Notizie dalla Preistoria, 4.

di FRANCESCO CORRENTI ♦

I dipinti patriottici delle Casermette, anello mancante del patrimonio pittorico di Civitavecchia

Preambolo

Dopo il breve momento di curiosità, animata dagli immemori stupori e dalle connesse polemiche – nella primavera dello scorso anno –, dei dipinti delle Casermette, nella città di cui fanno parte dagli anni Trenta del XX secolo, non si è più occupato nessuno. Non così nelle sedi istituzionali competenti, dove la questione, invece, è stata attentamente analizzata, verificata con cura e felicemente conclusa, giungendo a quella dichiarazione dell’interesse storico, culturale ed artistico, premessa fondamentale per la conservazione, il restauro e la valorizzazione ai fini del loro godimento collettivo. Ma anche di un’auspicabile utilizzazione quale ornamento di uno spazio pubblico da attrezzare, che dovrà tenere presenti le potenzialità di quei due cicli pittorici nel contesto degli itinerari turistico-culturali della città.

Tutto bene, quindi? Vediamo come stanno le cose.

Da quanto è possibile constatare, direi malissimo.

Va detto, infatti, che l’edificio dove sono i dipinti è in totale abbandono, inaccessibile all’interno perché tutte le porte e finestre sono state tamponate, murate, salvo che dalle aperture nel tetto, crollato in più punti e quindi permeabile, accessibilissimo a tutte le intemperie.

I dipinti di interesse storico, culturale ed artistico, miracolosamente sopravvissuti con danni risarcibili con poca spesa fino a tempi recenti, sono così esposti alla pioggia ed al progressivo deterioramento degli intonaci e delle murature, per cui rischiano non solamente ulteriori danni e gravi distacchi di parti, ma il crollo totale.

Ricordiamo che stiamo parlando di un bene che appartiene alla collettività, a noi tutti, al Comune di Civitavecchia ed all’intera nazione. Un bene che la Repubblica tutela e valorizza, in attuazione dell’articolo 9 della Costituzione, secondo i principi richiamati dall’articolo 1 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, proprio perché «la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale concorrono a preservare la memoria della comunità nazionale e del suo territorio e a promuovere lo sviluppo della cultura».

La situazione venutasi a creare e che si deve affrontare a questo punto richiede una maggiore informazione sull’argomento. Perché richiederà, per essere risolta, l’apporto di molti: della Soprintendenza – che ha già svolto in modo esemplare il ruolo fondamentale di cui ho detto ma che dovrà continuare la sua azione – e del Comune, che deve «assicurare e sostenere la conservazione del patrimonio culturale e favorirne la pubblica fruizione e la valorizzazione», mentre in questi ultimi anni ha determinato lo stato di precarietà dell’immobile ed aveva progettato addirittura la sua demolizione. E, ancora: dell’ISCAG, l’Istituto Storico dell’Arma del Genio di Roma, a suo tempo da me informato e chiamato in causa, proprio per la sua missione e le sue competenze istituzionali; della Biblioteca del Ce.Si.Va., situata nelle vicinanze immediate della “Casermetta” e potenziale sede di un centro studi sulle memorie militari del territorio. Ma, soprattutto, dei cittadini, dell’opinione pubblica, degli studiosi e delle associazioni culturali cittadine e nazionali, degli enti e istituti, di tutti i possibili sponsor e, ovviamente, degli infaticabili cultori di memorie civiche e di beni comuni e dei tanti che amano appassionatamente la loro città, che ne promuovono i luoghi del cuore, che dovranno – tutti loro – unire le forze e le risorse per raggiungere il risultato di «tutelare e valorizzare» non questo o quel tassello, l’uno o l’altro luogo o singolo bene, ma l’insieme del patrimonio comune che solo in questa unità e continuità può dare il senso autentico e significativo della storia cittadina. Che è storia patria collettiva, testimonianza di quel passato della comunità e pure delle radici di ciascuno, in certo modo, nativo o forestiero, abitante o viandante, «senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

Concretamente, di cosa stiamo parlando?

