“UOMINI, MEZZ’UOMINI, OMINICCHI, PIGLIAINCULO E QUAQUARAQUÀ”. OVVERO, IL VENTO DEL GREGGE

 di DARIO BERTOLO ♦

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 “Ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre.” 

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Quasi 60 anni fa, Leonardo Sciascia terminò di scrivere “Il giorno della civetta”, lo straordinario romanzo che rappresentava in modo nitido e peculiare lo spaccato sociale, culturale e antropologico della Sicilia mafiosa post bellica. Il brano riportato all’inizio è forse uno dei passi più famosi del libro, soprattutto per quanto riguarda la descrizione dei “quaquaraquà”, peraltro ripreso a gran forza nella celebrata scena dell’omonimo film di Damiano Damiani del 1968.

Per l’appunto i quaquaraquà. Diretta evoluzione degli ominicchi, in realtà hanno origini relativamente recenti, perlomeno sin da quando determinati valori morali della società civile hanno iniziato una lenta e rovinosa decadenza. Esempi significativi sono riconducibili alla lunga stagione politica della Prima Repubblica del dopoguerra fino ad arrivare ai nostri giorni, con i sorprendenti 526 “cambi di casacca” (297 alla Camera, 229 al Senato) avvenuti nella XVII legislatura. 

Pur essendo di aspetto normale, e quindi di non facile riconoscimento, questi prediligono muoversi in ambienti particolari, preferibilmente in contesti medio borghesi o imprenditoriali. Le capacità camaleontiche proprie della specie si esaltano quanto più l’ambiente sociale circostante è instabile, poco controllato o addirittura miasmatico, il che accresce notevolmente la possibilità di diffusione del pensiero filo opportunista alla base della propria filosofia comportamentale. La massima sublimazione dei quaquaraquà (e in parte anche degli ominicchi) si determina spesso in occasione di particolari periodi e in special modo quelli che coinvolgono le comunità attraverso consultazioni democratiche, sia istituzionali che di opinione. La straordinaria capacità di non possedere il benché minimo vincolo morale di coerenza riguardo idee,  situazioni  e persone porta la specie a schierarsi con chiunque abbia, in quel momento, le possibilità di affermazione più elevate. La stessa che potrebbe garantire la sopravvivenza anche nei casi sporadici di rigetto da parte dell’organismo aggregato.

Abitualmente i quaquaraquà non sono mai soli. Il genere aggrega e coinvolge di continuo nuovi adepti, forti di una degenerazione intellettuale e culturale dilagante nella società moderna che tollera e anzi in molti casi favorisce la genesi e l’evolversi di tali individui. Da qui “il vento del gregge”. Perché così come un gregge di ovini e caprini, ignaro e consenziente, anche le persone di cui il quaquaraquà si circonda e circuisce seguono il vento che il pastore capo indica, nella speranza, spesso vana, di avere un destino migliore di quello di finire cucinati o peggio abbandonati.

Purtroppo sembra non esistere una cura certa per questo tipo di sintomatologia comportamentale deviata. Anzi, secondo recenti studi, le percentuali di nuovi casi sono in continuo aumento. Quindi che fare? Probabilmente l’unico rimedio efficace rimane quello dell’isolamento pubblico, una sorta di confinamento delle persone affette al di fuori di tutti i canali comunicativi interpersonali, in quelli associativi e, sicuramente, in quelli istituzionali e politici dove, sembra, ci sia la maggior parte di soggetti a rischio. D’altronde anche nei secoli bui del medioevo si ricorreva a questa pratica per isolare e debellare peste e colera. Un lazzaretto sociale dove i quaquaraquà e le proprie sottospecie possano essere neutralizzate attraverso anche pratiche estreme come il pubblico lubridio.

Va da sé che anche qui da noi, in quella che una volta  veniva definita una città d’incanto, non manchino tali figure e figuri. Anzi, il moltiplicarsi, negli ultimi tempi (anche recentissimi) di casi riconducibili al fenomeno citato ha fatto scattare un allarme diffuso, soprattutto tra quelli che hanno pensato che accogliere i (più o meno noti) transfughi facesse da contraltare alla ben nota intransigenza sovranista verso il respingimento di migranti o l’accoglienza umanitaria. Il rischio non considerato è quello, in caso di giro inopinato dei venti politici o d’opinione, di una reiterazione dell’esercizio ginnico del salto all’indietro con capriola (e saluto) finale.

Proprio per questo è necessaria una campagna di informazione seria, che metta al corrente la popolazione sui rischi e i danni che quaquaraquà, ominicchi e anche i mezz’uomini possono causare al tessuto sociale, imprenditoriale, culturale di comunità complicate e problematiche come quella civitavecchiese.

Se questo accadrà, anche il gregge potrà finalmente essere libero di muoversi senza essere schiavi del vento.

Ps: A chiunque si senta offeso o denigrato dal termine fonosimbolico dispregiativo o abbia una velata sensazione di appartenenza alla specie citata da Sciascia, dico che per quanto mi riguarda ritengo che i valori di coerenza di pensiero e di lealtà verso persone e movimenti debbano avere una importanza morale ben maggiore dell’effimera ambizione personale, peraltro in molti assolutamente ininfluente. E questo motiva ampiamente il disprezzo  e lo svilimento verso di loro.

Pertanto a questi consiglio la lettura attenta del romanzo e di questa mia riflessione, condivisa anche da tanti amici che, per fortuna sono molti di più di quanto si creda. Ma non nutro alcuna speranza di redenzione.

DARIO BERTOLO