A QUANDO LA PARITA’?

di STEFANO CERVARELLI ♦

Nel precedente articolo parlai della differenza esistente nello sport tra professionisti di “diritto” e professionisti “di fatto” indicando nei primi quelli che godono delle coperture contrattuali e nei secondi tutti quelli che, uomini e donne, pur praticando attività sportiva a tempo pieno e con totale disponibilità, non godono dello status di professionisti ma bensì sono considerati semplicemente dilettanti, siano detentori di titoli mondiali, olimpici, nazionali.

Dissi che questo poteva avvenire sulla base di una legge di quasi 40 anni fa, che permette al C.O.N.I. e alle federazioni di poter sceglier tra professionismo e dilettantismo, a prescindere dall’importanza delle proprie specialità. La conseguenza di questo stato di cose è che campionesse come la Pellegrini o campioni come lo fu Mennea, sono e sono stati sempre considerati dilettanti, al pari di un qualunque amatore.

Questa volta vorrei porre in evidenza di come, ad una situazione di base che le vede coinvolte al pari dei loro colleghi maschi, siano poi le donne ad essere più penalizzate.

Prima di proseguire voglio ricordare che gli sport attualmente considerati professionistici sono solo quattro: calcio, basket, ciclismo, golf. Solo quattro su un totale di 60 federazioni, tenendo, tra l’altro, differenziazioni al loro interno.

Ad oggi nessuna disciplina sportiva femminile è professionistica e di conseguenza nessuna atleta può essere considerata professionista neanche, come dicevo prima, se gareggia in un mondiale, ad una Olimpiade.

Diceva Josefa Idem, ex canoista, ex campionessa olimpica ed ex ministra per le pari opportunità: “Non importa se ti alleni un’ora o dieci ore al giorno per preparare una gara, la fatica è la stessa dei nostri colleghi uomini, ma a differenza di loro restiamo solo dilettanti”.

Se precedentemente, in tempi che cominciano ad essere lontani, si poteva giustificare questa differenziazione con l’assenza di grandi numeri (atlete praticanti, scarsità di pubblico, poco interesse dei mass-media) oggi questo discorso non si può più fare in quanto ci sono discipline sportive femminili dove il numero delle praticanti è aumentato e discipline sportive dove addirittura la presenza delle atlete supera quello dei maschi  (ad esempio la pallavolo) per non parlare poi di quelle specialità (scherma) ove le ragazze portano il maggior contributo di successi. Senza dimenticare il nuoto dove il 45% sono donne, la ginnastica dove lo sono l’89% e proprio in questi giorni, poi, stiamo assistendo all’esplosione del calcio femminile con un numero sempre maggiore di praticanti e di pubblico. Per non parlare poi della crescente popolarità del rugby femminile.

Non è certo mia intenzione porre a confronto le cifre del mondo sportivo femminile con quello maschile specialmente in fatto di audience, ma soltanto porre in evidenza che quello che una volta faceva parte dell’immaginario collettivo, ossia che per le donne non c’era lo stesso impegno “professionistico” degli uomini, oggi non ha più ragione di esistere.

Le atlete, in tutte le discipline sportive che esercitano, sono professioniste al pari dei loro colleghi.

E per questo, per vedere riconosciuta questa parità, hanno iniziato a combattere sempre più con maggiore decisione. Una petizione lanciata dalle giocatici di rugby, che ha raccolto più di 28.000 firme, è stata inviata al Presidente del Coni Giovanni Malagò con la richiesta di sanare la situazione. Una situazione che, ripeto, non permette alle donne di essere considerate professioniste anche laddove il professionismo esiste.

Basterebbe poco. Basterebbe inserire, nel testo di legge, accanto al termine “atleti” la parola “atlete” nella definizione dei professionisti e di conseguenza il divieto di descrizione.