Per chi leggesse per la prima volta qualcosa sull’argomento dell’articolo e non lo conoscesse affatto o solo in modo sommario, è necessario precisare che stiamo parlando del soggetto di una mia relazione, quale architetto comunale ed ispettore onorario nominato e confermato da diversi ministri ai Beni Culturali, intitolata I cicli pittorici rinvenuti nei locali dell’edificio superstite del complesso detto “le Casermette” in località “Poligono del Genio” a Civitavecchia. Da quella relazione è derivato l’intervento della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale, giunto alla sua conclusione positiva, che cioè ha riconosciuto il valore di quei “cicli pittorici”.

Ad evitare equivoci, chiarisco subito che con “ciclo pittorico” si intende, come spiegano i dizionari, una serie di dipinti che hanno lo stesso tema, sono stati opera dello stesso autore o di più autori insieme e sono ubicati nello stesso luogo. Nel caso di cui ci stiamo occupando, i cicli sono due, perché si tratta di due diverse serie di pitture poste a fregio orizzontale continuo, come decorazione ed esplicitazione della destinazione del luogo, nella parte alta delle quattro pareti di due saloni nell’edificio superstite del gruppo di costruzione militari che costituivano le strutture logistiche della Scuola Centrale dell’Arma del Genio, istituita a Civitavecchia nel 1924, e precisamente l’ex Poligono sperimentale “Vittorio Emanuele III”.  L’edificio, ad un piano, di proprietà del Demanio, era stato affidato nel 2002 al Comune, che intendeva concederlo ad una organizzazione assistenziale, previa esecuzione degli opportuni lavori per rendere agibile ed abitabile l’edificio, abbandonato da diversi anni ed in condizioni di notevole degrado. Fu in quella occasione, nel 2005, che la presenza dei due cicli pittorici fu scoperta, essendosene di nuovo perso il ricordo fino a quel momento. Torneremo più avanti su quella scoperta. Per ora, procedendo cronologicamente a ritroso dai recenti provvedimenti della Soprintendenza e dall’azione da cui hanno avuto origine, dobbiamo rammentare che, fino alle prime giornate primaverili del 2018, l’edificio (oggi chiamato «di Via Pecorelli» dal nome del musicista al quale è stata intitolata la strada nel frattempo), rimasto, quindi, ancora una volta, abbandonato e dimenticato, fu inserito dall’amministrazione comunale in un vasto programma di valorizzazione del patrimonio immobiliare (PdV) per razionalizzare le risorse comunali. La mancanza di conoscenze consolidate su tali risorse e la mancata acquisizione di informazioni presso gli uffici da parte dei responsabili del programma – persone, in prevalenza, di recentissima presenza in Comune, di provenienza esterna e forestiera, di formazione non specialistica e non portate alla collaborazione, subentrate senza alcun passaggio di consegne (procedura prescritta dalle leggi, dalle buone pratiche e dalle buone maniere ma aborrita da certe ineffabili mentalità “innovative” – hanno influito molto negativamente sui risultati. Nel caso del nostro edificio, il programma escogitato dall’amministrazione ha portato ad un progetto che prevedeva di realizzare un cospicuo complesso per uffici in parte pubblici (quelli del Giudice di Pace e della ASL) e in parte privati (corrispettivo per la realizzazione dei primi), previa demolizione della costruzione preesistente.

Quel progetto era stato approvato con la delibera di Giunta n° 86/2017 e con la delibera di Consiglio Comunale n° 130/2017. Va riferito, a quanto si dice, che l’assistenza giuridica agli organi del Comune istituita nell’ordinamento della Repubblica Italiana per garantire che i loro atti siano conformi alle norme di legge, allo Statuto e alle procedure amministrative, per quanto deducibile dai comportamenti e dai risultati, fosse – all’epoca – indirizzata verso modalità politicamente settarie, tecnicamente superficiali e del tutto arbitrarie ed umorali dal punto di vista del diritto.

