IL MANIFESTO DEI PAVIDI 

di ELOISA TROISI

“Non sono niente,
Non sarò mai niente. 
Non posso volere 
essere niente. 
A parte questo, ho in me 
tutti i sogni del mondo.”
[Fernando Pessoa]

 

Che al mondo esistano le dicotomie è un’evidenza su cui esiste un’unanimità indiscussa: storicamente, oggetto delle dispute è sempre stato il solo terzo momento della dialettica, la sintesi. Su questa Terra – e forse anche oltre la Valle di Giosafat – convivono, in una complementarità quasi perfetta eppure autosufficiente, due indoli umane, due modi opposti di interpretare le pulsioni ed elaborare le azioni. 

Esistono gli impavidi, che avvertono uno stimolo esterno o una pulsione interna, sentono le proprie viscere aggrovigliarsi fino a strozzarsi per il desiderio e si lanciano in tentativi, immediati o meditati, per soddisfarlo e quindi placare la smania; ed esistono i pavidi, che si crogiolano nel desiderio e lasciano le viscere soffrire, indulgendo in un sadico patetismo perché continuino a sentire qualcosa e non muoiano. 

Hanno imparato presto a giustificare razionalmente il loro indugiare e a strozzare gli istinti, i pavidi, e alcuni sono così bravi che hanno fama di persona equilibrata, addirittura saggia. 

Una forma di nevrosi socialmente celebrata, che può apparire addirittura invidiabile per chi non la vive. 

Proust scriveva che l’intera l’umanità dovrebbe essere grata ai nevrotici, perché è dalla loro sofferenza, dalle loro viscere strozzate, che deriva l’Arte: <<Tutte le cose più grandi che conosciamo ci sono venute dai nevrotici. Sono loro e solo loro che hanno creato magnifiche opere d’arte. Mai il mondo sarà conscio di quanto gli deve, e nemmeno di quanto essi abbiano sofferto per poter elargire i loro doni.>>

Forse solo il pavido è capace di concepire l’Arte, di esprimere il tormento del vivere e l’ansia di esistere comune ad ogni essere umano, ma che transita ben poco nell’animo dell’impavido mentre persiste un tempo lungo, indefinito nel cuore del pavido. 

Ed è in virtù di questo che comprendere l’arte è affare universale e tutti sanno tacere attoniti dinnanzi alla Venere del Botticelli, mentre il pensarla è cosa rara e ben pochi saprebbero dipingerla. 

C’è sofferenza in questa predisposizione-condanna all’Arte, certo, ma anche un qualche gusto sadico: d’altro canto, che dal dolore derivi la conoscenza è un vecchio e sacrosanto adagio, tant’è vero che, nel reinterpretare il mito di Orfeo, Bufalino lo fa girare volontariamente, perché perda la sua Euridice ma acquisisca perpetua ispirazione poetica. Lo ammonirebbe forse Cesare Pavese, ché <<la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente>> ed ecco che il suo Orfeo sceglie di voltarsi per un eccesso di razionale pragmatismo: Euridice non appartiene più alla vita, e trattenerla è vano, se non doloroso. Roba da patetici pavidi. 

Quello dei pavidi è un mondo in cui il tempo non esiste, si annulla, perché se è vero che <<la volontà soffre perché non può volere a ritroso>> e allora ci si inventa l’eterno ritorno delle cose, è altrettanto vero che il tempo è un concetto relativo, per cui non esiste una netta differenza tra presente e passato, tra quello che è stato e quello che è. Altrettanto relativa è la realtà, cosa sia avvenuto davvero e cosa si sia solo immaginato. 

<<Volendo ci si incontra nella memoria, a questo serve>>, scrive Saramago.

È in questa dimensione che si colloca l’Arte, intesa come tormentata esplorazione dell’anima. 

Un modo di vivere doloroso, da professionisti del disorientamento, in cui si deve immaginare ogni evento o oggetto come al di là di un vetro, abbastanza vicino da poter essere percepito, desiderato, bramato e forse amato, eppure troppo lontano per poter essere afferrato. 

È al di là di questo vetro che crescono le rose che non colse Gozzano, ringiovanisce la sua Cocotte e vivono <<le cose che potevano essere e non sono state>>. E lui, il poeta crepuscolare, rimane a guardarle dall’altra parte, circondato dalle sue care cose di pessimo gusto, scosso da morbosi fremiti di nostalgia che sembrerebbero inutili, anzi ridicoli, eppure sono l’unico modo che ha l’essere umano di fare poesia. 

