La rivoluzione gentile dello sport per tutti  – Quattro storie per raccontarla (2. Chicca no limits)

di NICOLA R. PORRO

Le pratiche no limits, o sport estremi, dividono da quasi mezzo secolo il movimento dello sport per tutti. La filosofia della sfida, il gusto di mettersi alla prova misurandosi con un ambiente naturale difficile, rischioso, talvolta ostile, la cultura del “nothing impossible”, possono sembrare poco coerenti con l’etica dello sport sociale. E soprattutto con il principio “nessuno escluso” che ispira le pratiche di cittadinanza. Qualcuno vi rintraccia gli spiriti animali del titanismo, pulsioni narcisistiche che sconfinano nell’ideologia del super-uomo, un bisogno di varcare il limite violando il tacito patto di non aggressione che lo sport per tutti istituisce con l’ambiente. Altri considerano invece il no limits una forma di ritorno alla natura che educherebbe proprio a un rigoroso rispetto dell’ambiente, sollecitandone la conoscenza e sperimentando insieme il fascino e la vulnerabilità dell’ecosistema. A conferma, si ricorda come i suoi cultori competano sempre con se stessi cimentandosi con i corpi limiti e facendosi spesso promotori di campagne ecologistiche.  Quelli che sono (impropriamente) chiamati sport estremi sollecitano insomma  un confronto che ancora una volta dimostra quanto lo sport possa intercettare e interpretare domande, bisogni culturali e suggestioni che le scienze sociali hanno battezzato postmaterialistiche. 

L’immaginaria (ma non troppo) storia di Federica non ha la pretesa di rappresentare un caso esemplare. Racconta piuttosto un’esperienza di nuova sportivizzazione nel tempo della tarda modernità che interroga anche lo sport di cittadinanza. 

Federica G. L. ha un cognome importante e un lavoro che non le piace: videoterminalista in un call center di Milano. Tutto il giorno per tutti i giorni fra mouse e telefono, a smistare richieste e archiviare dati. A ventisei anni, con una laurea in Scienze dell’educazione, non è il massimo. Ma è meglio di niente. Federica – per gli amici Chicca – è minuta, ordinata, sorridente. Il suo look è blandamente trasgressivo: un ciuffo di capelli arancione e un piercing che si rivela solo al mare, d’estate, quando si può impunemente mostrare in pubblico il proprio ombelico. Il sabato le sue amiche vanno dal parrucchiere, a farsi una pizza in centro e poi in discoteca con il ragazzo. È difficile che Chicca sia della partita. E tutti a chiedersi, in ufficio e fuori, perché un tipetto così, graziosa e socievole com’è, faccia tanto la preziosa. Non mancano i pettegolezzi. Chicca che frequenta uno strano giro. Chicca che ha una misteriosa storia in Svizzera. Chicca che ha un fratello nei centri sociali e chissà cosa combinano. In verità, lei un mistero ce l’ha. O meglio, una passione che preferisce tenere nascosta. E che condivide con gente un po’ strana. Un segreto ben custodito da tre-quattro anni, dai tempi dell’università. Quando, per la prima volta, accettò di accompagnare in una gita sulle montagne ticinesi Heinz, il ragazzo di Stoccarda conosciuto a Selvino a una manifestazione di Acquaviva dove era andata per sottrarsi a un pomeriggio di noia domenicale nella casa di vacanza dei genitori. 

Heinz si era rivelato un tipo simpatico. Parlava come i tedeschi delle barzellette e la corteggiava timidamente raccontandole la sua passione. Andare in giro per l’Europa a fare “cose da scemi”, nella pragmatica valutazione del caso che Chicca aveva trasmesso alla madre durante le rituali confessioni del cuore, rientrando a Milano la sera, incolonnati sull’autostrada. Cose da scemi come gettarsi su un gommone nelle rapide dei fiumi alpini o librarsi in volo appeso a una vela colorata. Come andare in Provenza in autostop, armato soltanto di un sacco a pelo, per scalare a mani nude delle fantastiche pareti di roccia, verticali come un filo a piombo. Poi c’era stata la gita a Monteceneri a vedere Heinz che si cimentava con l’ultimo modello di parapendio. E un’irresistibile voglia di provarci. La prima volta di Chicca fu un volo in caduta sulle Prealpi. L’ebbrezza, una strana euforia, il call center lontano, dimenticato per un pomeriggio di primavera. Poi era venuto il corso di rafting nelle rapide della Val di Sole ad agosto, con Heinz a farle da istruttore urlando comandi in un tedesco stentoreo e un po’ minaccioso. La schiuma del torrente a bagnarle il viso, il cuore che si stringe alla prima rapida, quell’incredibile tabooga in mezzo ai boschi. 

E così tutti i fine settimana, o quasi. Heinz prepara la spedizione, inventa e sperimenta cose da scemi sempre nuove. E Chicca entusiasta, eccitata, “fidelizzata” al gioco, come avrebbe detto lo specialista di formazione aziendale del call center. Il suo piccolo segreto custodito nell’appartamentino di Lambrate che adesso divide con Anna, la ragazza calabrese che studia Medicina alla Cattolica. Anna è stata a lungo la sola, fuori della famiglia e di Heinz, a conoscere il mistero di Chicca. Anche perché bisognava farle digerire tutto quello spazio nell’armadio comune occupato da tute di neoprene, elmetti, cinturoni galleggianti e attrezzi di ogni genere in cui Chicca aveva investito tutti i suoi risparmi. Finché un giorno Heinz non l’aveva sedotta con la sua ultima trovata: lo sci-alpinismo in Val d’Aosta. “Very, very exciting” – aveva promesso Heinz, che quando voleva dare solennità alle proprie affermazioni usava l’inglese – e così era stato. Ma la sera, tornando a valle in mezzo a un gruppo di gente che fa cose da scemi come Chicca, li becca una troupe di una rete nazionale che sta facendo un’inchiesta sulle pratiche estreme. Inevitabile la domanda dell’intervistatrice: “Chi è il più spericolato qui in mezzo?”. E tutti a indicare lei, la ragazzina dal viso stanco. La zoomata conclusiva del servizio inquadrava un sorriso imbarazzato sotto quel buffo ciuffo arancione. Il lunedì successivo, svelato il mistero dei week end, trovò alla sua postazione una nuova targhetta: i colleghi l’avevano ribattezzata Chicca no limits. 

NICOLA R. PORRO