La zona interessata è adiacente all’attuale Tribunale di Civitavecchia ed è disciplinata dagli strumenti urbanistici con previsioni dettagliate. Peraltro, delle destinazioni urbanistiche in vigore e non derogabili senza regolari varianti approvate, non risulta che i responsabili che avevano curato il progetto (con l’assistenza prima evocata) abbiano avuto consapevolezza e ne abbiano tenuto conto. «Per l’attuazione dell’iniziativa – era detto nella relazione al progetto – si utilizzerà l’istituto della valorizzazione del patrimonio immobiliare dei comuni come previsto dall’art. 58 della Legge 133/2008 e s.m.i. Il sito di intervento si colloca nel quadrante nord del centro urbano di Civitavecchia, tra Via Gaspare Pecorelli e Via Terme di Traiano, tratto urbano della SP7b ed è, quindi, situato in un contesto antropizzato e completamente urbanizzato. La sua forma è pressoché triangolare è posto in prossimità anche della strada di accesso al tribunale sul lato est.»

«L’intervento – proseguiva la relazione di progetto – prevede la demolizione di un fabbricato minore esistente originariamente destinato a funzioni militari e da tempo in totale disuso, e la realizzazione di un edificio di circa 30.000 mc e dei relativi parcheggi di pertinenza, completato da un’ampia piazza di accesso. L’edificio è destinato in gran parte ad accogliere ed accorpare gli uffici della ASL, mentre, per la restante parte, vista la prossimità con la sede del tribunale di Civitavecchia, verrà destinata al collocamento degli uffici del Giudice di Pace. L’area individuata, di dimensioni pari a circa 7.104,00 mq, è distinta in catasto al Comune di Civitavecchia al Foglio 16 part. n° 1600, 1601, interessata dal piano di valorizzazione immobiliare. L’iniziativa interessa altresì le particelle 323 e 324, distinte in catasto al Foglio 16 del Comune di Civitavecchia, ma allo stato attuale risulta presente il solo fabbricato individuato dalla particella 324, di cui il progetto prevede la demolizione, mentre quello individuato dalla particella 323 è stato da tempo demolito».

Della prevista demolizione dell’immobile, i mezzi di informazione e la cittadinanza sono venuti a conoscenza con un certo ritardo, tra marzo e aprile 2018. Molti, in città, ricordavano i fatti di appena tredici anni prima e gli interrogativi sul nuovo provvedimento adottato furono numerosi. Fu necessario intervenire, segnalando – come in altri casi simili – i problemi derivanti dalle iniziative comunali, con le modalità e nel rispetto dei doveri imposti dal proprio ruolo ed anche con la massima correttezza. La segnalazione è stata, quindi, fatta prioritariamente ai “responsabili del procedimento” nel senso più ampio, per primi i responsabili politici, e subito dopo agli organismi statali preposti. Tempestivamente, a puntualizzare con apprezzabile obiettività la realtà dei fatti accaduti e la consolidata certezza della documentazione esistente, è apparso il 3 aprile 2018, sulle “Pagine di Civitavecchia” de «Il Messaggero» l’articolo di Roberta Galletta, Via Pecorelli, i dipinti già tra i beni comunali da tutelare. L’articolo chiariva che, dopo «i bombardamenti del 1943-44, lo sfollamento e il rientro della popolazione in città, il Comune fu spinto a sistemare gli edifici [tra cui quello in questione] per le famiglie rimaste senza casa, tra cui il controsoffitto che ha nascosto e conservato per oltre sessant’anni quelle pitture. Anche durante gli anni Ottanta, quando la casermetta sarà trasformata in spogliatoio della polisportiva De Sanctis-Gargana a servizio del campo realizzato lì davanti. Infine, negli anni Novanta, il prolungamento della strada Mediana fa abbandonare definitivamente i locali, poi usati da nomadi e senza tetto, fino al loro definitivo oblio. Facendo dimenticare quei dipinti che potrebbero presto tornare a essere patrimonio della comunità civitavecchiese.»

