COS’E’ l’AUTONOMIA REGIONALE DIFFERENZIATA

di ANNA LUISA CONTU

È la richiesta di maggiore autonomia presentata da tre regioni, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna in base all’articolo 116, comma 3 della Costituzione che fu modificato con legge costituzionale nel 2001 da una maggioranza parlamentare di centro sinistra. Sottolineo questo punto perché la sinistra, lungi da opporre uno strenuo diniego alle richieste della Lega Nord per ottenere il federalismo, pensando di fermare l’assalto nordista all’integrità della nazione, apportò sostanziali modifiche al titolo V della Costituzione che concedeva la possibilità di ulteriori forme di autonomia alle regioni a statuto ordinario.

Nel febbraio 2018 il governo Gentiloni ha siglato, con le tre regioni che ne avevano fatto richiesta, delle pre-intese per il trasferimento di poteri in aree strategiche dell’ordinamento dello Stato quali scuola, sanità, lavoro, ambiente, infrastrutture, ricerca scientifica, beni culturali, previdenza integrativa, sicurezza sul lavoro, ecc. E’ interessante notare che il sottosegretario delegato alla questione era Giancarlo Bressa di Belluno allora nel gruppo parlamentare del PD e in questa legislatura eletto nel Sudtiroler Volkspartei – Autonomie e vicino alla Lega. Quando si dice avere perspicacia e fiuto ad affidare compiti delicatissimi alle persone “giuste”.

C’è anche da notare che l’ultimo governo Berlusconi (2008-2011) respinse le richieste di maggiore autonomia presentate in alcune materie da Lombardia, Veneto e Piemonte.

Durante gli ultimi governi di centro-sinistra, per dare forza alle loro richieste, Lombardia e Veneto, approvarono delle leggi regionali istitutive di referendum popolari consultivi. I referendum si tennero nell’ottobre del 2017, per la Lombardia votarono il 38% degli aventi diritto e il 95% votarono a favore di una maggiore autonomia; per il Veneto votarono il 57% degli aventi diritto e il 98% votò sì ad una serie di quesiti sull’autonomia che riguardava anche il trattenimento dell’ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai cittadini veneti alla fiscalità generale. La Corte Costituzionale, poi, bocciò il referendum veneto che aveva come quesito “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e sovrana?” Tanto per capire dove vogliano andare a parare coloro i quali si riempiono la bocca di autonomia uguale maggiore efficienza, migliori servizi e altre simili ipocrisie.

I referendum non erano vincolanti per lo Stato ma solo consultivi e furono usati politicamente dai Presidenti delle Regioni Lombardia e Veneto, cui, nel frattempo si era aggiunta l’Emilia Romagna con la sua richiesta di autonomia differenziata, per costringere il governo Gentiloni ad una negoziazione.

La procedura e l’espropriazione del Parlamento

Pochi giorni prima delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, con un tempismo che lascia basiti, il governo Gentiloni, per mano del sottosegretario Bressa (il sottosegretario bellunese passato nella sfera gravitazionale leghista) firma con ciascuna delle tre regioni delle Pre-Intese, molto simili tra loro. Per la procedura viene richiamato l’articolo 8 della Costituzione, cioè lo Stato, e per esso il Governo, tratta con le Regioni come trattò per le confessioni religiose, escludendo, quindi, il Parlamento che non avrebbe potuto né discutere né emendare le intese, che sarebbero sfociate in un disegno di legge governativo, ma soltanto approvarle con maggioranza assoluta. Esautorato il Parlamento, inconsapevole l’opinione pubblica, silenti i grandi giornali. Solo “il Mattino” di Napoli, “Il Quotidiano del Sud” e “Il manifesto” denunciano il pericolo di disgregazione del paese. Secondo la negoziazione le intese hanno durata decennale, non potranno essere sottoposte a referendum e la loro modifica deve avere l’accordo dello Stato e della Regione (quindi pensiamo saranno eterne).

Le Regioni sono molto voraci nelle loro richieste, chiedono competenze e risorse; il Veneto chiede l’autonomia in tutte le 23 materie previste dall’articolo 117 della Costituzione, lo stesso fa la Lombardia e l’Emilia Romagna in qualcuna di meno. Chiedono di trattenere i nove decimi di IRPEF, IRES e IVA.

Il governo gialloverde

Nella nuova legislatura, nel cosiddetto contratto di governo sottoscritto da Lega e Movimento 5stelle, al punto 20 si legge che è: “questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione di maggiore autonomia per tutte le regioni…. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie”. Ecco smascherata l’insipienza e la pericolosità del movimento 5 stelle che ha accettato l’inserimento dell’autonomia delle regioni a statuto ordinario nel contratto di governo, senza avere memoria che stava trattando con un partito, la Lega, che nel suo atto fondativo aveva la secessione.