Per la verità un paio di tentativi ci sono stati. Prima con la deputata del Pd Laura Coccia – ex atleta paralimpica – e poi al Senato per mano della vicepresidente Valeria Fedeli nel 2015.Il ddl andò anche in Commissione Istruzione pubblica e beni culturali, ma poi tutto è rimato fermo lì.

Si dirà:” Ma perché le atlete insistono tanto per essere professioniste? In fin dei conti, pur senza esserlo non possono lamentarsi dei loro introiti, alcune addirittura sono molto ricche quanto i professionisti”. Giusta osservazione se la differenza di “stato” fosse solo in termini monetari, ma non è così.  Non importa se si guadagnano 500 o 50.000 euro al mese, quello che interessa è il riconoscimento dello status di atleta. I “lauti” guadagni poi ci sono solo per le campionissime, mentre molte altre atlete, pur praticando sport a tempo pieno e quindi per lavoro, non godono degli stessi vantaggi delle colleghe; qui inizia la parte più “calda” del discorso, quella riguardante la tutela prevista da un regolare contratto e non clausole-alcune delle quali veramente squallide-come quelle incluse in una semplice scrittura privata che viene sottoposta alla donna al momento della firma, come vedremo più avanti.

 Ai non professionisti (in questo caso includiamo anche i maschi) viene offerto un rimborso spese che, come è facile immaginare, non è la stessa cosa di uno stipendio contrattuale. Mancano norme previdenziali, l’assistenza sanitaria in tanti casi lascia a desiderare, mancano assicurazioni e dove ci sono, fatti salvi particolari casi, non danno copertura adeguata. Certamente ci sono atleti ed atlete che possono provvedere personalmente a queste incombenze, ma pure i professionisti con quello che guadagnano potrebbero provvedere da soli, perché allora per loro ci devono essere-a parità di lavoro- garanzie e tutele che altri non hanno?

Dice Luisa Rizzitelli, Presidente di Assist, associazione che porta avanti la battaglia per l’ingresso delle donne nello sport professionistico: “Non è solo questione di titoli, ma anche e soprattutto di tutele, essere professioniste permette di accedere alle garanzie previdenziali, sanitarie, contrattuali, prevista per i lavoratori del settore, compreso il Tfr a fine carriera” poi aggiunge: ”Anche nei rimborsi spese che non sono altro che compensi in nero, comunque esiste disparità tra atlete e atleti, (si parla di un 30% in meno) giustificato dal fatto che gli avvenimenti sportivi femminili attraggono di meno di quelli maschili. Diversi casi negli ultimi tempi hanno dimostrato che non è esattamente così. Inoltre, a causa delle decisioni del CONI e delle Federazioni, ci troviamo nel paradosso di non poter usufruire di una legge delle Stato: è “incostituzionale “.

Prima accennavo a clausole squallide contenute nelle scritture private che tante società, purtroppo, sottopongono alle donne al momento del tesseramento. Spaziano in ogni campo: dal regime di vita, all’alimentazione, ad obblighi e doveri che ogni società diversifica in base alle proprie convinzioni.

Ma ce n’è una di queste clausole che fa rabbrividire, motivo di triste argomento e giusto risentimento da parte delle atlete. Si tratta della cosiddetta clausola anti-gravidanza che prevede la rescissione dl contratto in caso di maternità.

Incredibile ma è così. Tante società al momento della stesura della scrittura privata inseriscono l’impegno da parte dell’atleta di non restare incinta, pena l’esclusione dalla squadra e la sospensione del compenso pattuito.

Sentiamo ancora Luisa Rizzitelli:” Finché giochi ricevi un compenso dalla società, se rimani incinta vai a casa e non hai più diritto a niente. Se vuoi giocare devi firmare queste clausole; io- giocavo a pallavolo-le ho firmate”.

Alcune sportive, di livello alto, raccontano che al momento della firma della scrittura privata è stato addirittura detto loro:” Mi raccomando, due cose non devi fare: andare in galera e restare incinta”. Semplice battuta? Se fosse così sarebbe una battuta indubbiamente di pessimo gusto.