L’amministrazione in carica non parve condividere l’auspicio dell’autrice dell’articolo, ne fu anzi contrariata, non comprendendo l’importanza di quei dipinti e non riscendo a immaginare la pur dimostrata possibilità di realizzare il progetto senza distruggere l’edificio precedente. Come altre volte, nella storia della città, si è dovuta riscontrare, nelle scelte dei (pochi) arbitri delle decisioni, una sconfortante miopia associata ad ostinata protervia.

Con diverse proporzioni, si è ripetuta la stessa situazione già accaduta, come quella, la più grave, amaramente descritta e lamentata, delle scellerate deroghe al Piano di Ricostruzione operate tra il 1948 ed il 1954, rievocata anche su queste pagine nel mio articolo Quell’isolato troppo vicino, del 21 settembre 2018, sulla distruzione (rectius demolizione) dei monumenti che rappresentavano, anzi costituivano, “l’Anima di Civitavecchia”.

Infatti, l’aspetto più grave di quegli interventi, oltre all’insensato aumento del numero di piani degli edifici, in deroga allo strumento urbanistico, a soli fini speculativi, è stata la demolizione dei maggiori e più significativi monumenti cittadini, venendo così a compiersi un duplice assurdo storico, con la scomparsa totale dei due simboli più rappresentativi di Civitavecchia, nel disprezzo assoluto degli affetti familiari, dei sentimenti religiosi, dei valori civici, della memoria collettiva e del patrimonio storico-artistico comune. Furono proprio le figure istituzionali – il rappresentante dello Stato con le funzioni del governo comunale ed il presule con l’autorità morale ma senza la pietas della fede, della speranza e della carità – che avrebbero dovuto difendere con ogni mezzo quei valori e quei monumenti, a concertare una brutale operazione economica di compravendita di aree e di permute a tutto svantaggio degli enti pubblici coinvolti o, a dirla giusta, vittime della manovra. Senza che nessuno, va detto con chiarezza, nessun cittadino, nessun ufficio, nessun’altra istituzione, alzasse la propria voce, prendesse in mano la penna, scendesse in piazza, per impedire in modo serio e concreto lo scempio. Il motivo – la scusa incredibile – con la quale il vescovo giustificò la sua decisione di procedere alla demolizione del complesso di Santa Maria – chiesa e convento, divenuto dopo il 1870 sede del Museo Civico, quindi proprietà comunale – e impose la ricostruzione della chiesa e del convento “fuori sito”, cioè dov’era l’antica Rocca, sorta negli anni intorno al 1000, sede del governo e proprietà demaniale divenuta nel 1930 palazzo municipale, fu che la chiesa e cioè la parrocchia più antica e venerata, era troppo vicina alla cattedrale, la chiesa dei francescani costruita secoli dopo e soggetta alla matrice da sempre. Quell’isolato troppo vicino fu quindi cancellato, come si è detto, con la demolizione dei resti medioevali e dei secoli seguenti e con il tombamento della parte romana, poi schiacciata da otto, nove piani di lucrosa edilizia residenziale “vista mare”.

Non si volle e non si seppe, quanto meno, operare con quel senso di rispetto (religioso e laico) che ha fatto mantenere le rovine della cattedrale accanto alla nuova chiesa, nella città di Coventry, martoriata dagli aerei della Luftwaffe, nel corso del 1940, quanto e più di Civitavecchia dalle fortezze volanti alleate tre anni dopo. Gli stessi sentimenti che hanno portato a realizzare a Hiroshima, annientata dalla prima bomba atomica, quel Memoriale della Pace che con le reliquie della città gridano al mondo l’orrore delle insensate ed inutili stragi dell’uomo.

