LA RIVOLUZIONE GENTILE DELLO SPORT PER TUTTI – QUATTRO STORIE PER RACCONTARLA (4. GRAZIA CUORE E MARTELLO) 

di NICOLA R. PORRO ♦

Grazia cuore e martello

La ricerca applicata allo sport distingue fra sport sociale e sport per tutti propriamente inteso. Quest’ultimo rappresenta quell’insieme di attività che possono essere adattate e persino personalizzate per includere virtualmente tutti i cittadini dello sport “nessuno escluso”. Con la definizione di sport sociale intendiamo invece pratiche ed eventi che ricorrono allo sport per suscitare attenzione a problemi sociali o promuovere campagne di solidarietà. La “partita del cuore” giocata periodicamente da atleti e personalità del mondo dello spettacolo per raccogliere fondi con finalità benefiche è un classico evento di sport sociale, ma non di sport per tutti. Il caso di Grazia, la pallavolista ribelle che rinuncia a una carriera nell’alto livello per impegnarsi nel servizio sociale, testimonia un’esperienza di frontiera fra sport agonistico e sport per tutti. Sta insomma a rappresentare la complessità e la varietà delle motivazioni e delle esperienze che convivono, non senza contraddizioni, nell’universo culturale e sociale dello sport contemporaneo.

A Grazia M., quando aveva appena conseguito il diploma, avevano proposto di fare l’indossatrice. Merito delle lunghissime gambe e di quegli incredibili capelli rossi ereditati dalla madre friulana. Ma Grazia, romana acquisita e ribelle per vocazione, aveva altri interessi. La pallavolo, prima di tutto. E poi quel bisogno di rendersi utile al prossimo che gli aveva trasmesso il suo “quasi papà”, il signor Alcibiade, consulente immobiliare di Primavalle, che aveva sposato in secondo nozze la mamma di Grazia, rimasta vedova quando lei era piccolissima. Un cattolico praticante e un po’ bigotto, che scuoteva sconsolato la testa osservando i poster del Che e la collezione di fanzine alternative che occupavano nel massimo disordine gran parte della piccola stanza di Grazia. Alcibiade era un uomo generoso, di quelli che trovavi in tutti i luoghi del dolore, con la Caritas, con la Protezione civile, con i volontari della solidarietà. Per la moglie era Sant’Alcibiade degli sfigati. Per Grazia un esempio da contestare e da imitare, in una complicata miscela di sentimenti irrisolti. All’istituto tecnico Grazia andava così così. Promozione sempre in bilico se allo scrutinio finale non fosse immancabilmente intervenuta, a salvarla, l’appassionata perorazione della Liberati. La professoressa di educazione fisica, che ai suoi tempi era stata nazionale juniores di pallavolo, si presentava allo scrutinio finale armata di tutti i trofei, le targhe e le medaglie di cui la squadra femminile dell’istituto faceva razzia quando Grazia decideva di fare sul serio, si piazzava sotto rete e sotterrava di schiacciate imprendibili la squadra avversaria. “E dove lo trova il tempo, povera figlia, per studiare ragioneria come pretendete voi? Lei che un futuro ce l’ha assicurato: tempo due anni e ce la troviamo in A1!” 

Poi un diploma senza infamia e senza lode (42) e il problema di proseguire gli studi. Il corso di laurea in Scienze motorie non la entusiasmava. Meglio Servizio sociale, dove pensava di imparare un mestiere che potesse essere utile agli altri. Tirocinio alla Caritas, con gli immigrati reclutati da Alcibiade che Grazia sottopone a faticose interviste focalizzate e ai quali, per farsi perdonare, regala i biglietti per le partite di pallavolo. Tesi di diploma in legislazione sociale, una mesta sequenza di concorsi persi, la tentazione di raggranellare qualche soldo giocando a tempo pieno o recuperando il numero di telefono di quello stilista che l’aveva perseguitata per sei mesi di fila. Poi una bella sorpresa. Un concorso l’ha vinto: assistente sociale in prova presso l’istituto minorile di Casal del Marmo, nemmeno troppo distante da casa dei suoi. E qui Grazia la pasionaria comincia a fare i conti con un’umanità sofferente di ragazze e ragazzi difficili, così lontani dagli stereotipi costruiti con le quattro coordinate dell’ideologia. E bisognosi di un’attenzione e di un aiuto che non si imparano sui manuali di sociologia della devianza. Qui conosce tante storie, tanti volti. Qui incontra Miriana, la zingara macedone. Una ladruncola di diciassette anni, beccata per la quarta volta in una settimana a sfilare portafogli sul 64. Miriana è quella che risponde a monosillabi, che rifiuta il cibo, che prende a calci la psicologa, che si chiude in bagno per non parlare con don Ivano. Solo Grazia fa breccia nel muro della sua diffidenza di adolescente. Non Grazia l’assistente sociale, ma la pallavolista. Nel campetto dell’istituto le insegna il servizio, il palleggio, le regole del gioco. Quelle regole che nella vita di Miriana non ci sono mai state. Quelle che forse la aiuteranno a capire le differenza fra una vita libera e una vita randagia. Incredibile: Grazia la sovversiva “si è fatta Stato” con un pallone da volley. Poi Miriana è uscita, di lei si sono perse le tracce. Fino a che, dopo due anni, non arriva una cartolina da Ravenna. E’ indirizzata a Grazia e scritta con una grafia incerta e spessa, a caratteri stampatelli. “Ciao Grazzia, bella pallavolo. Miriana no ruba”. Chissà se è vero, ma Grazia – che adesso ha trentasette anni e a Casal del Marmo ha messo radici da tanto tempo – vuole crederci. Nella sua bacheca la cartolina con S. Apollinare finisce al posto d’onore, fra la foto con Mazzanti e le ragazze della nazionale. E’ la sua medaglia olimpica. Diversa da quella che aveva vaticinato per lei la professoressa Liberati, difendendola dalle bordate del collega di ragioneria. Ma va bene così.

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NICOLA R. PORRO