Il saltarello o la raspa.

di ANTONIO MAFFEI

Il malinconico pensiero di Carlo Alberto Falzetti La Raspa, pubblicato su SpazioLiberoBlog il 21 aprile 2020, ha fatto affiorare nella mia memoria avvenimenti ormai molto lontani nel tempo.

In piazza Vittorio Emanuele, di fronte alla Cattedrale, per carnevale, sino a circa il 1951-52, si svolgevano delle caratteristiche “sceneggiate” popolari. Alcune persone, in piedi sopra un bancone e con le mani legate dietro la schiena, senza forchetta si affrontavano, piegandosi, in una gara di “mangiata di spaghetti” messi in piatti posti sopra dei tavolacci. La guerra era finita da poco e … la fame era ancora tanta.

La sera mascherati si ballava la raspa. Per chi è giovane e non è datato voglio ricordare che la raspa è un ballo molto saltellato, eseguito a coppie, di probabili origini latino americano o forse dell’Est Europa, diffusosi poi in Italia e nella nostra zona nel secondo dopoguerra. Famosa è stata la raspa del Canadà. Esprime gioia e spensieratezza nei momenti di svago e probabilmente il ballo richiama in qualche modo il movimento della raspa, antico attrezzo da falegname usato per lisciare il legno.

Le disposizioni della Pubblica Sicurezza vietarono successivamente di mettere maschere sul viso come precauzione contro le rapine e gli atti di banditismo a quel tempo molto frequenti.

Quelle disposizioni dovrebbero essere tuttora valide, ma non credo che nessun agente di polizia fermerebbe, attualmente, una persona solo perché porta una mascherina sul viso.

Corsi e ricorsi storici.

Un mio caro amico sosteneva sempre: è dagli eventi che prenderai consiglio.

Ma da quali eventi, quelli passati, quelli presenti o quelli che immaginiamo si svolgeranno nel futuro? Forse da tutti quelli che si affollano nella nostra mente.

Come ho già detto in altre note, nel 1918-20, dopo i terribili lutti e i disagi causati dalla Grande Guerra, la pandemia della Spagnola provocò più di 60 milioni di morti mettendo in ginocchio tutto il mondo, e colpì duramente anche le nostre zone.

I vivaci racconti di mio padre e di mia nonna hanno fatto rivivere anche a me quei difficili, paurosi e tragici momenti.

Mio padre aveva nove anni e viveva ad Allumiere. La Grande Guerra si stava ancora combattendo e in paese erano rimasti solo le donne, i ragazzi e gli anziani. Su internet è stato pubblicato l’articolo La pandemia di influenza spagnola, quando anche ai gatti veniva messa la mascherina, con tanto di foto che mostra come in America le mascherine venivano messe anche ai gatti.

Ad Allumiere non si portavano mascherine. Per ostacolare  il contagio al massimo si fumava tabacco in pipette realizzate con delle canne.

Gli eventi bellici della Prima Guerra mondiale hanno avuto come scenario le zone di confine con Austria e Germania, e la popolazione civile fu coinvolta solamente in queste zone,  anche se la guerra causò gravi carenze alimentari in tutta Italia.

Con la Pandemia della Spagnola la “guerra” arrivò in tutte le parti, compresi i piccoli paesi isolati.

Nonostante il terrore del nemico invisibile non credo che erano state imposte rigide misure di contenimento, o quantomeno non erano osservati.

Si manteneva solo un minimo di distanza interpersonale. I pochi artigiani e i bottegai continuarono a svolgere la loro attività, solamente nelle osterie vi fu una minor frequenza. Il virus si diffonde moltissimo maneggiando il denaro, e per evitare il contagio le monete metalliche venivano immerse nell’aceto di vino. Le banconote circolavano pochissimo.

L’economia rurale permetteva di affrontare i disagi alimentari molto elasticamente. Naturalmente è il caso di ricordare che si mangiava una sola volta al giorno, e… non tutti i giorni.