Ho assistito ed ascoltato, sullo schermo e dall’altoparlante del mio portatile, la registrazione della seduta consiliare in cui è stato espresso il pensiero ufficiale della amministrazione sui due progetti più qualificanti del programma PRUSST per Civitavecchia, decisi da anni dall’assemblea dei cultori di memorie civiche, concordati con il Comitato scientifico e con la Conferenza dei servizi ed approvati dall’Organismo interregionale di controllo. Già in alcune precedenti occasioni avevo dovuto constatare da parte dello stesso organo – su certi argomenti –  dei comportamenti inconsueti ed abnormi, come dettati dalla mancanza di senso delle istituzioni, di consapevolezza del ruolo e di ossequio ai doveri della carica.

Per la prima volta, nella mia esperienza ormai cinquantennale di tantissime amministrazioni, le parole registrate che sentivo e che vedevo accompagnate da una mimica non consona alla carica, al luogo ed al consesso, mi hanno provocato sentimenti di delusione, di sconforto, di avvilimento. Il CDU, il centro di documentazione sulla storia urbana e sugli strumenti urbanistici, ossia quell’Urban Center che innumerevoli amministrazioni comunali del mondo decantano come un vanto per loro e come un prezioso e attualissimo mezzo di informazione e partecipazione per i cittadini, veniva definito, insieme ad una, anzi all’unica, preziosa reliquia di architettura romanica di Civitavecchia, quali inutili invenzioni burocratiche del Ministero, stupidi vincoli posti in odio al Comune e, soprattutto, costosissimi dirottamenti dei fondi assolutamente «senza futuro»,.

Constatare che quelle parole venivano pronunciate quattro anni dopo la data utile prescritta dal decreto ministeriale emanato per il completamento del programma di cui sono responsabile e ad avvenuta scadenza del termine ultimo per poter disporre dei fondi ministeriali residui, aggiungeva al dispiacere per atteggiamenti che mi apparivano tanto impropri una spontanea reazione di rifiuto, più che motivata.

2 Casermette e Giudice di Pace

Non essendo accettabile il disprezzo per il lavoro complesso e accurato di tante persone, la noncuranza per le inevitabili conseguenze e, quindi, per l’inefficacia e la illegittimità di quei comportamenti, oltre alla incredibile, ingiustificabile e insensata interruzione delle attività concordate senza quella elementare lealtà e sincerità dei rapporti, necessaria tra i diversi livelli gerarchici della sfera politica e di quella tecnica e operativa. Tanto più nel momento in cui la delicata situazione con gli altri enti e con il Ministero, dopo i precedenti ritardi e le pluriennali omissioni, rendevano indispensabili la massima puntualità e la più attenta conformità alle disposizioni approvate. Il tutto, accompagnato, da una parte, da assurdi quanto autolesionistici tentativi di influenzare gli organi sovraordinati e, dall’altra, da squallide e immotivate ritorsioni contro il personale, attraverso disposizioni solamente verbali e pressioni sui dipendenti.

Cenni sulla vicenda storica del Poligono del Genio

Negli anni successivi alla fine della prima Guerra Mondiale ed all’avvento del regime fascista, Civitavecchia divenne sede delle Scuole Centrali Militari, che comprendevano, oltre al Comando delle stesse (ubicato dal 1923 nel Palazzo Gargana, all’inizio di Via Risorgimento), quella di Fanteria, quella d’Artiglieria e quella del Genio. La Scuola di Fanteria, trasferita da Oriolo, ebbe sede nella Caserma “Capitano Italo Stegher” e quella di Artiglieria in un gruppo di baraccamenti nel lato sud-est della città, dove poi è sorta la Caserma “Piave”.

La Scuola Centrale del Genio, inizialmente istituita a Manziana nel 1920, fu trasferita a Civitavecchia nel 1924 ed il suo Comando fu sistemato nel palazzetto costruito (tra la seconda e la terza Porta Romana) nel 1764, sotto Clemente XIII Rezzonico, per il Comandante del Presidio e che oggi ospita il Museo Nazionale Archeologico in Largo Plebiscito. Le attività della Scuola erano svolte nel vasto comprensorio del Poligono Sperimentale “Vittorio Emanuele III”, «destinato ai lavori di organizzazione difensiva, tanto a scopo addestrativo quanto a scopo sperimentale», particolarmente attrezzato «per lo svolgimento delle varie esercitazioni regolamentari e nel quale vengono gradualmente riprodotti i vari lavori che sono poi mantenuti per costituire una dimostrazione permanete di quanto può essere richiesto alle varie specialità dell’Arma in guerra.»

