Dal comizio ad Instagram: politici o influencers?

di ROBERTO FIORENTINI

Non c’è alcun dubbio che, oggi, visto che Giggino Di Maio è (o meglio dovrebbe essere) impegnato a gestire ben due ministeri, il frontman del M5S sia Alessandro Di Battista. 40 anni, trascinatore di piazze, ex animatore di villaggi vacanze, ex deputato, il Dibba è da poco tornato da un lungo e molto socializzato viaggio in Sud America («Viaggia con Alessandro Di Battista» strillava lo spot su Loft, la web tv del Fatto che gli ha pagato i reportage dal Sudamerica) ed oggi imperversa sui palchi, nelle dirette Facebook e, qualche volta, anche in tv, come qualche sera fa da Fazio.

In realtà qual è esattamente il suo ruolo? È stato proprio Di Maio, ospite la scorsa settimana in tv da Floris, a svelare il mistero su quale sia, al momento, il mestiere di Di Battista: «Lo pagano gli italiani? No, vive del suo lavoro», ha spiegato il vicepremier Di Maio. Quale lavoro? «È il primo attivista d’Italia». @aledibattista230.000 follower su Instagram e 1,5 milioni di like sulla sua pagina Facebooke una famiglia, moglie e bambino (il già famoso Baby Dibba) usati nello stesso modo in cui Fedez e Chiara Ferragni usano la loro.

Chiaramente il Movimento Cinque Stelle è in pratica un “nativo digitale“ come gran parte del suo elettorato . Infatti la fascia 18-34 anni è quella dove il movimento prende più voti. E sull’apparato mediatico, messo in piedi dalla Casaleggio & associati si sono spese molte parole. Io stesso ne ho scritto, su SpazioLibero, qualche volta. Ma sicuramente si sta assistendo, in questi mesi, ad una svolta. Il ruolo di Di Battista, che non fa il ministro ne’ il deputato, che non si candida e non vuole fare il leader, è qualcosa di davvero nuovo nella comunicazione politica. E’ un frontman, appunto. Come i cantanti delle band. Un opinion leader. Un influencer. E’ , chiaramente, l’antidoto alla impetuosa crescita comunicativa del “ Capitano “ Matteo Salvini.

Uno che ha preso un partito in crisi, federalista e padano, e lo ha trasformato nel primo partito del Paese, nazionalista (oggi si direbbe sovranista) e fortemente di destra. Come ha fatto? Non è semplicissimo spiegare il percorso di crescita del consenso dietro Matteo Salvini (Milano, 9 marzo 1973), dal 1º giugno 2018 vicepresidente del Consiglio e ministro dell’interno del Governo Conte. Senatore, già deputato ed europarlamentare della Lega Nord, partito al quale si è iscritto nel 1990. Nel 1993 viene eletto consigliere comunale nella sua città, Milano, carica che ha mantenuto fino al 2018. Dopo diversi anni all’interno del partito, ne è eletto segretario federale nel dicembre 2013. La sua pagina Facebook, con oltre 3,3 milioni di fan è al centro di una complessa galassia di pagine con migliaia di like e siti web, tutte riconducibili al duo Luca Morisi e Andrea Paganella, fondatori della società Sistema Intranet ed oggi ufficialmente pagati dai contribuenti, in qualità di consulenti del Viminale. Salvini, o probabilmente Morisi per lui, ha intuito per primo che il consenso attorno alla sua figura era molto  ma molto più importante di quello attorno alla sua proposta politica. Ha concentrato su Instagram, dove è seguito da oltre 1 milione di followers, una comunicazione davvero semplificata, incentrata sulla sua vita privata. Anzi probabilmente su una versione studiata e semplificata per il popolo della rete, dalla quale risulta “uno del popolo”, che mangia la Nutella, la pasta Barilla condita col sugo pronto Star, si commuove per la sorte di un gattino ed espone i suoi sentimenti, compresa la vita di coppia.

Non è un caso che la fine della pubblicizzatissima relazione con la vedette televisiva Elisa Isoardi, sia stata raccontata, da quest’ultima, proprio con un post sul social fotografico. Su Facebook, invece, Salvini mostra l’anima cattiva, quella del leader fieramente di destra, sempre paludato in polo e piumoni dei corpi di polizia. In pratica la strategia comunicativa è imperniata su due poli, che apparentemente potrebbero sembrare opposti. Da un lato il politico duro, il leader intransigente, che si contrappone ai leader europei come se fosse lui il “capo“ dell’Italia. Salvini ha una sua politica internazionale. Ha rapporti politici e personali con i leader delle destra sovranista, tipo il Rassemblement national di Marine Le Pen, l’estrema destra tedesca di Alternative für Deutschland , Jaroslaw Kaczinsky, leader del partito Diritto e Giustizia al governo della Polonia o l’austriaco Kurtz e l’ungherese Orbàn. Per tacere di Putin.

Interviene su tutti gli argomenti, naturalmente privilegiando i temi dell’immigrazione e dei reati ad essa addebitati, anche con palesi forzature. Da circa un anno, inoltre, esibisce il suo essere uomo comune che guarda in tv i programmi trash (tipo l’isola dei famosi) e mangia cibo semplice e il suo tifo calcistico, quasi da ultras, per il Milan. Il messaggio incrociato dei due stilemi comunicativi è: io sono uno del popolo e sono davvero molto incazzato, esattamente come voi. In realtà Salvini è un figlio della borghesia milanese, il padre era un dirigente d’azienda, ha fatto il classico al Manzoni (forse il miglior liceo di Milano) e poi l’università. Da ragazzo frequentava il Centro sociale Leoncavallo e aveva dato vita ai “Comunisti Padani”. Quindi, magari non leggerà Proust in francese, ma è molto probabile che stia interpretando un personaggio a beneficio dei suoi fans.

Il nuovo ruolo di Di Battista è probabilmente la risposta dei Cinque Stelle al successo del Salvini, star dei social. Entrambi, più che al tradizionale profilo del leader politico, corrispondono ad un profilo inedito che, del resto, ha portato Trump alla presidenza USA, quello dell’influencer politico. Così come la Ferragni, la star indiscussa degli influencer italiani, con quasi 16 milioni di follower, guadagna con il product placement, che è quel tipo di pubblicità che compare in spazi non prettamente pubblicitari, senza essere segnalata come tale, Salvini e Di Battista si contendono, a colpi di dirette Facebook e di foto su Instagram, la simpatia e il consenso di milioni di persone che ormai si informano prevalentemente sui social network, come dimostrato dall’ultimo Rapporto sul consumo di informazione, pubblicato dall’Agcom nel febbraio del 2018.

Allora erano il 55%, oggi probabilmente sono persino di più.

ROBERTO FIORENTINI