Kobe e Gianna

di STEFANO CERVARELLI ♦

Ci sono immagini che valgono più di cento articoli e suscitano emozioni più di mille parole. Basta guardarle, far parlare il cuore ed ognuno avrà scritto dentro di sé il suo articolo, avrà vissuto la propria emozione.
Questa è un di quelle. Testimonia il grande amore che unisce padre e figlia, e di entrambi verso il loro sport. Un amore che li ha uniti nello stesso tremendo destino: morire abbracciati come così si abbracciavano sui campi di Basket.
“L’emozione non ha voce” dice una nota canzone ed io in questi momenti non ho voce. Per cui faccio mie le parole di Massimo Gramellini scritte sul Corriere della Sera di oggi 28 gennaio.
“Si chiamava Gianna, come una canzone di Rino Gaetano, giocava bene a Basket e a tredici anni si sentiva la ragazzina più fortunata del mondo. Non perché avesse un padre bello e famoso-di padri del genere ci si può anche vergognare-ma perché di lui oltre i cromosomi aveva ereditato la passione. Non capita spesso che un genitore riesca a trasmettere ai figli il proprio” demone”. Figuriamoci se il padre si chiama Kobe Bryant e di mestiere fa la leggenda dei canestri. Ma in questo caso era successo, seppure con le dovute cautele. Quando era ancora piccola lui le aveva rivelato il suo segreto: “Scopri il tuo sogno e amalo in modo totalizzante. Non devi diventare me ma la migliore versione possibile di te”. Gianna aveva scoperto di condividere la sua stessa passione, però di non volerla trasformare in ossessione che invece secondo il padre (noi maschietti in genere) era l’unica maniera per fare bene le cose. Lei avrebbe realizzato una versione più evoluta di quel sogno: lo avrebbe cullato senza lasciarsene divorare.
Si sentiva la ragazzina più fortunata del mondo e lo era, perché del padre, oltre il talento, aveva preso il carattere. Quando chiedevano a Kobe se fosse dispiaciuto di non avere figli maschi in grado di rinnovare le sue imprese, Gianna rispondeva per lui:” ci penserò io”. Sì, di suo padre aveva ereditato tutto. Anche il destino. Unica della famiglia ad accompagnarlo nell’ultimo volo. Chiederle di sopravvivergli sarebbe stato davvero troppo.”

STEFANO CERVARELLI