Il Poligono di Civitavecchia era il fiore all’occhiello dell’Esercito Italiano. Tra le manifestazioni che vi si svolsero, si ritenne memorabile (e quindi documentata da fotografie sulla stampa periodica e sulle pubblicazioni propagandistiche) «l’esercitazione a fuoco eseguita il  22 gennaio 1932, alla presenza di S.M. il Re, di S.A.R. il Principe ereditario di Etiopia, del Ministro della Guerra, del Capo di Stato Maggiore.»

Delle vicende del Poligono e delle sue attrezzature nei successivi anni fino alla sciagurata entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940), mi sono occupato nello studio per la Soprintendenza che sarà oggetto di una pubblicazione. Qui, possiamo rilevare che la molto cordiale accoglienza del principe ereditario d’Etiopia, il giovanissimo Makonnen, figlio del negus-imperatore Hailé Selassié – accoglienza che è frutto del trattato di amicizia firmato tra Roma e Addis Abeba nel 1928 – si tramuterà, appena tre anni dopo, nella pretestuosa invasione della sua terra (3 ottobre 1935), nella guerra impari e devastante e nell’uso di mezzi bellici disumani contro il suo popolo. Il 5 maggio 1936, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini potrà annunciare la fondazione dell’impero. A Civitavecchia, come in tante altre città d’Italia, la toponomastica testimonia la celebrazione dell’evento con l’intitolazione delle strade di un quartiere africano, che poi è quello, destinato ad una popolazione operaia di lavoratori del cementificio, posto proprio a confine con il Poligono del Genio. Per questo aspetto, rimando al mio articolo Storie di toponimi nella storia di Civitavecchia, pubblicato su SpazioLiberoBlog il 30 agosto 2016. Come vedremo in seguito, inoltre, la guerra d’Etiopia e le sue conseguenze hanno trovato, ancora nel Poligono, anzi addirittura nei dipinti di cui parliamo, un’interessante e significativa rievocazione.

Per concludere questi cenni molto sintetici sul sito, devo ricordare che, nel 1982-83, ho progettato il Piano particolareggiato di esecuzione della zona per servizi generali n° 2/Poligono del Genio-Casermette per insediamenti pubblici direzionali (Palazzo di Giustizia), centro polisportivo e campus scolastico per l’istruzione superiore e professionale. Piano molto lodato, all’epoca, per le tante ed importanti attrezzature di cui dotava la città (compreso il Palazzetto dello Sport e lo Stadio del Nuoto!), completamente disatteso nel corso degli anni ed infine oggetto di interventi in pieno contrasto con le finalità pubbliche originarie.

 

Brevi notizie sui dipinti

Dei dipinti patriottici esistenti nei locali dell’edificio superstite delle Casermette, probabilmente già destinati ad aula magna ed a circolo ufficiali della Scuola Centrale del Genio, parleremo ampiamente, con Roberta Galletta, mercoledì 16 ottobre prossimo, di pomeriggio, nell’ambito delle numerose iniziative programmate per la settimana dedicata alla “Festa Internazionale della Storia”. La manifestazione, che la Città di Civitavecchia organizza con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, a seguito delle intese promosse con ottimo intuito dalla stessa Roberta, lodevolmente accolte dalla precedente amministrazione e lodevolmente condivise da quella attuale, vedrà intorno al tema delle Casermette e del Poligono del Genio numerose comunicazioni e testimonianze inedite. Che, quindi, non voglio anticipare in alcun modo, per non diminuire l’interesse e, soprattutto, la completezza delle vere e proprie “scoperte” e relative “rivelazioni” offerte al pubblico in quella sede.

