L’OLIMPIADE FERMATA DAL…

di STEFANO CERVARELLI

Nel gorgo furioso della sua brutalità il Coronavirus ha trascinato anche le Olimpiadi.

La prima che non si disputa per motivi non bellici.

I giochi olimpici si sono sempre svolti, magari in forma ridotta”, clandestini” (come vedremo), con Paesi che l’hanno privata della loro presenza per boicottaggio politico, ma si sono sempre svolti.

Questa volta le Olimpiadi che fermavano le guerre, l’orgoglio dei greci, si è dovuta arrendere a un piccolo” granello”. Ma non poteva essere diversamente.

L’annullamento dei giochi (o per meglio dire il loro rinvio) non è altro che l’espressione più eclatante di come questa epidemia abbia colpito – in maniera non certo leggera – lo sport, prospettandone una rimodulazione, una ristrutturazione che dovrà portare necessariamente ad un cambio di rotta, della quale si intravedono già i primi sintomi; prova ne è che alcune Federazioni stanno pensando (alcune l’hanno già fatto) a dichiarare conclusa la stagione agonistica 2019-2020. Ma su questo argomento tornerò in seguito, oggi voglio parlare dell’Olimpiade soppressa.

Come detto prima è stata questa la conseguenza più grave registratasi nell’impatto del Coronavirus con lo sport. Certo altre importantissime manifestazioni sportive, si sono dovute cancellare con danni di ogni tipo ed a qualunque livello.

Ma l’Olimpiade è la regina delle manifestazioni, è l‘avvenimento per il quale gli atleti impostano tutta la loro preparazione che, molte volte, in tante discipline, abbraccia i quattro anni che vanno da una edizione all’altra.

Certo rinviata “solo ”di un anno, dicono molti, ma un anno a livello di preparazione olimpica è tanto, significa rivedere un’intera  programmazione, tenendo conto anche che ci saranno altre importanti competizioni come mondiali e manifestazioni continentali; insomma se il rinvio delle gare olimpiche si fosse mantenuto nell’ambito di mesi, (cosa obiettivamente impossibile) sarebbe stato meno indolore; così ci sono già degli atleti che hanno messo in dubbio la loro partecipazione, specialmente quelli in là con l’età.  Per loro lavorare duramente, ancora per un anno, non sarà facile visto anche i sacrifici e rinunce che comporta.

E la prima volta che un’Olimpiade non si svolge per motivi non bellici, ma, non è la prima volta, che questa circostanza veda implicato il Giappone.

Nel congresso tenuto durante i giochi di Berlino 1936, Tokio aveva ricevuto l’incarico di organizzare la XII Olimpiade; un successo inaspettato in quanto città come Barcellona, Roma, Helsinki costituivano una durissima concorrenza; Tokio era lontana dall’Europa, per di più il governo nipponico era uscito dalle società delle nazioni dopo l’occupazione della Manciuria. Ma era pur vero che i giochi non si erano mai svolti in Asia.

A Tokio quindi i giochi del 1940, che si sarebbero svolti dal 21 Settembre al 6 ottobre.

La base organizzativa principale sarebbe stata predisposta al Meij Jing Stadium, mentre il villaggio per gli atleti sarebbe stato costruito nel Kinuta Park.

Venne stilato in quattro lingue il calendario delle gare e delle linee guida del programma, venne distribuito nel mondo una rivista sull’avvenimento e il manifesto ufficiale; iniziò la costruzione degli impianti, vennero presi accordi con agenzie di viaggio albergatori e compagnie aeree. Venne individuato anche il percorso che avrebbe compiuto la fiaccola olimpica nel suo viaggio. Perché dico queste cose? Per dare l’dea di come la macchina organizzativa, con largo margine d’anticipo, si era spinta abbastanza avanti, in una maniera che non prevedeva …sorprese di sorta.

Il 7 luglio 1937 invece…tutto precipitò: era scoppiata la seconda guerra cino-giapponese.

A quel punto fu lo stesso governo di Tokio a chiedere la revoca dell’assegnazione dei giochi.

Il CIO- che quando si tratta di spostamenti, per non parlare di rinvii – ha sempre mostrato la sua rigidità, in  ossequio al principio che l’Olimpiade è al di sopra di tutto (guerre comprese – ma poi ha dovuto  ricredersi) anche in quell’occasione non si smentì e, con il  solo voto contrario della Cina, difese i giochi asserendo – sentite con quale sotterfugio – che i giochi erano stati assegnati alla città di Tokio e non allo Stato!

Nel Marzo del 1938, al congresso tenuto al Cairo, il comitato olimpico giapponese confermò la propria disponibilità facendo però presente che gli impianti, (la cui costruzione era stata sospesa) sarebbero stati edificati in legno, dato che il metallo serviva per la guerra.

Nel luglio di quello stesso anno però arrivo l’annuncio del Ministro Koichi Kidu, responsabile dei giochi, con il quale “il Giappone dava appuntamento a quando la pace sarebbe tornata in Asia”.

Dato che allora sia la Olimpiadi estive che quelle invernali venivano assegnate allo stesso Paese, anche Sapporo perse l’Olimpiade invernale.

Ma i giochi, a dispetto di tutte le situazioni, dovevano svolgersi.

L’incarico fu così affidato alla seconda città che aveva avuto più voti: Helsinki.

Ma neanche questa città ebbe fortuna: arrivò il ciclone della guerra e tutto fu rimandato a Londra 1948.

Anche in questa occasione il Giappone, fino all’ultimo, ha creduto, o perlomeno sperato, che i giochi sfuggissero dalla terribile presa della Pandemia, ma così non è stato ed è toccato arrendersi alla evidente realtà.  Decisione affrettata?  Come hanno sostenuto autorevoli esponenti del mondo dello sport, che forse però non hanno ben compreso la gravità della situazione ed i rischi ai quali si andava incontro. Dal canto loro altri autorevoli personaggi sportivi si schieravano per la sospensione, invitando il CIO ad esprimersi in tal senso ed in fretta, viste le tante esigenze appese alla sua decisione.