Cosa fare contro questa idiozia?

Dice la Idem:”Il Coni ha dato delle direttive per quanto riguarda la maternità delle atlete, ma solo poche federazioni le hanno recepite. Ad esempio, ha proposto di “congelare” il Ranking (punteggio maturato nelle classifiche) nel periodo in cui l’atleta è ferma per gravidanza e maternità “in maniera tale che al suo rientro alle gare l’atleta non si trovi a dover ricominciare da capo.”

L’ultimo caso più eclatante di esclusione per maternità ha avuto come protagonista Nikoleta Stefanova, campionessa italiana di tennis da tavolo che, per essersi assentata, in seguito alla maternità, dai ritiri previsti dalla Federazione, è stata esclusa dalle Olimpiadi di Rio con il risultato che l’Italia non ha avuto rappresentanza in quella disciplina, perdendo così la possibilità di conseguire un buon piazzamento.

Risolvere il problema non è affatto facile anche se le proposte certo non mancano.

Per la Rizzitelli il nodo della questione è nel non riconoscere lavoro quello che di fatto invece lo è. Dice:” Fa comodo scappare dal professionismo, ma qui si tratta di vedere riconosciuti i propri diritti, senza distinzione di genere. Quindi rivedere la legge 91 del 1981”. Ma come abbiamo visto tentativi in quel senso non hanno finora portato a nulla.

Anche Tito Boeri, ex Presidente dell’Inps, affrontando l’argomento, ha parlato della necessità di elargire i contributi previdenziale obbligatori a tutti gli sport.

Con la Di Centa – ex campionessa olimpica di sci di fondo – torniamo al problema di tutte quelle atlete che, a prescindere dai successi, devono interrompere la carriera per maternità. La sua risposta è molto semplice: “Oggi, purtroppo, non ci sono soluzioni”.

Qui torniamo a quello che già dissi nel precedete articolo e che cioè l’unico modo che hanno i “dilettanti”, uomini e donne, per ottenere garanzia di tutela è entrare a far parte delle forze armate o di un corpo di polizia, in questo modo trovano anche uno sbocco lavorativo al momento, per qualunque causa, dell’interruzione della carriera.

Che tutto il mondo sia paese (con le dovute differenziazioni però) lo dimostra il fatto che negli Usa le giocatrici della nazionale femminile di calcio – attuali campionesse del mondo – si sono ribellate alla loro Federazione, rea di un trattamento assolutamente poco equo con i loro collegi maschi.

Pur essendo loro detentrici di titolo e godendo di una maggiore notorietà sia in patria che all’estero, le calciatrici statunitensi percepiscono un compenso globale di 30 milioni di dollari a fronte dei 400 milioni percepiti dai colleghi maschi.

Le atlete – giustamente- hanno scelto per loro rivendicazione il momento più propizio in quanto a giugno si terranno in Francia i campionati mondiali con buonissime probabilità da parte loro di riconquistare il titolo. Una loro non partecipazione negli USA avrebbe del clamoroso, tanto più che in quel Paese è molto sentito il problema della parità delle donne nello sport.

Contemporaneamente “rumori” di battaglie femminili, riguardanti sempre lo stesso tema, arrivano anche dall’Argentina, dove sembrerebbe che le ragazze abbiano ricevuto anche il sostegno dei colleghi maschi: che lì contano.

Approfittando della pazienza di chi legge vorrei dire ancor una cosa.

A leggere quanto scritto sembrerebbe che ci si trovi davanti ad una  questione sorta recentemente. Bene, il parlamento di Strasburgo con una sua risoluzione chiedeva agli stati membri di assicurare alle donne pari accesso alla pratica sportiva, di sostenere lo sport femminile, di sopprimere la distinzione tra pratiche maschili e femminili, di garantire gli stessi diritti ed altre cose ancora. Sapete che anno era? Il 2003.

STEFANO CERVARELLI