3 Piano Poligono

4 FC, Dipinti Arma del Genio

 Credo opportuno, però, fornire qui alcune informazioni per rendere ben chiari i motivi del loro interesse molto particolare, del resto alla base del vincolo di tutela riconosciuto dalla Soprintendenza di cui abbiamo detto in premessa. Aggiungo che uno studio per individuare i modi della loro valorizzazione è stato presentato al Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è in attesa dell’esito delle valutazioni del Comitato Tecnico Scientifico Speciale incaricato della graduatoria delle proposte. L’intervento progettato prevede tutte le operazioni necessarie alla messa in sicurezza ed allo studio di recupero definitivo dei dipinti, tenuto presente il possibile riuso dei locali per scopi istituzionali.

Opera di due genieri di cui conosciamo solo i cognomi – Boselli e Mastrangelo -, personaggi ancora da far riemergere dall’oblio del tempo, ma che dimostrano capacità artistiche notevoli, i dipinti sono stati realizzati in due ambienti. Nella sala del corpo a nord, si trova un gruppo di raffigurazioni schematiche a graffiti, in parte a tre colori e in parte a tratto, con la ripetizione simmetrica di fasci littori collegati tra loro da rami di quercia e di alloro e di figure “volanti” di guerrieri, anch’essi ripetuti, con il capo protetto da un elmo del genere Montefortino di tipo C, che imbracciano uno scudo rotondo, del genere greco-etrusco, impugnano un classico gladio e sono semiavvolti da un mantello svolazzante. Le pitture, tuttavia, risultavano al momento del sopralluogo molto danneggiate per le infiltrazioni di umidità e per l’acqua piovana penetrata attraverso rotture del manto di copertura, oltre che per le grosse cadute d’intonaco che causavano ampie lacune nelle immagini.

Meglio conservato era il ciclo pittorico policromo posto in quella che doveva essere forse la sala della mensa o del circolo ufficiali o una specie di aula magna per i corsi del Poligono del Genio. Questo ciclo è di notevolissima importanza per le sue diverse fasi di esistenza. Innanzitutto, la firma dei due militari che hanno ricevuto l’ordine di dipingere il ciclo stesso dal loro comandante (come possiamo tranquillamente affermare e cioè i genieri Boselli e Mastrangelo) conferma che si tratta di due militari, forse di leva, che avevano delle doti artistiche non comuni. Infatti, le pitture sono di buon livello, le figure anatomicamente corrette e quindi si tratta di persone avvezze al disegno e all’uso dei pennelli, con una certa scuola, anche nelle scelte cromatiche. L’insieme è, innanzitutto, una celebrazione dell’Arma del Genio, della quale vengono riprodotte accuratamente le diverse specialità e le caratteristiche del ruolo fondamentale e peculiare svolto dai genieri a supporto delle operazioni belliche: i minatori, i pompieri, i pontieri, i mimetici o mimetizzatori, gli elettricisti e i fotoelettricisti, gli idrici, i trasmettitori o marconisti, i ricognitori e le unità d’assalto, con gli artieri, gli zappatori e i guastatori. Si può dire che il ricorso agli emblemi della retorica fascista, a parte i fasci littori e i personaggi “statuari” (Cesare Augusto, Cicerone, Virgilio), è piuttosto contenuto e non prevalente.

Va però sottolineato che la loro notevolissima importanza storica deriva non solo dalle immagini celebrative e dalle rappresentazioni simboliche che contengono, ma soprattutto dalle vicissitudini subite nel corso del tempo dal complesso di edifici militari di cui faceva parte questo superstite e dalla successione di situazioni belliche, politiche e sociali che si sono verificate tra quelle mura. Con alcuni dettagli inaspettati

