Le regionali del 2020 : radiografia di un voto

di NICOLA PORRO ♦

Commentando su questo blog il voto umbro dell’ottobre 2019 avevo sottolineato come le consultazioni regionali del gennaio 2020 – e segnatamente quella emiliano-romagnola – avrebbero rappresentato una vera e propria cartina di tornasole per la politica nazionale. La crisi incipiente dei cinquestelle si è infatti puntualmente materializzata nelle dimissioni del suo evanescente capo politico. La forsennata campagna elettorale condotta in Emilia Romagna da Salvini con il duplice obiettivo di espugnare una roccaforte simbolica della sinistra e di affermare la propria leadership a scapito delle altre destre, ha segnato una drammatica regressione del costume politico. Non pochi osservatori – confronta per tutti Paolo Balduzzi su LaVoce online del 27 gennaio 2020 (*Dal voto regionale poche sorprese ma tante incognite*) – hanno insistito sulla prevedibilità del risultato e, specularmente, sulla incertezza degli scenari che esso annuncia.
Sintesi efficace che però trascura alcuni elementi a mio parere significativi. È vero: il centrosinistra ha difeso la linea del Piave emiliano-romagnola, il centrodestra ha vinto a manbassa in Calabria. Non erano però scontati né l’esito della consultazione emiliano-romagnola né le dimensioni del prevedibile successo del centrodestra in Calabria. Qui si afferma la candidata di un partito in liquidazione come Forza Italia, le tre forze del centrodestra presentano rapporti di forza equilibrati, non paga il ricorso del centrosinistra alla candidatura last minute di un imprenditore di incerta definizione ideologica. La campagna elettorale, deliberatamente inquinata in Emilia Romagna dal metodo Salvini – personalizzazione esasperata della leadership, banalizzazione dei problemi, demonizzazione dell’avversario sino alla spudorata fiction orchestrata sulla vicenda di Bibbiano –, ha cercato di cancellare del tutto i temi amministrativi locali. Ha preso così forma come mai in precedenza un confronto fra le coalizioni maggiori giocato in forme completamente diverse nelle due regioni al voto. Ai fini di una valutazione non estemporanea è però opportuno prendere le mosse dai dati empirici.
La tabella 1 propone una sinottica ricostruzione del trend elettorale che ha riguardato le due regioni al voto il 26 gennaio 2020: l’Emilia Romagna e la Calabria.

Tabella 1

Riepilogo voto e serie storica ER e Calabria

I dati illustrano con evidenza la netta differenza dei due paesaggi elettorali emersi dalla consultazione. Il centrosinistra si conferma forza di maggioranza in Emilia-Romagna con un successo personale del ricandidato governatore uscente Bonaccini. In Calabria prevale lo schieramento di centrodestra con la berlusconiana Jole Santelli. Il confronto fra i due contesti politico-elettorali suggerirebbe riflessioni interessanti, che non possiamo sviluppare approfonditamente in questa sede, circa i variegati profili del sistema politico nazionale e delle sue articolazioni locali. L’attenzione degli osservatori si è tuttavia comprensibilmente concentrata soprattutto sul caso emiliano-romagnolo. Qui infatti un successo leghista avrebbe costituito per la destra e per il suo aspirante leader un valore aggiunto simbolico di grande rilevanza
producendo specularmente pericolosi effetti di ritorno sulla fragile alleanza di governo fra Pd e M5S. Il quadro evidenziato dalla tabella 2 (elaborazioni statistiche a cura di Demos e Pi su dati Ministero dell’Interno) ci consente una lettura più accurata.

Tabella 2 (trend del voto per coalizioni in ER)

I dati indicano prima di tutto una netta ripresa dei consensi a entrambe le coalizioni maggiori, che guadagnano oltre venti punti percentuali rispetto alle politiche 2018. A donare il sangue sono i cinquestelle che lasciano sul terreno sette ottavi del risultato percentuale di due anni prima. Davvero difficile questa volta trincerarsi dietro l’argomento del voto locale che penalizzerebbe il M5S: la competizione era stata enfaticamente politicizzata dalle destre e i cinquestelle sono ormai da un decennio saldamente insediati nell’esteso sistema delle amministrazioni locali. Il furbesco tentativo operato da Giggino e dal suo clan di costituire un terzo polo “né di destra né di sinistra”, abbastanza rappresentativo da lucrare i benefici dell’ago della bilancia, è stato impietosamente sconfessato dall’elettorato. I due schieramenti contrapposti hanno dato invece vita a una limpida dinamica bipolare. Lo hanno fatto tuttavia ricorrendo a due antitetiche strategie elettorali, premiate in pari misura dai rispettivi elettorati di riferimento. Da una parte, l’appello alla logica locale del voto ha valorizzato agli occhi di un elettorato più politicamente riflessivo i meriti e la maggiore qualità del ceto politico dell’amministrazione Bonaccini. Dall’altra, il tentativo salviniano di drammatizzare il voto usandolo come un ariete nella battaglia politica nazionale ha aggregato il malcontento diffuso in quei vasti settori dell’elettorato che si percepiscono come meno garantiti. I risultati confermano così un principio ben noto ai politologi: non esiste nessuna strategia elettorale buona per tutti gli usi e in tutte le stagioni. In Emilia Romagna si fa evidente la metamorfosi sociologica del sistema politico locale. Il Pd e il centrosinistra hanno trovato ascolto soprattutto nelle città maggiori, fra i ceti medi urbani, i più istruiti e i “garantiti”. Il centrodestra a trazione leghista si è insediato nella montagna appenninica, nei centri minori, nei ceti subalterni a basso reddito e minor livello di istruzione. La mappa disegnata dalla figura 3 offre una rappresentazione plastica di questa inedita opposizione centro-periferia.

