Iran: il velo non copre il desiderio di libertà delle donne

di SIMONETTA BISI

In aereo sul volo Shiraz Teheran. Turisti solo il nostro gruppo. Mi siedo vicino a una giovane, una ragazza di Teheran, mi dice, e piomba addormentata. La osservo: il velo, più che velo una bella e colorata sciarpa, scivola e lascia scoperti i capelli scuri, lunghi, ondulati. Magra, veste jeans elasticizzati con una maglietta aderente. Sopra un leggero golf lungo. Una ragazza come tante, di qualunque parte del mondo, tranne per quella lieve copertura sui capelli e – forse – quella maglia abbastanza lunga, circa sopra il ginocchio. Ha un cerottino bianco sul naso. Anche lei, penso, ne ho visti parecchi di nasi rifatti, ragazzi e ragazze… deve esserci un chirurgo plastico economico a Shiraz, o forse è il regalo per festeggiare il nuovo anno. Infatti il 20 marzo si è celebrato il Nowruz ovvero il Capodanno persiano che coincide con l’arrivo della primavera.

Non è facile capire la situazione di un Paese soltanto per averlo visitato pochi giorni, e come turista. Però incrociando la storia con le immagini, con lo sguardo e l’ascolto attento, forse posso provare a esprimere il mio pensiero, pensiero di donna, pensiero di “femminista” che ha partecipato alla realizzazione di molti e importanti cambiamenti nella nostra società.

Innanzitutto si conferma quello che già sappiamo: la donna, il suo corpo, il suo pensiero sono oggetto da sempre di tentativi di “appropriazione” da parte del potere maschile in tutte le forme questo si presenti. Il recente Family Day, tenutosi a Verona il 31 marzo, a cui hanno partecipato eminenti rappresentanti del governo italiano, lo dimostra: anche diritti acquisiti potrebbero essere messi in discussione. Ritengo impossibile questo avvenga in Italia, vale però evidenziare come periodicamente si tenti di farlo. La situazione in altri paesi europei dell’area Visegrad ne è un esempio. Il potere maschile vorrebbe la donna sottomessa, pretendendo di imporle modelli di vita e perfino di abbigliamento.

Ricordiamo che l’Iran è passato da una dittatura a un’altra, anche se di segno diverso. l’Iran prima di Khomeini non era uno Stato libero e democratico, anche se concedeva soprattutto alle donne alcuni diritti e stili di vita oggi abrogati. Soprattutto nei primi anni settanta vi era stata un’apertura verso la parità di genere tra cui il diritto di voto, sia attivo che passivo, e leggi che proteggevano la donna in questioni come il divorzio oltre a limitazioni per la poligamia. Fu la cosiddetta “rivoluzione bianca”, cioè una decisa e obbligata occidentalizzazione. Per esempio, veniva forzatamente tolto il velo alle donne che per motivi religiosi volevano portarlo. E non bisogna dimenticare le torture e la brutalità della Savak, i servizi segreti dello Scia, le corruzioni e le disuguaglianze: tutti elementi che innescarono la rivoluzione del 1979.

Non basta concedere minigonna e capelli al vento per “liberare” le donne.

Ma parliamo dell’oggi.

 Contro il velo e non solo

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 Chi pensasse di trovare per le strade donne velate vestite di nero, si sbaglia. Certo, nei villaggi e nelle campagne incontriamo anziane più coperte, ma non sempre è il nero il colore dominante. Nelle città i veli non sono che scialli multicolore graziosamente posti su chiome curate e volti truccati: le iraniane sono belle, e ci tengono.

E non stanno lì ad aspettare che qualcosa succeda. Nonostante la crisi economica dovuta alla stretta provocata dall’embargo voluto soprattutto dagli Usa, la maggioranza delle donne iraniane continua a battersi per i propri diritti. Shahrzad Sholeh, rifugiata politica in Italia, con suo marito, Davood Karimi, presidente dell’Associazione Rifugiati Politici Iraniani in Italia, in una intervista ribadisce il ruolo importante delle donne in Iran.

 “Le donne in Iran, come movimento, hanno una storia molto antica e hanno sempre dimostrato una grande forza soprattutto nei momenti difficili come lo sono stati questi ultimi 40 anni di regime, e anche questa volta sapranno reagire come hanno sempre fatto”. (2 gennaio 2018, https://www.lindro.it/iran-al-centro-delle-proteste-ci-sono-le-donne/).

Tentativi di ribellione, infatti, ce ne sono stati e ancora ce ne saranno.

Nelle foto la protesta del 2009 a Teheran per contestare la rielezione di Ahmedinejad. Molte donne sono state in quelle occasioni  arrestate e portate in un carcere di massima sicurezza. Da queste manifestazioni nascerà il Movimento verde.

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 Una delle ultime campagne contro la legge che costringe le donne a indossare il velo ha usato i social media: con l’hashtag #whiteweddays hanno pubblicato foto e video di se stesse con foulard bianchi o indumenti bianchi come simboli di protesta.