La ricostruzione grafica dei diversi soggetti sulle quattro pareti, che ho elaborato basandomi sugli appunti e sulle fotografie da me scattate nel sopralluogo del 14 febbraio 2005, consente di comprendere il significato dei diversi “quadri” e di tentarne anche una datazione. Lo stato di conservazione sufficientemente buono, con alcuni danni non gravi e alcune limitate fessurazioni, ha permesso di rilevare due principali manomissioni “volontarie” di due soggetti – quelli che ritengo siano stati i ritratti del re Vittorio Emanuele III e del capo del governo Benito Mussolini – che fanno supporre interventi posteriori alla caduta del fascismo (25 luglio 1943) e all’armistizio dell’8 settembre (dello stesso anno), che dovranno essere meglio indagati con riscontri da ricercare, ma che già appaiono di straordinario interesse storico e dal punto di vista politico e sociale. L’immagine del “duce” appare resa irriconoscibile (a parte la caratteristica posa) da una mano di pittura che lascia distinguere solo i contorni della figura: un’azione di rimozione che potrebbe essere avvenuta appunto dopo la prima data suddetta. Il viso di Vittorio Emanuele, invece, risulta abraso, con asportazione dello strato pittorico e di parte dell’intonaco, fatto che potrebbe essere stato un vero e proprio sfregio volontario, compiuto da qualche militare o civile indignato, dopo la fuga dalla capitale del re e del maresciallo Badoglio del 9 settembre 1943.

Oltre a ciò, i due cicli pittorici contengono alcune scene simboliche e rievocative (come la “Giornata della Fede” o “dell’oro alla Patria” del 18 dicembre 1935) ma soprattutto costituiscono una celebrazione del Soldato Italiano ed in particolare dei Caduti nella Prima Guerra Mondiale, con la straordinaria rappresentazione centrale della “Pietà laica”, ispirata a quella di Michelangelo, dove la bella ed ingenua immagine materna dell’Italia, la Madre Patria, sorregge il corpo del Milite Ignoto, componendo con i loro abiti il Tricolore, centro focale della parete principale della sala.

Un invito conclusivo agli amici lettori

L’imminente Festa della Storia, alla sua prima edizione civitavecchiese, vedrà impegnati numerosi gruppi di studiosi e le principali associazioni culturali cittadine (con diversi apprezzabili apporti esterni), in quella che probabilmente è la prima manifestazione unitaria di questo genere, peraltro da molti anni auspicata da tanti di noi. Speriamo che possa essere anche la ripresa, la riappropriazione, da parte della Città, dell’ente comunale, di un ruolo di promozione, di incentivazione e di coordinamento, che dovrebbe tornare ad essere svolto attraverso uffici ed organi qualificati e autorevoli, ma nella autentica applicazione del principio di sussidiarietà sancito dall’articolo 118 della Costituzione e, quindi, con la forte partecipazione della cittadinanza attiva, in quanto non proprietaria bensì custode dei beni comuni, per esercitare su questi un diritto di cura fondato sull’interesse generale e non sul proprio. Con il supporto, da un lato, del Ministero dei beni e delle attività culturali, della Soprintendenza e di altre istituzioni e, dall’altro, collaborando e sostenendo concretamente la ricerca, gli studi, la formazione professionale. Con la speranza che l’amore di tanti cittadini per la loro Città, i frequenti doni alla Città proclamati in innumerevoli occasioni, si tramutino in un unico, sincero, effettivo slancio che porti a superare le attuali divisioni, i pregiudizi, le gelosie. Ed anche a saper distinguere quelli che sono autentici e generosi gesti che arricchiscono il patrimonio collettivo da quegli «atti di esimia carità» tante volte millantati nel corso dei secoli, benché a tutto svantaggio degli interessi locali,

Il mio invito a tutti coloro che condividono queste idee, in conclusione, è di fornire un sostegno forte e chiaro alle iniziative per la tutela e la valorizzazione dei dipinti del Genio, del campanile di San Giulio e Sant’Egidio e di tutti gli altri obiettivi per la salvaguardia del patrimonio culturale comune, che va considerato nel suo insieme complessivo e non come tanti “luoghi del cuore” separati e isolati. La leggenda degli Orazi e Curiazi insegna.

5 La Piet+á

FRANCESCO CORRENTI