La delega per questa materia è stata affidata alla ministra per gli Affari Regionali, Erica Stefani, una leghista della prima ora che urlava “secessione” nel pratone di Pontida. La ministra lavora in tutta segretezza, l’opinione pubblica non sa nulla di queste fantomatiche intese, il sito ufficiale del ministero è vuoto di informazioni, si sa solo che nell’ultimo Consiglio dei Ministri del 2018, il 21 dicembre, le bozze vengono presentate e saranno sottoposte al voto del Parlamento il 15 febbraio 2019.                    

Il velo strappato

Sono i professori, gli studiosi, gli economisti, i centri di ricerca, l’odiata elite intellettuale e della conoscenza, che smascherano il progetto leghista della secessione delle regioni ricche del nord sotto una falsa esigenza di maggiore efficienza nel governo di quei territori.  E infatti a febbraio non succede niente e tutto viene rimandato a maggio, mentre la segretezza delle Intese continua nel sito del ministero, ma qualche giornale ne riceve la bozza e quello che tutti leggono è devastante per il paese.

Il progetto subisce, quindi, accelerazioni leghiste e frenate del movimento 5 stelle all’interno del quale, soprattutto tra i deputati meridionali, comincia ad affacciarsi la consapevolezza del pericolo e il presidente della Camera, finalmente, richiama le prerogative del Parlamento nella discussione.  Il 19 maggio è indetto uno sciopero generale di tutti i sindacati della scuola, il primo dopo decenni, che viene cancellato perché nel frattempo il presidente del Consiglio firma un accordo con i sindacati di categoria in cui è detto, nero su bianco, che la scuola non entrerà nel progetto di autonomia. Questo accordo è stato poi smentito dal ministro dell’Istruzione Bussetti che ha in mente tutt’altro e che tratta con la ministra degli Affari Regionali quasi privatamente nell’assenza di un qualsiasi input del governo.

La Scuola nel progetto dell’autonomia differenziata

La richiesta di maggiore autonomia nel campo dell’istruzione porterebbe alla disgregazione del sistema educativo nazionale con la creazione di diversi sistemi scolastici, tanti quanti sono le Regioni che chiederanno l’autonomia.  Si cancella lo stato giuridico degli insegnanti, la contrattazione nazionale, l’unitarietà del reclutamento. Nelle bozze della ministra Stefani, le regioni mirano ad acquisire tutte le competenze su tutte le materie della politica scolastica: programmi, valutazione, alternanza scuola lavoro, formazione degli insegnanti, mobilità del personale, parità scolastica, organizzazione dell’offerta formativa. Quindi risorse, orari, piani di studio, contratti di lavoro, aggiornamento, reclutamento dei dirigenti sono REGIONALIZZATI. La scuola, l’istituzione per eccellenza che ha creato il cittadino italiano, il luogo in cui è massima l’applicazione del principio di uguaglianza, pilastro della nostra costituzione, diventerebbe il luogo in cui si sancisce la disuguaglianza tra gli italiani abitanti delle regioni ricche e gli altri. Perché una delle richieste deflagranti di Lombardia e Veneto è che l’80% dei tributi pagati annualmente allo Stato dai residenti di quelle regioni, rimanga sul posto, minando così il principio di perequazione e i valori solidaristici sui quali si basano i nostri ordinamenti.

Questo, secondo il professor Viesti, si configura come “una vera e propria secessione dei ricchi: le regioni a più alto reddito trattengono una parte maggiore delle tasse raccolte, sottraendole alla fiscalità nazionale. Il tema del residuo fiscale non è nuovo. Esso appartiene all’armamentario politico ideologico della Lega Nord, delle sue battaglie contro Roma ladrona e il Mezzogiorno”

Mi viene in mente che la disgregazione della Yugoslavia e la devastante guerra civile conseguente cominciò cosi, con le più ricche regioni del Nord, Slovenia e Croazia, a rivendicare il loro “diritto” a trattenere le risorse. Certamente nel caso della Yugoslavia ci furono anche forti motivi etnici e religiosi che noi italiani non abbiamo, fortunatamente, ma tant’è, quando politici mediocri e senza scrupoli soffiano sul vento dello scontento la risultanza può essere tragica.

Le Intese svelate

Mentre i sindacati confederali il 22 giugno organizzano una manifestazione nazionale a Reggio Calabria, città simbolo del “boia chi molla”, la rivolta fascista degli anni ’70 del secolo scorso, per ribadire il valore dell’unitarietà della nazione e chiedere un intervento del governo per il Meridione, il sito Roars.it pubblica le tre intese che non sono dissimili da quelle presentate a febbraio. Sono 200 e più pagine in cui vengono conferite alla tre regioni forme e condizioni di autonomia in tutti o quasi gli ambiti contemplati dall’articolo 117 della Costituzione, comprese materie non devolvibili alle Regioni senza avere dubbi di costituzionalità: coordinamento del sistema tributario, l’ambiente e le grandi opere di trasporto e navigazione, la produzione e distribuzione dell’energia elettrica, le norme generali sull’Istruzione.