Figura 3 spostamenti di voto in ER

Si può osservare come la Borgonzoni non abbia conquistato neppure un comune che non avesse già votato per il centrodestra alle Europee del 2019. Al contrario, molti di questi ultimi (area rosa) hanno preferito Bonaccini alle regionali. Tutti i comuni che avevano scelto il centrosinistra alle Europee hanno confermato il consenso a Bonaccini. È insomma evidente che la qualità e l’affidabilità dei candidati ha avuto un peso non indifferente a dispetto del tentativo salviniano di drammatizzare il confronto rivolgendosi alla “pancia” dell’elettorato ed ergendosi a portavoce degli ambienti socialmente più vulnerabili. Si comprende meglio in questa ottica anche lo sconcertante occultamento in campagna elettorale della candidata leghista, che andava sottratta a un imbarazzante confronto ravvicinato con il suo avversario anche a rischio di ridurla alla sbiadita controfigura del capobranco. Altrettanto chiaro è il carattere suicida della scelta lose-lose dei cinquestelle. Presentandosi sarebbero stati giudicati in un caso corresponsabili della vittoria della destra estrema e nell’altro, come è avvenuto, del tutto ininfluenti ai fini dell’esito elettorale. Il 3.5% ottenuto rappresenta lo straordinario risultato partorito dal genio dell’ex capo politico, peraltro prudentemente sceso dalla nave poco prima del naufragio! È però interessante comprendere dove si sia diretto il voto per il populismo non sovranista che nel 2018 aveva raggiunto il 27.5 in Emilia Romagna (e un ancora più clamoroso 43.3 in Calabria). Il grafico 4 si concentra sul caso esemplare rappresentato da quattro importanti comuni emiliani e romagnoli. Ovunque il voto grillino in uscita si dirige assai più al Pd che alla lista e al candidato cinquestelle. Nell’area romagnola (Ravenna e Forlì) e a Parma il Pd intercetta fra il 60 e il 70% dal Pd.
Particolarmente modesto è il risultato cinquestelle a Forlì mentre a Ferrara, rimasta al centrodestra, solo poco più del 40% dei voti ex cinquestelle si dirige al Pd. Qui, però, quasi un terzo del voto cinquestelle alle politiche di due anni prima sembra essersi rifugiato nell’astensione. Un panorama che riflette situazioni locali differenziate evidenziando indirettamente la fragilità del progetto politico e la volatilità della sua potenziale area di consenso.

Grafico 4 flussi in uscita da M5s

I dati esaminati confermano anche, tuttavia, l’impatto sul voto della torsione propagandistica impressa soprattutto alla consultazione in Emilia Romagna dalla strategia leghista. Valutazioni razionali si sono mescolate a pressioni emotive, ragioni simboliche si sono sovrapposte a quelle pragmatiche valutazioni della realtà così congeniali alla cultura sociale padana. È perciò quanto mai significativo considerare sotto il profilo sociologico il differenziato impatto sull’elettorato emiliano-romagnolo della propaganda salviniana. Si osservi in proposito la tabella 5 elaborata dalla autorevole Swg. In essa vengono messe a confronto (colonna di destra) le percentuali di consenso conseguite dalle cinque liste più votate e la quota degli astenuti. Nella colonna di sinistra, invece, è stato stimato il comportamento di voto dei soli ceti bassi. L’espressione, poco “politicamente corretta”, si riferisce a quella fascia di elettorato caratterizzata da più modesti livelli di istruzione e da minore disponibilità di reddito. I dati sono di cristallina evidenza. L’elettorato più vulnerabile in termini di status socio-economico e di capitale culturale si rifugia per quasi metà nell’astensione: rinuncia a scegliere. Quelli che votano scelgono in larga misura i due partiti più dichiaratamente di destra: Lega e FdI raccolgono il 60% dei consensi contro il 40.6 loro assegnato dall’intero corpo dei votanti. I cinquestelle sono anch’essi, sebbene in maniera meno vistosa, più rappresentati nei ceti bassi rispetto al voto di tutti.