Io dico che tra innumerabili discussioni e riunioni i tempi si erano alquanto ristretti e una decisione saggia andava presa, non c’era più tempo, se non altro per rispetto di tutti gli atleti che già non potendosi allenare adeguatamente, non potevano assolutamente aspettare oltre e avevano bisogno di decisioni immediate.  Tenendo presente che molti di loro (compresa la Pellegrini) devono ancora conquistare il pass (si tratta di tempi e misure) fissate per partecipare ai giochi, mentre per i giochi di squadra sono tutt’ora sospesi i tornei di qualificazione. A sciogliere le ultime perplessità dei membri del CIO sono state le minacce di non partecipazione di colossi come USA, Canada e Australia. Al quel punto non c’era soluzione: giochi rinviati al 2021 e non solo di qualche mese.

 Ma quando? Ancora date precise non ci sono, ma si farà del tutto per rispettare lo stesso periodo, cioè luglio-agosto.

C’è da dire che, comunque, nonostante la grave minaccia della Pandemia, si sarebbe dovuto far in modo che la decisione fosse stata presa quanto prima; il governo nipponico oltretutto, ha dato il suo consenso al rinvio soltanto dopo aver ricevuto precise garanzie in ordine alle tante questioni economiche che lo spostamento comporterà. Al momento il problema più grande sembra essere quello riguardante la vendita degli appartamenti del villaggio olimpico: la questione infatti non è di facile soluzione.

Questi appartamenti, già messi in vendita e già acquistati, sarebbero stati occupati dagli acquirenti alla fine dei giochi. Si sta cercando la possibilità di tenerli liberi fino ai giochi, perché costruirne altri, in un anno, sarebbe pressoché impossibile.  Quindi c’è da risolvere il contenzioso con i potenziali proprietari.

Altro motivo questo che spingeva a non rinviare, o rinviare di poco, i giochi. Cosa importa se nel mondo gira il Coronavirus….

……

 Ora vorrei  parlare dei “giochi clandestini” ai quali facevo riferimento in apertura di articolo. Si tennero, sia nel 1940 che nel 1944, nei campi nazisti di Langwasser, Woldennberg e Gross Boom al confine tra Germania e Polonia. Questi non erano campi di sterminio, ma bensì destinati ad accogliere ufficiali, sottoufficiali e soldati fatti prigionieri nel corso del conflitto.

Testimonianza di questo ci è stata tramandata nel 2012 dall’unico testimone allora in vita (aveva 103 anni), Arkadiusz Brzezicki, nel corso di un reportage del Corriere della Sera, che di quei giochi fu uno degli organizzatori e che finché ha potuto si è sempre battuto affinché quei “giochi dimenticati,” come lui li definiva, venissero riconosciuti. I suoi sforzi però non riuscirono ad incidere sulla ben nota rigidità del CIO.

Un’altra importante testimonianza ci viene dal museo dello sport di Varsavia che di quei giochi segreti conserva i cimeli (medaglie, trofei, bandiere).

Sappiamo così che nell’edizione del ‘40 il vessillo olimpico venne confezionato usando della stoffa sulla quale vennero disegnati cinque cerchi. Dalle gavette furono ricavate le coppe mentre il cartone servì a fare le medaglie che avevano impresso come simbolo un gagliardetto circondato dal filo spinato.

Secondo Brzezicki l’edizione dei “giochi clandestini” del 1940 si tenne proprio nella più perfetta clandestinità in quanto i prigionieri-atleti si industriarono per non fare scoprire la loro attività ai tedeschi, camuffando le gare.

Invece nel 1944 i giochi si tennero, -come possiamo dire? – in modo “aperto” con i soldati tedeschi che controllavano dalle torri di osservazione lo svolgimento delle gare. Questa edizione dei giochi si tenne dal 25 Luglio al 13 Agosto con 466 partecipanti!

Essendo questa particolare Olimpiade a conoscenza del comando tedesco, si cercò di farne un’edizione che ricordasse in qualche modo la vera Olimpiade.

Venne organizzata anche la sfilata inaugurale con esibizione del vessillo mentre la bandiera venne cucita con la stoffa e le sciarpe donate dalla Croce Rossa.

Per ironia della sorte il nostro arzillo testimone, che all’epoca era tenente della riserva, non poté partecipare alle gare in quanto era uno schermitore e la scherma era proibita perché considerata disciplina militare.

Un’altra disciplina proibita (e qui la cosa fa ridere) fu il salto con l’asta per timore di fughe!

Tornando al 1940 c’è da dire che non mancarono gli inni nazionali; vennero suonati di nascosto con l’armonica e dell’interprete conosciamo il nome: Teodor Niewiadomski, morto nel 1990.

Un’altra curiosità riguardante sempre quell’edizione. Il campo di pallavolo fu disegnato e tenuto nascosto tra i panni della biancheria stesi ad asciugare” continuamente “. I palloni furono procurati da un parroco norvegese.

Naturalmente le qualità delle prestazioni era l’ultima cosa che importava anche se, specialmente nella seconda edizione quella del ’44, gli atleti fecero del tutto per ottenere il meglio, nonostante le loro non proprio eccellenti condizioni fisiche.

L’obiettivo principale rimaneva, oltre che tener vivo lo spirito olimpico, mantenersi occupati oltre che fisicamente, anche mentalmente in maniera da sentirsi, nel lungo e duro periodo di prigionia, ancora vivi, ancora esseri umani.

 STEFANO CERVARELLI