LO SPORT IN TEMPO DI PANDEMIA

di STEFANO CERVARELLI

Nell momento in cui scrivo queste note sono da poche ore uscite le nuove disposizioni in materia di contrasto al diffondersi del virus COVID–19 e precisamente quelle riguardanti la tanto auspicata fase due, meglio definita, esprimendo quella che è l’intima speranza di ognuno di noi, la ripartenza.

Disposizioni e norme che riguardando ogni aspetto della nostra vita pubblica e privata, non mancano naturalmente d’indicare le vie sulle quali dovrà muoversi anche l’attività sportiva.

Ad una prima veloce lettura sembrerebbe che allo sport siano state date indicazioni precise, che non lascerebbero dubbio alcuno; infatti all’articolo 1, il paragrafo G recita così: ”… Allo scopo di consentire la graduale ripresa delle attività sportive sono consentite, nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento, a porte chiuse, le sessioni di allenamento degli atleti professionisti  e non professionisti, riconosciuti di interesse nazionale in vista della loro partecipazione ad eventi nazionali internazionali, ed Olimpiadi. Poi, fuori dai crismi-per adesso- dell’ufficialità, ci sono le parole del Premier Conte il quale annuncia che dal 18 maggio sarà consentito riprendere l’attività anche agli sport di squadra.

 Per il momento, però, restiamo al Decreto in vigore dal 4 Maggio. Tutto semplice e facile dunque, invece no, a meno che per sport non ci si voglia limitare al puro esercizio fisico, alla salubre attività motoria, “alla ginnastica nei parchi”- come specificato in un altro punto del decreto- ed  è sufficiente una seconda lettura, più attenta, confrontata con semplici ed elementari esigenze logistiche e tecniche, per rendersi conto che le nuove norme non allargano di molto i margini di attività sportiva,  creando, al contempo  confusione ed alimentando così i malumori. Vediamo:

“Ripresa dell’attività individuale,” ma ecco già la prima limitazione: individuale e per di più solo per atleti di interesse nazionale, che abbiano cioè la potenzialità di partecipare ai grandi eventi. Dunque, tanto per fare degli esempi, si potranno allenare la Pellegrini, Tortu, Tamberi, Nibali ma non le migliaia di altri atleti, quelli che pur non essendo di interesse nazionale costituiscono la base, l’ossatura dello sport; che poi non rientrino nell’ottica di interesse nazionale è un discorso tutto da verificare.

Mi spiego. Per entrare nel raggio di interesse nazionale o ancor più accedere alle Olimpiadi ed altre competizioni, è necessario che si raggiungano certi risultati, ossia che si stabilisca un tempo, una misura (negli sport di squadra ovviamente è diverso) quindi questo significa che con i dovuti limiti, molti potenzialmente, e tutti teoricamente, sono nella possibilità attraverso le gare, di stabilire queste misure, però bisogna dar loro questa possibilità. Negli Stati Uniti per scegliere gli atleti che andranno all’Olimpiade ci si affida ai trailers, (una specie di concentramenti) ai quali partecipano tutti e in tanti casi non sono mancate le sorprese, cioè vedere classificarsi atleti non pronosticati. Ma per essere più chiaro, voglio fare ancora un esempio, se nel salto in alto  la misura richiesta per partecipare alle competizioni internazionali e quindi riprendere l’attività, è 2,33 perché chi è fermo poco sotto non può allenarsi per cercare di raggiungere quel traguardo? La stessa cosa avviene nelle altre specialità dell’atletica e nel nuoto. Insomma, chi è già forte può incrementare le sue capacità, mentre gli altri restano in attesa di tempi migliori che verranno quando? Le uniche discipline a non subire discriminazioni a questo punto sembrano essere la maratona e la marcia che, potendosi praticare in strada, sono alla portata di tutti.

Ma ci sono altre situazioni nelle quali bisognerà fare chiarezza, al più presto. Prendiamo ad esempio gli sport cosiddetti di combattimento. Sono sport individuali, ma hanno bisogno di un partner, hanno bisogno del contatto; mi chiedo, da quali regole sono governate queste discipline? Vado a cercare sulle norme attuative e leggo:” ………… la regola del distanziamento, che deve essere almeno di due metri, vale anche per gli sport individuali che prevedono il contatto fisico”.  Allucinante!