È particolarmente impressionante constatare come, al contrario, le due liste di centrosinistra più votate (Pd e Lista Bonaccini) raccolgano il 40.5% del voto complessivo ma appena il 14.3% fra i “ceti bassi”. Credo che i dati stimolino la necessità di una riflessione in profondità sulla metamorfosi sociologica dell’elettorato progressista e sulla rappresentanza sociale di forze nate per il riscatto proprio dei ceti più umili. Non è esagerato affermare che l’Emilia Romagna rimane ”rossa” grazie a un voto urbano, middle class, nonché alla resilienza politica delle fasce di popolazione più istruite. I destini della regione si sono giocati in sostanza sulla capacità di tenere il proprio elettorato da parte degli schieramenti opposti. Di fronte all’incanaglimento della campagna indotto scientemente dalla regia salviniana sembra essersi cancellata qualsiasi comunicazione fra i due elettorati. La regione delle città, delle professioni, delle università, della generazione Erasmus (quella delle Sardine) ha dovuto ingaggiare un confronto a distanza con un avversario che si è paradossalmente indentificato in un proletariato di nuovo tipo, impaurito e preda delle più rozze suggestioni securitarie.

Tabella 5 orientamento di voto ceti meno favoriti

La macchina propagandistica di Salvini, la cosiddetta Bestia, era del resto perfettamente consapevole che solo incanagliendo la campagna, scatenando il risentimento sociale e seminando paura poteva sperare di sconfiggere la buona amministrazione del candidato avversario. Si trattava di spacciare l’imbarbarimento dello scontro per istanza liberatoria che assecondasse la voglia di cambiamento dopo il pluridecennale ciclo di governo della sinistra riformista. Salvini e le sardine – questi singolari protagonisti non candidati della battaglia – hanno così incarnato due alternative rappresentazioni della politica tout court. Il capo nelle vesti del maschio alfa, del capobranco teso a trasformare in un’ordalia un’importante ma pacifica competizione elettorale. E in prossimità fisica le piazze festose e civili delle sardine, abitate da mille volti e mille voci, a evocare un’idea di partecipazione politica civilizzata, e perciò alternativa alla narrazione sovranista. Il Partito democratico ottiene un buon risultato, come la Lega e i Fratelli d’Italia. I flussi di voto dimostrano eloquentemente come il Movimento sia ancora percepito come un contenitore del risentimento indirizzato indistintamente contro i partiti, la casta, le élite ecc. ecc., ma allo stesso tempo attraversato da umori di segno diverso e ambivalente. Gli elettori più sensibili all’appello securitario – quelli “né di destra né di sinistra” – erano probabilmente già trasmigrati in direzione Salvini. Gli altri, una non trascurabile minoranza nel caso emiliano-romagnolo, sembrano aver sostenuto Bonaccini senza troppi tormenti. Anche grazie al voto disgiunto, il governatore uscente, col suo 51,4 per cento dei voti non solo mantiene ma migliora leggermente il risultato del 2014. A Lucia Borgonzoni, ferma al 43,6%, infligge un distacco di quasi otto punti che nessun sondaggio aveva previsto in simili dimensioni. Ha ovviamente pesato anche la abissale differenza qualitativa fra i due candidati maggiori, che rende però più inquietante l’avanzata del fronte salviniano: quasi quattordici punti in più rispetto alle regionali del 2014. Sembra essersi trattato di una partita appassionata – l’affluenza al voto è raddoppiata rispetto al 2014, a segnalare la mobilitazione delle forze contrapposte – disputata su due campi di gioco diversi e con una differente posta in palio. Quanto mai significativo è il confronto con il contemporaneo voto calabrese. Nella più povera regione del Paese la percentuale dei votanti non cresce ma si ribaltano i rapporti di forza fra i due schieramenti (si vedano al riguardo i dati in serie storica contenuti nella tabella 1). Difficile comprendere se sia verificato un turnover dei votanti o se siano mutati gli orientamenti dell’elettorato e quanto possa avere inciso la mancata ricandidatura del presidente uscente Mario Oliverio. La tornata elettorale del gennaio 2020 consegna comunque indicazioni di grande interesse. Prodotte da due regioni così diverse, consentono forse di disegnare una radiografia aggiornata e quanto mai istruttiva delle trasformazioni incipienti dell’intero sistema politico nazionale.

NICOLA PORRO