ATROPO E IL CIELO STELLATO

di ELOISA TROISI ♦

Verrà la morte e avrà i miei occhi
ma dentro
ci troverà i tuoi
.”

[Michele Mari, da “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”]

 

Delle tre Moire, è Atropo l’ineluttabile che gli esseri umani temono di più; è forse per questa ragione che commettono la volgare, umana troppo umana vigliaccheria di figurarsela in un corpo decrepito, mai stato avvenente, dal sorriso sadico e dal cuore avvizzito.

Di Atropo l’ineluttabile, gli uomini hanno sempre considerato una verità a metà; la accusano di recidere con lucide cesoie il filo della vita, dimenticando di dire che agisce non solo al termine del nostro tempo, ma anche al suo principio; è per opera della stessa mano che nasciamo e moriamo.

È vero, neanche gli Dei possono opporsi al volere di Atropo in alcun modo – l’etimologia è ancora la prima difesa contro le apparenze, la più sincera declinazione dell’ontologia – ma “volere” non è la parola giusta, perché non è lei a decidere, ma la Natura, più forte di qualsiasi Dio.

Ad Atropo, che come ogni essere naturale tende alla ribellione verso la Natura per alimentare l’entropia dell’apeiron, non restano che piccole astuzie, stratagemmi per tentare di rendere il trapasso meno crudele agli esseri umani.

Stanca delle sommarie esecuzioni da boia, una volta iniziò ad inviare ai moribondi lettere di preavviso, in busta viola. L’esperimento fallì miseramente; l’Amore e l’Arte finirono per sedurla e sottrarla ai suoi offici, e la Natura questo non poteva tollerarlo.

Allora Atropo prese a smerigliare il filo della vita prima di reciderlo. Nacquero così le ultime parole, le volontà testamentarie, il pensiero della Morte, gli ultimi desideri.

Gli ultimi desideri; i progressi della medicina servono in fondo a questo, a realizzarli.

 Poi, un’intuizione. Il filo che le Moire impugnano per ogni essere umano tesse una trama, un capo. Un telo con cui coprire le reliquie, le cose che restano, il sacro che sopravvive e che non può morire. Un telo che per qualche essere fortunato ha la forma di un sipario.

 Per “Cielo Stellato”, spettacolo scritto, diretto ed interpretato da Ettore Falzetti e Barbara Russo, il sipario si è sollevato per la prima volta Giovedì 18 Ottobre 2019 alle ore 21.00, al Teatro Nuovo Sala Gassmann di Civitavecchia. L’interpretazione è magistrale, la gestualità e la mimica quelle del buon teatro, lo scambio di battute vivace e serrato, la presenza scenica indiscutibile, la capacità di catturare la platea singolare, l’alternanza di toni ed emozioni diverse armoniosa, l’incontro tra epoche e stili artistici delicata, mai stonata. Lo spettacolo è la dimostrazione che è possibile essere leggeri senza risultare frivoli, essere simpatici senza tralasciare di essere empatici, citare senza limitarsi all’estasiata contemplazione del Bello, ma rielaborare la Bellezza, aggiungendo l’emozione laddove la perfezione di quanto è già stato detto non consenta di inserire altro.   

 L’articolo non prenderà in considerazione la trama dello spettacolo; l’opera è un infante, merita di incontrare numerose anime, che hanno il diritto di essere sorprese. Si tenterà di rispondere a domande per cui non esiste risposta: che cosa lascia un uomo, quando scompare? Quello che conta davvero si porta dentro o si lascia indietro? Che rapporto esiste tra l’essere umano e la morte?

 Particolare potere viene attribuito alle stelle. Manifestazione di qualcosa che non c’è più, di una deflagrazione avvenuta miliardi di anni prima, che brilla e si mostra fulgida. A guardare un cielo stellato, appare viva tutta la bellezza del cimitero, tutto il senso dell’estetica. Diventa viva la seduzione dell’arte, per cui null’altro ha più senso se non la Bellezza. È l’unica cosa che ci sopravvive, l’unica cosa che ci consente di durare: brillare. Acquisita questa consapevolezza, si diventa dei titani, ci si riesce a misurare con la propria natura di esseri mortali perché si vince il timore di non riuscire a difendersene. È questo – nient’altro che questo – a consentirci di guardare la morte negli occhi.

Nello spettacolo si fa spesso riferimento alle necessità fisiologiche. Nonostante l’indiscussa superiorità dello spirito, la fisicità è una parte importante della vita. La fisica consente la metafisica, ed è necessario avere dei limiti per desiderare di superarli, è necessario possedere un corpo per vivere, pensare, amare – anche per congedarsi dignitosamente dalla vita, riconoscendo la morte.

 Le preghiere degli esseri umani non verranno mai esaudite e l’amore non è la panacea che poi si crede, ma non è importante questo. L’importante è che si preghi, che si ami, perché la risposta è spesso nel tentativo, perché le cose “possibili” sono di gran lunga più preziose di quelle “fattibili”, perché appartengono ad una dimensione più vasta, che si slega dall’angusta logica meccanicistica della realtà per sconfinarsi nel regno dell’immaginazione, del sentimento, della tenerezza.

 Voltarsi a considerare quello che ci lasciamo indietro, razionalizzarlo e comprenderlo, significa farlo scomparire, quindi portarselo dentro. La scelta estrema della vita si riduce a questa operazione: cessare l’incanto, mutandolo in ricordo, o perpetrarlo, lasciandolo vivo per altri fruitori. Questa è l’arte, il teatro; quella è la vita.

La finzione è una tentazione universale, ma se serve ad emozionare diventa vera, perché paradigmatica dell’esistenza di un mondo interno, che esiste nel silenzio generale della realtà, che è una semplificazione dell’essenza delle cose.

Per tutti la morte ha uno sguardo. E non è vero, come sosteneva Cesare Pavese, che si tratta sempre del proprio, ché può capitare di ricordarne un paio meglio dei propri. Può succedere di sottrarsi al modo comune di morire, di non scendere nel gorgo muti, ma bisbigliando un nome, perché è vero che Atropo l’ineluttabile decide quando veniamo al mondo e quando ce ne congediamo, ma tutto il filo che c’è tra questi due punti è solo nostro ed è questa libertà che ci rende superiori ad Angeli, Demoni, leggi fisiche e metafisiche.

In fondo, è grazie ad un filo che Teseo ha sconfitto il Minotauro.

ELOISA TROISI