Ma cosa vuol dire “Attività individuale”?  Tutto lo sport ad una analisi accurata è attività individuale, anche quello che comunemente definiamo sport di squadra. I giocatori delle varie discipline, infatti oltre assimilare con i compagni giochi e movimenti di squadra passano molte ore da soli a migliorare, perfezionare i loro gesti, incrementare forza e preparazione fisica e non sono quindi meno soli dei loro colleghi che praticano discipline individuali. Anche a loro doveva essere data la possibilità di entrare nelle palestre, piscine, impianti sportivi, per riprendere la preparazione.

Tanto per fare un esempio: la Pellegrini, campionessa mondiale ed olimpica, può riprendere la preparazione, mentre Marco Del Lungo, il nostro portierone del settebello campione del mondo, che parteciperà alle Olimpiadi, no, non può andare a nuotare solo perché fa parte di una compagine. Storie di ordinaria follia!!

La domanda viene spontanea: se uno dei criteri ispiratori della ripresa è stato quello di permettere a tutti gli atleti in “odore di Nazionale”, di accelerare la loro preparazione, perché non fare altrettanto con gli sport di squadra?  Oltretutto ci sono alcune nostre compagini che oltre a trovarsi ancora in corsa per accedere alle Olimpiadi sono alla vigilia di importanti impegni, perché non permettere anche a queste di riprendere l’attività, pur con le dovute e necessarie precauzioni?

Continuo a leggere le disposizioni attuative nella speranza che i miei dubbi abbiano soluzione e leggo che

“….Per gli atleti che non sono di interesse nazionale palestre, piscine ,centri sportivi rimangono rigidamente chiusi.” Siamo allo sport d’élite?

 Che Tortu e gli altri velocisti devono portarsi i blocchi da casa per evitare contaminazioni.

Le ripetute (tipo di allenamento) di più atleti, parliamo sempre di velocisti, non devono avvenire nelle stesse corsie. Ma questo già avviene da sempre.

I mezzofondisti non potranno fare test su distanze superiori ai 1.000 metri. Ma che vuol dire? Escludendo la relazione Coronavirus-distanza, l’unica spiegazione è quella di evitare l’ingolfamento sulla corsia interna e quindi scaglionare le prove degli atleti senza farli aspettare troppo, cosa che accadrebbe in caso di distanze superiori. Anche se questa è un’interpretazione diciamo “buonista” perché ci sarebbero diversi altri modi per rimediare.

Nelle pedane dei salti sopra la sabbia gli atleti dovranno distendere un foglio di cellophane, ognuno il suo, che metteranno e toglieranno ad ogni salto; I lanciatori dovranno usare attrezzi personali. Immaginate portare da casa un giavellotto: occorrerà il porto d’armi.

Nel nuoto non è che le cose vadano meglio, anzi. Visto che anche nell’acqua qui vale la regola del distanziamento è stato deciso che tra i nuotatori ci dovrà essere una distanza l’uno dall’altro di 10 metri, che dal 18 maggio scenderà, bontà loro, a 7 metri! Ora ditemi voi come fa un nuotatore impegnato nell’allenamento ad accertarsi che la distanza sia rispettata!

La Federnuoto ha individuato 2.000, dico 2.000 atleti di interesse nazionale, chiaro lo scopo no?  Una compagine di qualunque sport di squadra-bloccato- oscilla tra i 15 e i 25 componenti.

Nella boxe, scherma e tutti gli altri port che presuppongono la presenza di un’antagonista in ossequio ai famosi due metri di cui dicevo prima, si potranno solo fare allenamenti di atletica, stretching, esercizi liberi e prove dei movimenti tecnici, ma senza poter combattere che senso ha?

È come dire ad un nuotatore di provare all’asciutto i movimenti del suo stile; lo farà pure, magari come riscaldamento, ma poi ha bisogno dell’acqua. Ultima chicca.

Il 18 maggio   potranno riprendere gli sport di squadra, ma saranno consentite solo sedute di allenamento individuale. Stiamo o no alle comiche finali? Aspettare 15 giorni per permettere di fare quello che ad altri atleti è stato concesso prima.

Ma visto che sarà possibile fare attività motoria, visto che riapriranno i parchi questi atleti potrebbero sempre andare lì. Così vedremo il calciatore fare lunghe sgroppate sui marciapiedi dribblando alberi e persone, il cestista impegnato su pavimentazioni lisce in lunghi esercizi di palleggio, un pallavolista impegnato in esercizi di palleggio contro un muro.

Immaginate: chi corre, chi cammina ci salta, chi gioca con i palloni, sarebbe il trionfo dello sport “on the road”.

STEFANO CERVARELLI