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Donne e sport

Immaginare donne sugli spalti ad una partita di calcio, o in campo per giocare sembrava impensabile al governo degli ayatollah. La nascita della Repubblica islamica vietò alle donne gli stadi, con la solita scusa: per proteggerle dalla brutalità verbale maschile. Le reazioni col tempo ci furono, si aprirono dibattiti e, nonostante le resistenze dei più accesi conservatori, si è aperta una liberalizzazione alla partecipazione delle donne agli eventi sportivi negli stadi, con però limitazioni. Il governo ha selezionato solo alcuni sport come Volley, pallacanestro, pallamano e tennis; restano ancora proibiti il calcio, il nuoto e il wrestling.

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Per approfondire https://www.calcioweb.eu/2015/06/si-allo-sport-per-le-donne-con-limitazioni-il-passo-in-avanti-delliran/222009/#6wW1B3V4y1SzkWU1.99

Vita privata non autorizzata

Anche nella vita privata si rivela l’indipendenza di gran parte delle donne iraniane dalle regole ufficiali imposte dal codice di comportamento etico secondo la Sharī‘a, codice che dovrebbe essere privo di potere coercitivo invece in molti stati islamici, tra cui l’Iran, viene considerata fonte di diritto positivo. Un rapporto ufficiale realizzato dal dipartimento per la ricerca del parlamento iraniano nel 2014 ha rivelato che nella Repubblica Islamica l’80% delle donne iraniane hanno rapporti con uomini senza essere sposate. Inoltre, in base ai dati raccolti intervistando 142.000 studenti universitari, il rapporto rivela che le relazioni fuori dal matrimonio non sono limitate ai rapporti eterosessuali, ma anche a rapporti omosessuali (il 17%), nonostante siano severamente proibiti.

Ovviamente questi fenomeni si sono riscontrati soprattutto a Teheran, per il maggiore sviluppo della capitale, e dimostrano la volontà delle donne di esercitare la propria intimità senza autorizzazione delle autorità. Inoltre anche parte degli uomini, mariti figli o padri, condividono l’opposizione al regime, e rispettano l’autonomia delle donne nella famiglia. Per esempio. Lo studio e il lavoro. C’è un distacco tra comportamenti attuati e comportamenti prescritti, anche se spesso purtroppo le conseguenze ci sono. La donna che si priva del velo, che canta in pubblico (vietato severamente), che manifesta apertamente il proprio dissenso può incorrere nell’arresto e nella punizione corporale.

Arresto e fustigazioni per chi si ribella pubblicamente

Nasrin Sotoudeh

Ancora una volta è il corpo delle donne quello su cui si abbatte la pena della fustigazione. Tutti ricordiamo il caso più recente, quello della coraggiosa Nasrin Sotoudeh, che si era battuta contro l’applicazione di un comma all’articolo 48 del codice penale che vietava il diritto di nominare un avvocato di fiducia agli imputati di determinati reati. Già condannata nel settembre 2016 a cinque anni, è stata in un altro processo condannata da un tribunale di Teheran a 33 anni di carcere e a 148 frustate per aver difeso una donna che si è tolta in pubblico il velo.

 Le reazioni a livello internazionale sono state deboli. Anche l’Onu non ha saputo impedire che fosse nominato   proprio il magistrato che ha condannato la Sotoudeh in una commissione che si deve occupare della questione femminile. Si spera che l’appello di Amnesty International e delle organizzazioni per i diritti umani riesca a far liberare Nasrin, ma sarebbe necessaria una presa di coscienza dell’opinione pubblica internazionale, per ora piuttosto indifferente. .

Rimane la realtà di uno Stato che impone con la forza codici di vita che penalizzano soprattutto le donne. L’arrivo al potere di Hassan Rouhani nel giugno 2013, Primo ministro, appoggiato dal Movimento Verde, nato a seguito delle rivolte del 2009, fu salutato come un auspicio di tempi migliori dalla società iraniana.

Purtroppo le aspettative sono state deluse. Anche a causa della crisi economica dovuta all’embargo e all’offensiva scatenata da Trump contro l’Iran, sono scoppiate molte proteste tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. È in questo periodo che si è avuta la campagna online a cui ho già accennato, lanciata dall’estero dall’attivista Masih Alinejad.

Le proteste sono state duramente stroncate e secondo le stime di Amnesty International circa 7000 persone tra i manifestanti – studenti, lavoratori, giornalisti, sindacalisti e difensori dei diritti umani, donne attiviste e altre minoranze – sono state arrestate e condannate al carcere e alla frusta. E i morti sono stati una trentina.  

Eppure, secondo i corrispondenti di alcuni importati media stranieri tra cui il Financial Times, la maggioranza degli iraniani non chiede un cambiamento radicale – gli esempi della Libia e della vicina Siria sono di monito – ma sperano in un percorso di riforme.  E in una revisione dell’embargo anche da parte degli europei.

Le donne iraniane continueranno a lottare per i propri diritti.

SIMONETTA BISI