Ad Allumiere ogni abitante aveva una “vigna”, ovvero una piccola porzione di terra concessa dall’Università Agraria. Mia nonna nella sua vigna, ubicata ai Cinque Bottini, raccoglieva i frutti di alcuni alberi di castagno e di noce. In quei difficili anni coltivava un orto con pomodori, fagioli, ceci, ortaggi vari e un piccolo tratto a grano duro, inoltre raccoglieva tutte le erbe spontanee commestibili che trovava, utilizzate per arricchire l’Acqua Cotta, ove metteva anche i germogli dei piccasorci (pungitopo) ed altre erbe che attualmente non vengono più mangiate perché ritenute di cattiva qualità. Diceva sempre l’erba che guarda in su è tutta di Gesù.

E’ bene ricordare che per cuocere le pietanze si utilizzava solamente il camino o dei fornelli ove si bruciavano frasche e carbone di legna, introvabile perché non veniva più prodotto. Tutti gli uomini validi si trovavano al fronte.

Nelle vigne ogni famiglia teneva in un recinto il suo maiale. Quello di mia nonna fu ben presto rubato. Mio padre poté frequentare la prima elementare e solo qualche giorno della seconda, e dall’età di otto anni, nonostante il terrore della spagnola che mieteva vittime anche tra gli amici più cari, dovette contribuire a riempire il “callaro” famigliare, aveva un fratello più piccolo, lavorando alla raccolta delle fave, delle gregne o guardando i porci nelle macchie di Santa Severa.

Finita la Prima Guerra Mondiale e cessato il pericolo della pandemia della Spagnola, superando enormi difficoltà si ritornò alla realtà di tutti i giorni, con una rinnovata voglia e gioia di vivere.

I soldati ritornarono nelle loro case e nelle feste paesane furono organizzate le tradizionali gare di lavoro a maglia e si giocò nuovamente alla ruzzola. Nel lavoro a maglia i pecorari erano i più veloci e vincevano le gare perché erano molto allenati. Durante il pascolo estivo in montagna delle pecore, lavorare a maglia era praticamente la loro sola occupazione. Il gioco della ruzzola, sempre legato all’attività pastorale, consisteva nel lanciare una forma calibrata di cacio pecorino lungo un leggero pendio, con l’ausilio di una cordicella avvolta nella parte perimetrale. Vinceva chi la mandava più lontano. 

In altre occasioni festive si ballava il Saltarello.

Il Saltarello è un ballo antichissimo, diffuso in tutta Italia. Da paese a paese, si ballava con delle varianti diverse. Veniva attuato soprattutto con la punta del piede e con il tacco, ed è una danza che esprime gioia e voglia di divertimento, durante la quale il ballerino dimostra la propria bravura nel corteggiare e conquistare una ragazza. Una volta era ballato al termine di un lungo e duro periodo di lavoro nei campi ed era l’unica fonte di allegria e spensieratezza.

Ecco come si viveva ai tempi della Spagnola (nonostante la fame derivata dalla grave crisi economica).

Le attuali comodità non c’erano, compresi i confortevoli riscaldamenti, la possibilità di mangiare molto più volte al giorno o seguire diete dimagranti. Le automobili, la luce elettrica, la radio, la televisione, i computer, internet non esistevano. Eppure di noia ve ne era molta poca. Bisognava saper trovare la giusta quantità giornaliera di “pane”.

Non ci lamentiamo troppo delle attuali difficili condizioni collegate al Coronavirus. Come diceva Mike Bongiorno Allegria.

I nostri nonni, i nostri genitori hanno superato con impeto la pandemia della Spagola e ben due guerre mondiali.

Appena finirà la Pandemia, recuperiamo le nostre memorie storiche e ritorniamo tutti insieme in piazza a ballare nuovamente con gioia e spensieratezza il Saltarello o la Raspa.

ANTONIO MAFFEI