La scomparsa di Luis Sepulveda. Un ricordo.

di SILVIO SERANGELI

La morte di Luis Sepulveda. Dico: “Maledetto virus, e maledetta memoria”. In me rimane una grande emozione, che fa vibrare  i pensieri,  invita alla commozione e confonde i ricordi. Questo rimane della giornata indimenticabile che Luis Sepulveda trascorse a Civitavecchia, quando iniziava la stagione della sua notorietà in Italia. Anche lui come gli Inti Illimani esule, e per noi eroe da avvicinare con deferenza, grande rispetto. Se mi chiedete la data, posso  dire soltanto che erano i primi Anni Novanta che il sindaco era Pietro Tidei, al suo primo mandato, e che in città era ancora viva la stagione culturale, coltivata con cura dalle giunte guidate dal sindaco Fabrizio Barbaranelli. Il Comune con Angelo Mori sempre in movimento e due riferimenti importanti, i due terminali: le librerie Arsenico & Vecchi Merletti e Dettagli. Cito in ordine sparso e senza precisi riferimenti cronologici, perché non ho sotto mano l’archivio di Telecivitavecchia, che riporta le puntuali interviste e i servizi. Dunque Sepulveda, e Dacia Mariani, il primo Camilleri poco o nulla conosciuto, Lucarelli, Piero Angela, Buticchi, De Crescenzo, Erri De Luca, Paco Ignacio Taibo II,  ma sicuramente ne dimentico tanti altri.

Sepulveda a civitavecchia

Sepulveda con a sinistra Gianluca Di Martino, al centro Francesco Serangeli.

 

La memoria senza il supporto degli appunti d’archivio mi fa di questi scherzi. Tanti anni di interviste e di colloqui che si sovrappongono e, a volte, si confondono. Non erano incontri fugaci, perché questi personaggi amavano la conversazione, ben oltre l’intervista di rito. L’incontro con Sepulveda si svolse nel primo pomeriggio, all’interno della Libreria Arsenico & Vecchi Merletti di piazza Vittorio Emanuele, nell’orario di chiusura. Un favore da amici, come lo eravamo con Gianluca, al quale partecipò anche mio figlio Francesco che conserva ancora una foto ricordo con lo scrittore, un mito vivente per lui. Una persona semplice, sorridente dietro gli occhiali spessi che si incorniciavano fra la folta capigliatura e la barba. Per noi uno scrittore, l’autore de “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (il successo della “Gabbianella” doveva ancora venire), ma soprattutto un militante. E di questo parlammo a lungo, seduti fra gli scaffali della libreria con una minerale davanti. Un  lento parlare e il nostro stupore. La sua cavalcata avventurosa e coraggiosa nel mondo degli oppressi della sua America Latina, la militanza nell’Esercito di Liberazione Nazionale in Bolivia. “Me lo sentivo dentro, non era ribellione e incoscienza, insieme ai compagni avevamo questo compito. E non ci esaltavamo mai, non perdevamo la testa”. Le date magari non le ricordo, ma queste parole di uno dei tanti “Che” sudamericani le ho bene impresse nella mente. “Ma eravate degli incoscienti, avevate un nemico inattaccabile” chiedo. “Si poteva, si poteva, risponde Luis, nella sua lingua madre, pudimos pudimos, in Cile abbiamo governato. E governato bene”. Il racconto diventa drammatico, la tensione sale, mentre alcune persone si avvicinano alla serranda della libreria con curiosità perché è quasi orario di apertura. Vivo il ricordo della resistenza nel palazzo presidenziale a fianco di Salvador Allende, il bombardamento della Moneda, la morte del presidente, la resa, l’arresto e  la tortura degli aguzzini di Pinochet. “Sono stato fortunato -racconta- mi hanno dato tante botte, ma sono uscito vivo. Stavo in una cella buia, sporca, un metro per un metro, stavo accovacciato, non potevo sdraiarmi o stare in piedi, neppure camminare”. Che altro di quel racconto: l’incitamento a lottare a fianco degli oppressi, a leggere, scrivere, studiare. “La generosità, l’altruismo di tanti compagni ci deve fare resistere e lottare contro le disuguaglianze e le prepotenze”. Altri tempi, un sentire comune che si diffondeva nel sangue di tanti militanti. E Luis Sepulveda, per noi, per tanti era un esempio da imitare nelle nostre giuste proporzioni. Allora le piazza erano allegre e vocianti, le bandiere vere sventolavano al vento, tanta fratellanza. Così, dopo l’incontro, di cui ho riportato i passi salienti, magari tralasciando le notizie che chiese della nostra città che gli era stato detto era conosciuta come la “piccola Stalingrado”; così dopo l’intervista che è ancora negli archivi di Telecivitavecchia ci incamminammo con un piccolo corteo verso il Forte. E qui, Luis Sepulveda, proseguì il suo racconto, davanti al popolo   che abbracciava uno dei suoi, un fratello, un compagno coraggioso. Il cortile gremito fino all’inverosimile, i canti, la festa, la sua festa. Altri tempi. E, ora, in questo buio tunnel, arriva la notizia della sua vigliacca morte.

SILVIO SERANGELI