Non bisogna pensare al mondo dei pavidi come ad un universo di stasi e di isterismo, di inconcludente desiderio e contemplazione di cose che sarebbero accessibili se solo si scendesse in quella Tabaccheria promossa da Pessoa ad archetipo di vita semplice, felice, senza domande. Il pavido non può rinnegare la propria natura, eppure si rende conto della propria mutilazione, invidia la vita vera – da cui sa che potrebbe trarre molto più sentimento di un qualunque impavido – soffre dei suoi freni e vive un conflitto infinito tra se stesso e la persona che vorrebbe essere.  

Quando si parla di Giacomo Leopardi, tutti ricordano le sue riflessioni su quanto sia fugace ogni gioia terrena, quanto sia matrigna la natura, quanto sia inappagabile l’essenza degli uomini e quanto l’unico vero piacere possibile all’essere umano sia la sua stessa attesa. 

Pochi, invece, ricordano i versi : <<Forse, s’avesse io l’ale/ da volar su le nubi, / e noverar le stelle ad una ad una / o come il tuono errar di giogo in giogo / più felice sarei, dolce mia greggia, / più felice sarei, candida luna>> che, inseriti proprio nella stessa strofe del più celebre <<è funesto a chi nasce il dì natale>>, tradiscono, in uno slancio di emancipazione dal vetro da cui guardava il mondo, un certo accorato desiderio di leggerezza, libertà e quasi superficialità. 

Che Leopardi sia sempre vissuto al di qua del vetro, alternando talvolta qualche confuso tentativo di tuffarsi nella vita di Firenze o di Napoli, è risaputo. Non ha mai avuto una donna, non l’ha mai stretta tra le braccia, con grande probabilità è morto vergine o ha pagato per i suoi amplessi; eppure, ha saputo scrivere d’amore come se fosse stato il più grande amatore della storia, a dimostrazione che davvero <<la poesia si fa con le parole>> e la realtà è solo un accessorio – anzi, forse uno sfogo del sentimento, che viene così a fluire in canali diversi dall’Arte,  senz’altro più sani.

Questo scrive Leopardi del suo Primo Amore: <<Vive quel foco ancor, vive l’affetto / spira nel pensier mio la bella imago / da cui, se non celeste, altro diletto / giammai non ebbi, e sol di lei m’appago>>. È la bella immagine che lui si è costruito di Lei, nient’altro che una speculazione cerebrale, a togliergli il sonno e a dargli il fuoco, una qualche forma di vita. 

Non è difficile comprendere la malsana sofferenza che ci sia in tutto questo, eppure si rimane incantati dalla delicatezza di questo mondo di pavidi, fatto di ipersensibilità, solitudine, silenzio e tumulto dell’anima. 

Per raccontare questa delicatezza bellissima e struggente, è sufficiente un’immagine: tra i suoi amori mai compiuti e pienamente potenziali, Leopardi amò profondamente una donna. Lei era una dama sensuale, lui un naneruottolo ripugnante. Non le si dichiarò mai – le si dichiarava quasi ogni sera. Aveva ricevuto in dono il suo mantello; lo faceva indossare al cugino maschio di lei, che le somigliava in corporatura, poi gli chiedeva di voltarsi di spalle e gli confidava tutto quello che sentiva per lei, i suoi sentimenti e le sue speranze. Non l’ha mai baciata. 

È una delicatezza che commuove e che porta rapida al cuore la vicenda di Cyrano, del suo amore per Rossana, del suo parlarle attraverso la bocca di un altro, del suo soffrire eppure non mancare neanche un appuntamento lì al convento dove lei s’era reclusa dopo la morte di Cristiano, per aggiornarla sulle vicende del mondo esterno. Cyrano, col suo naso deforme, si stimava troppo brutto per proporsi a Rossana, ma se solo avesse avuto una piccola dose di coraggio avrebbe potuto vivere il suo amore con lealtà, e farsi amare o non amare con semplicità, senza ambiguità. Senza l’assurdo bisogno di fare poesia. 

È però da questo coraggio mancato, da questa delicatezza per cui ci si danna – <<par delicatesse, J’ai perdu ma vie>> – che i pavidi traggono linfa vitale. 

Perché se è vero che per natura non sono niente, non saranno mai niente, non possono volere essere niente, è altrettanto vero che 

A parte questo, hanno in sé tutti i sogni del mondo. 

ELOISA TROISI