del trionfalismo ducesco che più di un mascalzone mediatico riesuma con sfacciata arroganza. E la riscoperta della libertà dava ancora più vigore al sacrificio comune che durò a lungo. Quando sento parlare degli anni del boom insieme a molti miei coetanei mi viene da sorridere: ma quale boom? Abbiamo dovuto aspettare per un po’ di benessere. Ma c’è un altro elemento che rende improponibile questo parallelo giornalistico. Altra era la classe politica che usciva dalla Lotta di Liberazione, sicuramente più preparata e con una grande esperienza organizzativa che il panorama attuale non fa intravedere, neppure da lontano. In parlamento sedevano uomini di cultura, di esperienza, di grande levatura morale. E questo alla faccia delle dichiarazioni che leggo della Palombella-Rutella-ovviamente Mediaset che per il 25 aprile ha ricordato con acrimonia la favola che il papà, ufficiale fascista, le raccontava sui liberatori americani e sul ruolo marginale, perfino fastidioso dei partigiani. A proposito dei festanti soldati americani, magari rimuovendo le tragiche marocchinate, in questo dopoguerra non si intravede l’aiuto interessato dello Zio Sam che arrivò, magari spalleggiato dai boss mafiosi, per prendere possesso della colonia italica, spartita fra i vincitori a Yalta. Non c’è all’orizzonte nessun piano Marshall. Un elemento che allontana in modo decisivo il dopoguerra a questa nostra fase di appestati è che allora con grande fortuna dei cittadini non c’era la televisione con relativo carrozzone di programmi di presunta informazione e di reale istigazione. Per me un fattore destabilizzante e rischioso che andrebbe controllato, perché in molti casi non è in discussione la tanto sbandierata libertà di stampa e d’opinione, ma la licenza ad aizzare, mentire spudoratamente, cambiare le carte in gioco, in un momento estremamente delicato. Questo nostro dopoguerra si nutre di virologi delle più disparate provenienze, di presunti esperti,  dei cosiddetti opinionisti a paghetta che  passano dal virus, al calcio, alla ricetta della carbonara con estrema disinvoltura, magari confessando ad effetto  una improbabile contaminazione, sempre alzando la voce, scatenando ad arte la cagnara; comunque contro. I nostri familiari nella catastrofe ebbero la fortuna di non subire questo bombardamento mediatico. Nella quarantena casalinga con mia moglie seguiamo una specie di protocollo di sopravvivenza: mattino igiene, pulizie casa, poi lettura, magari uscita rapida per pane latte e frutta,  pranzo, riposino pomeridiano con lettura e, per fare notte, che poi è il momento più difficile, quello che passa la tv, perfino una delle tante repliche. Verso le otto e mezza, mia moglie saltella fra i canali con la curiosità di vedere gli ospiti della Palombella e della Lilly, soffermandosi magari un po’ sulla recita degli ospiti. E dunque, la prima sera della Fase 2, a conferma dello spirito costruttivo e della corretta informazione di siffatti programmi, abbiamo seguito questa simpatica performance della Lilly. Inquadratura, la Lilly sederino in punta di trono, tacco 16, capello e botulini perfettamente  gonfi, abitino firmato, ma visibilmente contrariata, scocciata, come si addice del resto ad una marchesa, duchessa, un’aristocratica come lei. Con mia moglie ci siamo domandati? Che le sarà successo? Le è venuto male il capello, le tira troppo la pelle? Le è fuggito il gatto? Si è licenziato il maggiordomo? Niente di tutto questo. La Lilly era incazzata nera perché nel primo giorno di moderata libertà non c’erano stati assalti ai treni, code in autostrada, risse ai mercati come lei e tutta la sua congrega speravano, anelavano. Tifavano per una bella febbre da 39. Le è andata male, ci siamo detti con mia moglie. E lei la Lilly, sempre lì lì in punta, e in procinto di fare un ruzzolone, guardando con simpatica stronzaggine la ministra trottolina Micheli, per noi fin troppo educata, con fare altezzoso ha informato l’etere che era tutto merito della gente, perché il Governo aveva fatto solo confusione. Tiè! Se fossimo stati la ministra, che al mattino si era imbarcata sui pullman,  avremmo tirato una sedia Skype a lei e per solidarietà ai suoi tanti confratelli delusi di non aver visto scorrere il sangue e magari qualche assalto ai forni. Anche per questo confesso che mi sta diventando simpatico il presidente Conte e con lui il mite Speranza, un nome una garanzia.  Anche se è distante dal mio sentire politico, gli va riconosciuto almeno di non averci portato nelle supercazzole dei lodati fenomeni pifferai Trump, Johnson, fino al tutto aperto macroniano e alla povera Spagna. Un velo pietoso per il leghista Fontana con annesso l’inutile soprammobile  Bertolaso.

SILVIO SERANGELI

 

La foto di copertina è tratta da “A History of the Mediterranean Air War, 1940-1945”.