Proseguono, intanto, le riunioni istituzionali tra i due partiti che compongono la maggioranza di governo. E mentre i presidenti delle Regioni richiedenti l’autonomia scalpitano e protestano che non accetteranno una “riformicchia”, le trattative tra i due partiti sono in stallo. Forse perché il Presidente del Consiglio Conte ha letto il documento  redatto il 19 giugno 2019 dal Dipartimento per gli Affari Giuridici e Legislativi  della Presidenza del Consiglio dei Ministri e intitolato ”Appunto per il Presidente del Consiglio dei Ministri” in cui è espressamente detto che  “ l’impatto del provvedimento su ambiti materiali di esclusiva competenza dello Stato” può “creare disparità di trattamento tra regioni o DIFFICOLTA’ NELLA LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE PERSONE E DELLE COSE  TRA I TERRITORI REGIONALI”. Infatti al demanio delle Regioni sono trasferiti tutte le strade, autostrade, strutture come ponti, viadotti ecc. della rete nazionali e che insistono sul territorio regionale. Quello che è stato costruito con i sacrifici di tutti gli Italiani viene incamerato a titolo gratuito da una piccola minoranza che potrebbe impedire la circolazione degli altri italiani.

 Sempre in questo documento leggiamo: “L’affidamento ad alcune regioni di servizi a forte contenuto redistributivo (istruzione e sanità) potrebbe portare ad un indebolimento dei diritti di cittadinanza”. Quello che dicevo sul ruolo della scuola nel godimento dei diritti e delle pari opportunità per tutti i cittadini.

Questo stesso documento osserva con preoccupazione il potenziale impatto che il riconoscimento di ampie forme di autonomia regionale avrebbe sulle amministrazione statali “IN TERMINI DI SOPPRESSIONE O RIDIMENSIONAMENTO DEGLI UFFICI E DELLE STRUTTURE”, detto in parole povere, competenze, strumentazioni e risorse trasferite alle Regioni determinano un sovrappiù di strutture e personale in esubero a livello centrale che dovrà essere ricollocato o licenziato.  Così come la richiesta delle risorse per finanziare l’autonomia, stante il bilancio dello Stato e l’invarianza della spesa, sottrarrebbe risorse alle altre regioni. Per questo l’economista Viesti parla di “secessione dei ricchi” e il presidente emerito della Corte Costituzionale Giuseppe Tesauro di “golpe tecnico” per la procedura dell’autonomia differenziata e “lo sfregio che questo progetto porta ai fondamentali dello Stato democratico ancorato ad una Costituzione rigida”. Le decisioni riguardanti tutti gli italiani sono rimesse nelle mani di pochi esponenti del governo e delle regioni richiedenti e quello che preordinano le intese pubblicate, non dal ministero, è la frantumazione delle strutture materiali e immateriali dello Stato.

I soldi.

La richiesta di autonomia differenziata delle tre regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna viene accompagnata dalla richiesta delle risorse necessarie per la sua attuazione. Per l’assegnazione delle risorse i due partiti componenti il governo si sono accordati per mantenere il criterio della spesa storica (che da qualche anno sta aumentando sempre più nelle regioni del Nord e che un’ampia documentazione prova essere sfavorevole al Sud) che tiene conto solo di quanto un ente ha speso l’anno precedente.  Questo rischia di peggiorare la disparità tra le regioni ricche e le regioni più povere. Per fare un esempio la spesa storica di un asilo nido a Casoria è zero, a Reggio Calabria è di 19 euro. Per lo stesso servizio il nord ha una spesa storica di tremila euro a bambino. Lo stesso accade nella sanità.

Infine, lascia perplessi il ruolo del presidente dell’Emilia Romagna, il dem Bonaccini che pur con qualche distinguo rispetto all’asse Lombardo-Veneto, che ha una coerenza eversiva di costruzione di un blocco secessionista del Nord, in realtà si fa complice di questa deriva secessionista, indebolendo la forza della risposta che il suo partito dovrebbe avere.

Nelle 200 e passa pagine delle Intese la sostanza è la regionalizzazione della scuola, la scomparsa del servizio sanitario nazionale, la fine delle normative nazionali per l’ambiente, parcellizzazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, regionalizzazione della ricerca scientifica e tecnologica, così come delle norme sull’urbanistica e assetto del territorio, regionalizzazione della previdenza complementare. Veto regionale sulle nuove infrastrutture e incameramento nel demanio regionale delle infrastrutture statali, a titolo gratuito.

Pertanto questa autonomia non è emendabile, deve essere ritirata.

La repubblica è in pericolo nella sua integrità e unitarietà statuale. È compito di ogni cittadino operare perché questo progetto, e le sue disastrose conseguenze, venga respinto nella discarica della Storia.

ANNA LUISA CONTU