LA RIVOLUZIONE GENTILE DELLO SPORT PER TUTTI – QUATTRO STORIE PER RACCONTARLA (3. GUIDO SENZA MALINCONIA) 

di NICOLA R. PORRO

Quella di Guido è la storia di un pensionato malato di solitudine che, grazie all’associazionismo di sport per tutti, diviene un nuovo cittadino dello sport. O meglio: di quelle attività pensate per restituire efficienza fisica ma soprattutto motivazioni psicologiche e relazioni interpersonali al popolo della terza età. Una comunità demograficamente e culturalmente composita ma che – a partire agli ultimi decenni del Novecento e in relazione alla crescita delle aspettative di vita – ha acquistato dimensioni socialmente imponenti nelle cosiddette società postindustriali. Guido non ha mai vissuto un’esperienza di pratica attiva anche se è un vecchio tifoso di calcio. L’incontro con lo sport di cittadinanza sarà per lui la scoperta di un’attività gratificante, destinata non tanto a lenire o prevenire gli acciacchi dell’età quanto a offrirgli un’impensata opportunità di socializzazione.

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Guido C., classe 1938. Abita a Torino, Barriera San Paolo. A pochi centinaia di metri da quella fabbrica dove ha trascorso quarant’anni della propria vita. Un appartamento di poche stanze, divenuto troppo grande dopo che una malattia fulminante, sei anni fa, gli ha portato via la sua Pina. Una figlia che vive lontano, sposata con un capotecnico di Foggia e che non gli ha dato nipoti. Una biografia fatta di ricordi semplici e di appartenenze forti. Stanno tutti diligentemente incorniciati nel corridoio. Il diploma di merito dell’Associazione alpini d’Italia (Battaglione Susa), la prima tessera della Fiom, il gagliardetto del Torino. Quelle appartenenze hanno scandito tutta la vita di Guido, con la regolarità di una linea ferroviaria. La settimana in fabbrica – una modesta carriera in reparto – e, la domenica, alla partita del Toro, quando il Toro giocava in casa. Le assemblee del sindacato: Guido sempre puntuale, assorto e di poche parole (“quattro anni delegato in commissione interna, quando in fabbrica comandavano i sindacati gialli”).

L’appuntamento annuale al raduno nazionale degli alpini. Con la sua Pina ad aspettarlo, borbottona e paziente. Poi lei se n’è andata e Guido è rimasto in barriera. Solo, un po’ depresso, metodico come quando in fabbrica organizzava i turni al reparto assemblaggio. La sveglia presto (“a noi vecchi succede così”), la passeggiata al Valentino nuovo, la spesa sotto casa, il primo pomeriggio dedicato alla lettura della “Stampa”. Qualche volta, il sabato tira fuori dal garage la vecchia Uno metallizzata, scrupolosamente protetta con il sacco plastificato (“altrimenti si rovinano le cromature”) e va a trovare la sorella, che vive a S. Stefano Belbo con il marito panettiere. Un posto tranquillo, con boschi che promettono funghi quando piove moderatamente. Da un paio d’anni quell’omone mite e un po’ schivo ha una vittima designata: il dott. Berselli, medico di famiglia (“uno scienziato, lui aveva capito tutto del male di Pina, se i professoroni del Policlinico gli avessero dato retta…”). 

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Vuole misurarsi la pressione tutti i giorni, chiede le pillole magiche che hanno rimesso in sesto quel rottame del Carlino, ha letto sulla “Stampa” che alla sua età bisogna fare il test per la prostata ogni sei mesi…Finché il dott. Berselli si toglie gli occhialini e, pazientemente, gli spiega il significato della parola ipocondria. Va a colpo sicuro, il dott. Berselli. Sa come trattare quell’omone taciturno che per quarant’anni era andato al lavoro anche con la febbre a trentotto. Uno che in ambulatorio era venuto un paio di volte nella vita, ma che era sempre il primo a presentarsi se serviva di donare un po’ di sangue. “Ma non ti vantavi, sino a qualche anno fa, di essere ancora il migliore ballerino del Cral? E non ti ricordi di quando al raduno ti sei caricato in spalla quell’alpino di Rovereto in overdose da grappa? Ti devi muovere! Ti metto io in contatto con chi li rimette in funzione i bestioni melanconici come te”. Così Guido, obbediente ai comandi del dott. Berselli, ha scoperto le attività motorie per la terza età. Un po’ di palestra (“al principio mi vergognavo, sa, ma poi ci si riesce: vedi quelli più vecchi di te e, alla fine, ti diverti”), gli incontri con gli “esperti” (“credevo di rompermi le balle, invece ho imparato cose interessanti, per esempio che le medicine ti invecchiano la testa…”) e, poi, il momento di gloria. 

Quando la sua Associazione (“tutti quanti, mica solo noi anziani”) ha organizzato “Movimento senza età” in Piazza Castello, con tanto di gare di ballo. E lui si è esibito con una ragazza di Settimo e hanno avuto più applausi di quando segna il Gallo (“il Toro non lo tradisco, sia chiaro”). Adesso Guido ha un sogno che sta per realizzarsi. La pensione non è granché, ma basta per un fine settimana – in bassa stagione – a Barcellona. Organizza tutto l’Associazione, per la prima volta Guido salirà su un aereo. Dicono che la città sia bella: c’è una strana chiesa incompiuta, una lunga passeggiata alberata, il porto rifatto per le Olimpiadi. E poi la serata con paella e sangria. Ma quello che attira veramente Guido è l’appuntamento al Barrio Gotico, davanti alla cattedrale. Dove dicono che il sabato pomeriggio si riuniscano a centinaia, giovani e anziani, a danzare la Sardana. Ognuno con il suo passo e i suoi tempi, lenti o veloci. Ma tutti insieme, prendendosi per mano in circolo. Chissà come funziona. Magari, dopo, ci cimentiamo anche noi: facciamo la Monferrina in trasferta!

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NICOLA R. PORRO