FENOMENOLOGIA DELLA NUOVA POLITICA (parte 1): NEL MARE DELLE SARDINE

di NICOLA PORRO

Pomeriggio del 14 dicembre. Arriviamo in Piazza S. Giovanni con un’ora di anticipo. L’immensa spianata davanti alla basilica brulica già di sardine. Poche bandiere, pochi cartelli, tutti improntati a una garbata ironia. Nessuna aggressività verbale, salutare sfoggio di politicamente corretto. Folte comitive di amici, gruppi famigliari, giovani e meno giovani. Riconosco gli impenitenti difensori di un’idea giusta e sobria di democrazia con i quali abbiamo incrociato la strada tante volte. Il colpo d’occhio è emozionante. La piazza è già piena e ancora, fra Viale Emanuele Filiberto e Viale Castrense, e più giù verso Porta S. Giovanni e l’Appia nuova, si ammassano migliaia di manifestanti che non riescono a farsi strada. Riconosciamo tante facce note del giornalismo televisivo, dello spettacolo, della stampa. Pochi li rincorrono per rubare un selfie. Le sardine non amano la pesca a strascico. Meno visibili i leader politici nazionali. Gli orfani delle ideologie del Novecento inalberano ai margini della piazza qualche striscione d’antan che si perde nell’indifferenza generale. Un ampio spazio erboso è occupato da telecamere e postazioni giornalistiche. Macchine invadenti, sproporzionate a fronte del misero palchetto eretto alla buona per consentire i pochi interventi previsti. A colpire è la sensazione che quella piazza gremita non abbia un centro fisico identificabile, che non lo preveda. E poi l’eterogeneità delle presenze: persone di ogni età e di ogni provenienza, anche nell’accezione simbolica del termine. Un centro assente e identità incerte: la deliberata rottura di una sintassi della politica?

Si percepisce una specie di rappresentazione subliminale: l’appuntamento romano chiude una fase di mobilitazioni auto-generatesi e celebra, senza dichiararlo, un rito di passaggio. A nessuno viene suggerita una prospettiva per il dopo: ognuno può popolarlo delle proprie illusioni. A questa folla senza leader e senza centro non viene promesso nulla. Non c’è l’annuncio di alcuna profezia. Forse è rassicurante pensare che non rischiamo delusioni. È piacevole respirare un’atmosfera che ricorda più un happening che un’adunata politica e compiacersi non dell’urlo poderoso bensì della pacifica compostezza della piazza. Applausi misurati scandiscono le notizie che arrivano dalle 113 località sparse per il mondo in tutto il mondo che ospitano altrettante mobilitazioni di sardine, un brand italiano esportato con successo. A occhio direi che la popolazione sotto i trenta rappresenti una metà scarsa dei presenti. Le appartenenze culturali, le classi di età, le provenienze non collidono. La fusione si produce attraverso il sollievo: di ritrovarsi in tanti, di essersi ripresi la piazza, di condividere uno stile. L’intenzione pedagogica non è conclamata, ma è palpabile e possiede un contenuto politico implicito.

Siamo lì per dire che noi siamo “gli altri”: quelli che non inveiscono, non maledicono, non minacciano, non speculano sulle disgrazie del Paese. Quelli che vorrebbero coniugare diritti, tutele e solidarietà. Quelli che hanno voglia di gridare la propria rabbia ma preferiscono i toni bassi, le buone maniere. L’antisalvinismo, a ben vedere, è prima di tutto una lezione di stile: la civilizzazione della rabbia che aspira a produrre la civilizzazione della politica.

Nessun palco troneggiante, nessuna bandiera, nessun oratore a infiammare le folle. Nessuna liturgia, nessuna “narrazione” dell’evento: un understatement inusuale per la politica italiana. Per associazione di idee mi viene da pensare a quanto gli inventori delle sardine assomiglino ai miei studenti e ai loro coetanei di mezza Europa. Forse i giovani non sono maggioranza in questa piazza, ma l’imprinting mi pare chiarissimo: è quello della generazione Erasmus.

Eppure alla fine qualche parola bisognerà pur dirla. Lo fa Mattia Santori, che ha la stoffa del leader e la vivacità di un disc jockey di buone maniere. La lieve inflessione emiliana suona rassicurante. Matteo Salvini, l’uomo nero per il quale/contro il quale siamo tutti lì non avrà l’onore di una citazione. Quello di Mattia, d’altronde, è un discorso sul metodo. Cartesio però non c’entra granché: l’opposizione non è fra *res cogitans* e *res extensa* bensì fra ragione civica e ragione populista. Da una parte la forma che si fa sostanza: democrazia come programma e come stile di comunicazione. Dall’altra il capo che costruisce la paura perché il branco ne invochi la salvifica protezione.

Per la mia generazione è come una boccata d’aria fresca. Abbiamo respirato per un quarto di secolo i miasmi dei populismi di ogni risma. Prima l’invettiva berlusconiana contro “il teatrino della politica”. Poi il manicheismo neo-qualunquista dei grillini con la finzione della democrazia diretta e dell’uno vale uno. Infine il populismo arrembante e l’ideologia salviniana del capobranco. Come fai a non innamorarti di una piazza che rivendica la nobiltà della politica non declamandone la missione ma semplicemente abbassando i toni, invitando al confronto, rinunciando all’insulto? Come fai a non cogliervi una sacrosanta rivendicazione di civiltà, di decoro, di umanità? Tuttavia, mentre sgomitiamo per uscire dalla piazza alla vana ricerca di qualche mezzo di trasporto, mi si rende evidente una doppia possibile lettura.

C’è quella scettica: siamo in presenza di uno delle periodiche eruzioni esantematiche che ogni cinque-sei anni danno forma a una protesta che la sinistra ufficiale non riesce a rappresentare. È la mobilitazione morale ed effimera dei girotondi, del popolo viola, della marcia dei professori, delle donne di “Se non ora quando”, delle piazze anti-bavaglio. Testimonia quanto meno un sistema immunitario ancora attivo nel corpo sociale. Cattura emozioni, pensieri e speranze ma non costituisce, non ancora almeno, un’alternativa in cui riconoscersi. La previsione è che anche questa volta si spegnerà con la contingenza politica che l’ha innescata. Questa volta l’ha scatenata il salvinismo debordante, ma poi?

A questa interpretazione se ne oppone una antitetica: il movimento delle sardine – sostiene questa tesi – può rappresentare un salto di qualità. Ha fatto tesoro dei fallimenti passati. Non brucia i tempi, non invade spazi politici presidiati, ripudia l’estremismo. Ha ben presente la linea di demarcazione fra azione di pura difesa – arrestare con l’arma pacifica del civismo l’imbarbarimento del discorso pubblico – ed elaborazione di una proposta. Quest’ultima non rappresenta un esito certo ed è comunque rinviata a un passaggio successivo. La fretta sarebbe cattiva consigliera, ma la civilizzazione della rabbia può già rappresentare una rampa di lancio. A sostegno di questa tesi si cita (forse con qualche approssimazione) l’esempio di Podemos in Spagna. Sinceramente non saprei prendere posizione: sono entrambe tesi perfettamente sostenibili e non necessariamente incompatibili. Meglio ritornarci un’altra volta. A mente fresca.

NICOLA PORRO