Sul web bisogna essere cattivi.

di ROBERTO FIORENTINI
Ho avuto modo di leggere la trascrizione dello “speech“ di Roberto Saviano , durante Onlife, evento de La Repubblica dedicato alla società digitale. L’autore di Gomorra e di molti altri libri di successo ha provato a raccontare, anche attingendo a piene mani dalle sue esperienze personali, quanto avviene oggi sui social network, dove ciascuno si sente autorizzato a “ spammare ogni sorta di contenuto, di insulto, di bugia, di manipolazione”. La tesi di Saviano potrei riassumerla così: gli utenti dei social network danno sistematicamente il peggio di loro stessi e lo fanno con la tacita approvazione dei gestori, che si nascondono dietro la neutralità degli algoritmi che governano questi fenomeni. In realtà la presunta neutralità nasconde una scelta che Saviano definisce politica. Infatti quando l’algoritmo di Google, ad esempio, decide di premiare la quantità indipendentemente dalla qualità, questa è una scelta profondamente politica perché va a impattare con quanto dice Roger McNamee (uomo d’affari americano, investitore e venture capitalist )  : ” Quando gli utenti sono arrabbiati, consumano e condividono più contenuti. Se rimangono calmi e imparziali hanno relativamente poco valore per Facebook che fa di tutto per attivare il cervello rettile“. McNamee, che fu uno dei primi investitori in Facebook, descrive la dinamica della rabbia come materia prima per i social network: “ se non sei arrabbiato non stai tutto il tempo attaccato al telefono, se aggredisci, senti con la pancia, rispondi nell’immediato, allora sei utile e aiuti a rendere virale il contenuto “. Ho affrontato più volte, su SpazioLibero, il tema degli haters sui social e gli effetti delle distorsioni denunciate dallo scrittore napoletano. Ma grazie all’intervento di Saviano, questa volta, ho sviluppato una riflessione che mi piacerebbe condividere con i nostri lettori e che attiene al perché queste dinamiche finiscono per favorire il successo delle formazioni della destra politica, praticamente in tutto il Mondo. Cosa che, per esempio, Salvini ha capito benissimo e sta utilizzando con grande abilità. Saviano cita Franco Berardi (Bifo), che è stato certamente uno dei primi studiosi italiani di questi fenomeni. Bifo sostiene che siamo ormai alla creazione di nuove grammatiche emozionali, tali da ridurre la sensibilità e distruggere i fondamenti del comportamento etico. “ Il risentimento identitario ha sostituito la solidarietà sociale, e la cultura dell’appartenenza ha sostituito la ragione universale“. In pratica, dice Saviano, “ esprimere i propri pensieri con un tono corretto ed educato viene percepito come inautentico, non utilizzare un registro sarcastico ti degrada immediatamente all’ambiguità: cosa nascondi se provi a convincere e non demolire, a ragionare e non vincere? Questo ha creato un riflesso automatico per cui nello spazio dei social il sentire comune crede solo a chi palesa il suo interesse chiaramente, a chi si sente chiaramente che difende sé stesso, la sua parte, i suoi soldi, il suo successo, la sua razza. Insomma, sé e basta. Sé e quelli come sé, o in nome di quelli come sé “. E’ tristemente evidente che quelli che, invece, vorrebbero usare i social per provare ad esprimere con pacatezza e correttezza le proprie opinioni, magari enunciando principi di solidarietà, pace e giustizia sociale divengono, rapidamente, bersaglio di quanti sono pronti a diffidare della buona fede di chi fa questo genere di enunciati. E, ben presto, costoro vengono iscritti nelle categorie dei buonisti, degli ipocriti, dei radical chic. Come se, nel web (e quindi nel Mondo) fosse impossibile sostenere tesi che non siano egoistiche o chiaramente di parte. E quindi si finisce per credere solamente a ciò che è governato da interesse personale o della propria tribu, ma peggio ancora, che solamente l’odio possa essere considerato autentico e disinteressato e che la ricerca di empatia, di giustizia e la possibilità di essere buoni siano ambigue e segretamente mosse da oscuri ed ipocriti interessi personali. Anche senza volerla necessariamente “ buttare in politica“, non è difficile capire che l’utente medio, non troppo colto e scolarizzato, quando si trova – cosa che accade piuttosto di frequente – in mezzo ad una “ shit storm” finisca per adeguarsi al linguaggio e , conseguentemente, a considerare come unica scelta possibile quella di aderire alla “ maggioranza rumorosa”. E che finisca per votare per quei politici che solleticano quegli istinti e spesso ne condividono il tono. L’esempio più famoso, forse, sono i tweet di Donald Trump, che, per contenuti e forma sono quanto di più lontano dalla comunicazione istituzionale che ci si aspetterebbe dal Presidente della più grande democrazia del Pianeta e invece pericolosamente simili a quelli dell’utente medio, perennemente incazzato con il Mondo intero. 
ROBERTO FIORENTINI